domenica 7 giugno 2026

Il Mulino Vettabbia Destra di via Ripamonti di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

Il Mulino sulla Vettabbia in via Ripamonti in un'immagine fine Ottocento

Milano, si sa, è una città che si è continuamente modificata nel corso dei secoli, cambiando funzioni, vocazioni e situazioni con il variare delle convenzioni sociali e delle contingenze storiche, trasformazioni che, accompagnate dal famigerato "piccone demolitore", hanno cancellato testimonianze del passato, a volte preservandone lacerti e tracce, a volte, stranamente, conservando esempi cospicui del passato, spesso lasciati colpevolmente al degrado del tempo e dell'incuria, altre volte con illuminato spirito reinventati alla fruizione moderna. tutto questo genera una sequenza di contrasti spazio-temporali che sono in definitiva la vera caratteristica del capoluogo lombardo, contrasti architettonici, storici, spaziali, che a volte confondono, straniano, e pure straziano il nostro cuore di archeologi metropolitani.

Lavori di costruzione del nuovo ponte sulla Vettabbia in via Ripamonti, in questa foto del 1931 di E. Montesi si riconoscono sulla sinistra le strutture del Mulino sulla Vettabbia

Uno dei percorsi più interessanti in quest'ottica è quello legato al mondo delle cascine, e quindi del passato agricolo della città, edifici funzionali all'agricoltura la cui proliferazione fu dovuta alla ricchezza di corsi d'acqua, fontanili e risorgive di cui il territorio era abbondantemente dotato, fino alla fine del secolo scorso scampoli architettonici di questo operoso passato erano ancora leggibili fra le pieghe della cortina urbana anche nelle zone più centrali, molti poi sacrificati dalla necessità di nuove costruzioni. Il mondo delle cascine rimano oggi relegato ad alcune realtà periferiche che proseguono tutt'oggi le attività agricole nelle propaggini estreme della città, fra Barona, Baggio, Vigentino e antichi borghi oggi inurbati. 

Via Ripamonti, la cascina Molino Vettabbia Destra, anni 60, Archivio ACAdeMI

Percorrendo la via Ripamonti in direzione periferia, oltre la circonvallazione dei viali, poco dopo il ponte sulla ferrovia, poco oltre l'incrocio con la via Serio, sulla sinistra, sarà facile imbattersi in un viottolo dall'andamento curvo, la targa viaria cita: i numeri civici 101 e 103 di via Ripamonti, lambito sul lato sinistro dal letto della Vettabbia, ci conduce verso un piccolo edificio dall'aria vetusta, per quanto ben tenuto e recentemente restaurato, che rappresenta un'autentica sorpresa nel panorama degli edifici storici legati al passato agricolo cittadino: la struttura di un mulino un tempo operosa fucina di macinazione di cereali, frumento e risi. 

Scorcio del viottolo di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Via Ripamonti, il Mulino in una foto del 1983, Archivio ACAdeMI - Franco Mauri

Non tutti Sanno che la roggia Vettabbia era un'importante arteria nel sistema idrologico di Milano, raccogliendo il flusso di altri corsi, Seveso, Sevesetto, Nirone, Molia, Garbogera, per poi sfociare nel Lambro a Melegnano. il nome di questo canale ci racconta Landolfo Seniore, vissuto nel secolo XI, deriva dalla parola latina vectabilis, ovvero trasportabile, capace di trasportare, questo perché al tempo dei Romani era navigabile e raggiungeva il Po attraverso l'apporto del fiume Lambro. 

Scorcio della Vettabbia in via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Oltre a questo la Vettabbia riceveva anche le acque dell’Olona, un tempo deviate per far entrare il fiume in città all’altezza dell’attuale piazza Tripoli, generando il canale detto Vepra, che scorreva fino a piazza Vetra ove si congiunge alla Vettabbia. Nel dipanarsi del suo percorso attraverso la città la Vettabbia attraversava poderi e mulini che attingevano alle sue acque rispettando un rigoroso codice di approvvigionamento, gestito dal Consorzio Venerando della misericordia, che faceva capo al Monastero di Chiaravalle, che dettava le regole sul consumo di acqua e gli orari in cui questo era permesso. 

Via Ripamonti, il Mulino in una foto Archivio ACAdeMI - Roberto Bagnera del 2013

Ben 20 bocche di presa e 11 mulini movimentavano questa roggia dall'imprescindibile importanza nell'economia della città di un tempo. Un delle caratteristiche un tempo tramandate relative alla Vettabbia decantava la temperatura delle sue acque, mai troppo fredda, che incrementava la fertilità delle terre fra cui scorreva e favoriva diverse attività che dalle acque traevano vantaggio, fossero conciatori di pellame piuttosto che tintori o fabbricanti di carrozze, contadini e riserie. 

Il Mulino sulla Vettabbia al termine del viottolo di via Ripamonti.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Fra queste attività spiccavano soprattutto quelle relative ai mulini dove i "molendina" esercitavano l'attività di mugnaio ricavando farine da grano, granturco e cereali, talvolta occupandosi di follatura dei tessuti e perfino la lavorazione dei metalli, traendo energia e profitto dalla ruota di legno movimentata dalla corrente, lavori redditizi che durarono finchè, durante l'Ottocento, l'inquinamento del corso non creò una situazione irreversibilmente dannosa.

Stralcio della Mappa di Milano del Catasto Teresiano Lombardo Veneto (1856) riferita al tratto di zona in cui ancora sussiste il mulino oggetto del nostro articolo

L'edificio del Mulino giunto fino a noi presenta dei corpi di fabbrica forse riferibili al 1848 che sono stati oggetto di un risanamento e riadattamento in funzione abitativa avvenuto negli anni fra il 1983 ed il 1989 a cura degli architetti Gian Piero Siemek e Marta Espanet, In precedenza la struttura molitoria aveva già dagli anni 20 del Novecento cessato le sue funzioni primarie, alcuni documenti attestano fino alla fine dell'Ottocento la produzione di farine ed affini, nel corso degli anni ha ospitato una componente urbana mista fra abitazioni private e piccole attività artigianali, nel viottolo da via Ripamonti sussiste ancora la sede di un elettrauto.

All'interno dell'edificio sono conservate alcune fotografie che testimoniano la situazione del mulino prima dei lavori di restauro degli anni 80. foto del 2026 di Filomena Schiattone.

Le architetture preservate con gusto e attenzione filologica sono molto probabilmente quello che ci rimane di un ben più ampio agglomerato agricolo, consultando infatti la cartina più sopra ci suggerisce questa interpretazione anche in virtù della presenza di ben tre soggetti dedicati all'attività molitoria:  "Molino Vettabbia di sopra", "Molino Vettabbia di mezzo" e "Molino Vettabbia di sotto".

Il fronte con l'ingresso e la targa semicancellata dal tempo.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Primo piano della tipica torretta con una graziosa altana.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Superata la volta di ingresso ci accoglie una storica e milanesissima rizzada, traccia e testimonianza del tempo agricolo che fu. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra ha origini piuttosto antiche, intorno al Seicento, e viene già attestato nel Catasto Teresiano del 1756, sul fronte dell'edificio è ancora leggibile, sia pur parzialmente una targa che ricorda l'appartenenza amministrativa all'Ottavo Mandamento dei Corpi santi, cioè il comparto di Porta Romana. Un'altra targa fa riferimento ad una sala macchine ma allo stato attuale non sono rimaste tracce né della ruota, né di meccanismi o manufatti riferibili alla funzione primaria dell'edificio.

Affaccio sul cortile. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

La scala, aggiunta durante i restauri per garantire l'accesso indipendente ad uno degli appartamenti ricavati dall'edificio. sulla destra si legge la scritta, anch'essa consunta dal tempo: Sala Macchine. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Un recupero architettonico che definisco decisamente felice che ha riqualificato una struttura di origine manifatturiera ed agricola senza snaturarne l'essenza, ottenendo un impatto visivo ed ambientale gradevole e suggestivo, quante altre cascine abbiamo in Milano che beneficerebbero di queste illuminate ristrutturazioni?

Scorcio dalla corte del Mulino di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra è testimone silenzioso di una città che fioriva del suo commercio e delle sue produzioni sfruttando la naturale ricchezza delle acque presenti nel suo territorio per generare benessere e vitalità ai suoi abitanti, con un passo non necessariamente più lento rispetto ai ritmi della metropoli odierna, ma sicuramente più rispettoso delle necessità quotidiane dei cittadini ambrosiani di allora.





Alessandro Anzani Pioniere del motore di Roberto Bagnera e Rolando Di Bari

Alessandro Anzani nel 1906 su una motocicletta W3

Fra le tante realtà motoristiche che hanno creato e costituito la sotira della motoristica nella città di Milano, vi sono alcuni protagonisti oggi sconosciuti ai più ma che meritano di essere ricordati per il ruolo di innovazioni e soluzioni tecniche che caratterizzano ancora oggi l'ingegneria meccanica dei trasporti. Fra di essi un posto di rilievo ha il marchio ANZANI, aperta a Milano ed ivi operante negli anni 1923-1924.

Anzani era una piccola azienda milanese che, negli anni Venti, si dedicò alla produzione di cyclecars. Era stata fondata nel 1923 da Alessandro Anzani, tecnico già famoso per aver progettato il motore stellare a tre cilindri montato sull'aereo di Louis Blériot che per primo trasvolò la Manica luglio 1909.

Cartolina commemorativa del 1909 della trasvolata della Manica

Alessandro Anzani nacque a Gorla Primo il 5 dicembre del 1877, era figlio di Teodolinda Bruno ed Angelo Anzani, artigiano impegnato nella riparazione di macchine per cucire, Alessandro fu presto impiegato a Monza presso le officine di un zio materno e lì iniziò ad interessarsi del mondo dei motori divenendo infine titolare dell'azienda, aperta fino all'anno della sua morte, avvenuta in Francia nel 1956.
Monza il retro dei capannoni della ex fonderia Anzani in via Milazzo. Foto del 2013 di Nipas


Alcuni resti di archeologia industriale soppravvivono in triste abbandono a Monza fra le vie Milazzo e Manara, anche se recentemente si parla di inglobarli nel cosiddetto "Parchetto ex Fonderia Alessandro Anzani".

Monza via Milazzo, resti della Fonderia Anzani. Foto del 2019 di Filomena Schiattone

Monza via Milazzo, resti della Fonderia Anzani. Foto del 2019 di Filomena Schiattone

Una volta diventato proprietario della struttura manifatturiera di Monza, Alessandro Anzani si dedicò alla realizzazione di propulsori per motociclette e vetturette, con stabilimenti in Francia e in Inghilterra.

Un esemplare del 1925 di una motocicletta Anzani.

Anzani avviò anche in Italia, nel periodo 1923-24, la produzione di motori e vetture complete, delle quali non sono tuttavia sopravvissute notizie dettagliate, tranne una vetturetta prodotta nel 1958 dalla Anzani UK.

La vetturetta Anzani Astra del 1958


La vetturetta Astra in una foto promozionale d'epoca

Alfa Romeo, Bianchi, Isotta Fraschini, Innocenti, OM, sono i nomi dei più conosciuti interpreti della stagione produttiva automobilistica della città, ma se non ci fosse stato quel plotone semisconosciuto di pionieri ed appassionati della scienza del motore forse non si sarebbe raggiunto lo sviluppo vertiginoso che nei decenni successivi al Secondo Conflitto Mondiale, avrebbe portato la città di Milano nell'olimpo di questo settore industriale. Personaggi geniali ed inventivi come Alessandro Anzani sono stati personaggi fondamentali per la crescita della produzione motoristica e valgono almeno un testo di presentazione sia pur breve e succinto come questo nostro.


lunedì 25 maggio 2026

Conosci Carlo Codega? di Roberto Bagnera

Ritratto di Giovane Gentiluomo Dipinto fra il 1730 ed il 1735 dal pittore Fra' Galgario. Al secolo Giuseppe Ghislandi. Foto dal sito della Fondazione Lisio

Usava un tempo, quando il dialetto, pardon, la Lingua Milanese echeggiava ancor nell'aere della città, riempiva le bocche ed il dire dei meneghini sempre indaffarati ed operosi un'espressione molto ricorrente: "I Temp del Carlo Codega", pronunciato con malcelato orgoglio di appartenere alla corsa verso il futuro e la modernità dell'intera città.

Si tratta di un modo di dire che definisce un periodo molto vecchio, quando appunto c'era il famigerato Carlo Codega, in milanese pronunciato Cùdega, non era ovviamente un personaggio reale ma la trasposizione simbolica del concetto di cosa superata, vecchia e stantìa, da rigettare quindi con sdegno, volgendo il volto a sempre più nuovi orizzonti o conquiste.
Secondo una versione troppo accademica per essere credibile si rimanda la genesi di questo modo di dire al Settecento, quando Milano era una città molto poco illuminata e i nobili ed i ricchi, quando andavano in giro con il buio, si facevano precedere da un servo munito di lanterna che era detto "codega" per la funzione che svolgeva.
Sembra infatti che tale nome derivi dal greco "odegos" (guida), ed anche in tempi più recenti "codega" era il nomignolo che veniva dato a quei fattorini muniti di ombrello addetti ad accogliere i clienti quando pioveva.
Lo stesso nome era anche usato per coloro i quali riaccompagnavano a casa le ragazze dopo spettacoli o altro.
Sempre al Settecento si fa risalire la seconda teoria: quando era invalsa la consuetudine presso gli uomini di lisciarsi i capelli utilizzando del grasso di maiale, cioè applicando la cotenna di maiale (codega) sul codino per mantenerlo compatto e lucido.

Parrucca maschile del Settecento ed il set di accompagnamento.
Foto dal sito della Fondazione Lisio


Con l' espressione " i temp de Carlo Cudega.." si intende appunto dire: "quando si usava la cotenna per acconciarsi i capelli", cosa passata ormai in totale disuso, già nel 1800 e considerata perciò estremamente adatta ad indicare qualcosa di vecchio e assolutamente sorpassato.
Una terza teoria si rifà al fatto che, nel primo Ottocento, il servo delle vecchie casate veniva chiamato codega, perchè indossava la marsina con le falde (cioè i codegh), il senso è ovviamente lo stesso, cioè di qualcosa di superato.

Meneghin Peccenna, reverissi signoria ...


Mi si consenta infine di accennare, quanto a fittizie figure, a quel genuino e geniale parto dell'estro inarrivabile di Carlo Maria Maggi che va sotto il nome di Meneghin Pecenna, laddove Meneghino è diminutivo di Domenichino, ovvero il domestico che serviva solo la domenica alcune famiglie nobili decadute nel censo e nel lustro e che quello solo si potevan concedere. Pecenna invece rimanda a pettine e parrucchiere e difatti questo servitore aveva l'incarico di curar le acconciature di chi lo aveva assunto e chissà quante cotenne dovette allisciare durante gli anni suoi, portando egli stesso un regolar codino, ma pettinandone al contempo i vizi e i vezzi poichè pettinare era sinonimo di spettegolare ...ma questo esula dal nostro tema ed è disquisizione ormai da andeghee.

domenica 24 maggio 2026

Spiccioli Milanesi: Aeromappe Futuriste alla Stazione Centrale di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

 

Stazione Centrale, Sala d'Attesa di IIIa Classe con le piante delle Città d'Italia di Marcello Nizzoli
Foto del 1931 dall'archivio del Dizionario d'Arte Sartori.

Qui sotto un'altra immagine, con vista frontale della Sala d'Attesa di IIIa Classe, sempre del 1931
Civico Archivio Fotografico di Milano


Fra le mille e mille declinazioni dell'apparato decorativo della Stazione Centrale progettata da Ulisse Stacchini ed inaugurata nel 1931, con un linguaggio architettonico spesso ispirato da stilemi di origine orientale in cui si innesta un profluvio di dettagli Liberty, Deco e monumentali in stile anni 30, fra di essi non poteva certo mancare una presenza futurista, movimento sorto a Milano nel 1909 e che della velocità e del movimento aveva fatto i suoi capisaldi coinvolgendo un nutrito numero di artisti e scrittori della scena italiana nei primi decenni del Novecento. Marcello Nizzoli, nato a Boretto nel 1887, già dal 1914 aderisce alle scelte espressive del Futurismo e dopo il suo trasferimento a Milano nel 1928 stringe ancor di più i suoi rapporti col movimento, negli anni 30 realizza per la sala d'aspetto di III Classe della Stazione Centrale una serie di 6 affreschi dedicati alle città d'Italia. Si tratta di aerovedute di mappe stilizzate di Assisi, Bologna, Napoli, Padova, Pisa e Trieste, prospettive all'epoca sicuramente insolite ed intriganti.

Marcello Nizzoli in posa con l'iconica Lettera 22

Marcello Nizzoli ebbe nel coro dei decenni successivi una brillante carriera nel campo del design, collaborando attivamente, fra altri con Olivetti per cui realizzò la famosa macchina da scrivere Lettera 22. Nel 2005, con la creazione della Società Grandi Stazioni iniziano dei lavori particolarmente impattanti per riattualizzare gli spazi, le strutture ed i servizi dell'edificio concepito dallo Stacchini, lavori che hanno trasformato in spazi commerciali anche ambienti ormai non più funzionali alla modernità come le sale d'aspetto, fra queste si registra la triste evoluzione di quella di Terza classe, quella contraddistinta dalla presenza degli affreschi di Nizzoli, che attualmente ospita una sede della Feltrinelli che fra scaffalature ed uso massiccio di faretti oscura ed umilia l'apparato decorativo originale: praticamente un crimine d'arte.

Nelle immagini successive le 6 raffigurazioni delle città d'Italia nei preziosi scatti di Filomena Schiattone, che evidenziano le invadenti fonti luminose ambientali.

Assisi


Bologna 


Napoli


Padova
Pisa 

Trieste 





sabato 23 maggio 2026

Spiccioli Milanesi: Selfie Ante Litteram alla Stazione Centrale di Roberto Bagnera

Stazione Centrale, Salone delle Ex Biglietterie, al centro i bassorilievi realizzati dallo scultore Alberto Barzoni. Foto di Mimi Fructuoso

Inaugurata il 1 Luglio 1931, la monumentale Stazione Centrale di Milano venne eretta su progetto dell'architetto Ulisse Stacchini che nel 1912 aveva vinto il concorso per l'attribuzione dei relativi lavori. L'apparato decorativo del monumentale edificio, costituito da statue, bassorilievi, mosaici e arredamenti originali, ovvero creati appositamente, presenta una singolare coniugazione di elementi Liberty, Deco e Anni Trenta dovuta al perdurare della realizzazione nel corso dei decenni. Un impianto visivo e strutturale imponente, non privo di soluzioni tecniche all'avanguardia, ricco di dettagli e opere d'arte, con un'impianto architettonico che ho sempre amato definire Assiro - Milanese.
Questa epocale realizzazione ha sempre subito un impianto critico e negativo, sicuramente dovuto all'esser figlia del simbolismo monumentale proprio del Ventennio, venuto ad essere indigesto e rinnegato nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ed all'inevitabile crollo del Regime Fascista.
Osservando con spirito neutro ed occhio attento però non potranno sfuggire i mille dettagli che impreziosiscono l'architettura e che, unitamente al Palazzo di Giustizia compagno di bocciature storico/critiche, costituiscono un insuperabile catalogo di arti e gusto dell'epoca che avrebbero dato genesi e struttura ai molteplici movimenti di gusto del secolo XX.
Fra i vari artisti, pittori, scultori, mosaicisti, mastri vetrai, che hanno forgiato l'immagine stessa della stazione, mettiamo in evidenza lo scultore Alberto Bazzoni, nato sul finire dell'Ottocento a Salsomaggiore, già dal 1926 è a Milano dove è particolarmente attivo ed apprezzato per le sue opere in virtù delle quali viene cooptato dallo Stacchini e si produrrà in moltissimi e significativi bassorilievi per la Stazione.
Nel salone delle biglietterie spicca il ciclo, realizzato fra il 1928 ed il 1931, dedicato alla Celebrazione del Mito di Roma, voluto e finanziato dal Ministero delle Comunicazioni del Regno d'Italia, si tratta di 6 scene che rappresentano la storia di Roma nei suoi punti Salienti:

- Enea che sbarca sul lido italico
- La fondazione di Roma
- Il ratto delle Sabine
- Il trionfo di Giulio Cesare
- Ottaviano Augusto in Senato
- L'apoteosi di Roma

Proprio in 2 di questi bassorilievi si cela un curioso vezzo dell'artista, quello di autoritrarsi all'interno degli episodi scultorei, particolare questo molto poco conosciuto ai visitatori della immensa struttura.
Nella scena dedicata al discorso in Senato dell'imperatore Ottaviano Augusto, fra i togati senatori, sulla destra dell'opera ecco comparire Alberto Bazzoni stesso insieme all'architetto Ulisse Stacchini, dando così vita ad un selfie ante litteram.

Ottaviano Augusto in Senato. Foto di Dimitris Kamaras


Lo scultore Alberto Bazzoni ritratto negli anni durante i quali lavorava presso la stazione

Particolare del gruppo scultoreo che ritrae Bazzoni, a sinistra, e Stacchini, a destra

I due protagonisti dell'autocelebrazione in una foto anni 30 di Armando Bacchelli


Non pago di questa autocelebrazione il nostro si ripete anche nel gruppo scultoreo della Fondazione di Roma dove raffigura di nuovo sè stesso, questa volta con la propria famiglia, all'estremità destra dell'opera.

Le scena raffigurante la Fondazione di Roma. Foto di Zairon


La famiglia di Alberto Bazzoni in una foto anni 30 di Armando Bacchelli


L'idea dell'autoritratto, o meglio dell'autocelebrazione, nel variegato mondo delle arti non né cosa nuova, né cosa insolita, ma sono particolari difficili da cogliere in prospettiva temporale, quando la notorietà degli autori non condivide la contemporaneità dei fruitori, così diventano curiosità che qualcuno deve assumersi il compito di rivelare così come è mio piacere aggiungere un particolare da un'altra opera monumentale della città: la Sestiga dell'Arco della Pace, opera dello scultore Abbondio Sangiorgio, che trovò opportuno raffigurar sè stesso in un cartiglio sul cocchio.
Dettaglio del cocchio della sestiga sull'Arco della Pace, il cartiglio a sinistra contiene l'autoritratto dello scultore Abbondio Sangiorgio. Foto di Fabiano Gallazzi




venerdì 22 maggio 2026

Spiccioli milanesi: I Segreti del Camparino di Roberto Bagnera

 

Il bancone del Camparino in piazza del Duomo. Foto dal sito aziendale Campari

Fra i simboli della Milano da Bere, della città operosa i cui figli si distinguono i vari campi, v'è sicuramente il Camparino, detto così per distinguerlo dal Campari, locale più grande sempre in piazza del Duomo, all'accesso della galleria, prezioso centro di socialità ed espressione verace del culto tutto meneghino dell'aperitivo.
Lo storico locale fu aperto nel 1867 da Gaspare Campari e fu poi il figlio Davide nel 1915 a progettare l'attuale arredamento del locale nel 1915 sostituendo gli originali arredi stile Impero con le raffinate realizzazioni Liberty/Deco di Eugenio Quarti, con l'intervento di Alessandro Mazzucotelli per i ferri battuti e il pregevole e spettacolare mosaico realizzato da Angelo D'Andrea.


Foto storica dal sito aziendale Campari

A questa storica mescita sono legati anche piccoli particolari curiosi come quello dell'Angiolin, angioletto, del Campari, quasi nessuno ricorderà quella statuetta raffigurante un un putto, definito come angioletto che veniva esposta all'interno del locale Bar Campari in Galleria, si trattava di una piccola chicca degli usi e costumi meneghini nei primi decenni del secolo scorso quando faceva bella mostra di sé una piccola scultura , amatissima dai milanesi.

L'Angiolin in una foto storica

La statuetta ritratta all'interno del Camparino nel 2006. Foto di Marco Brosoli


La locandina relativa all'esposizione dell'agosto 2006 della statuetta.
Foto di Marco Brosoli

Si tratta di una scultura in marmo, del tardo Ottocento, opera del pavese Giovanni Spertini, raffigurante un puttino a cavallo di un delfino che esce da una conchiglia, il putto regge sulla testa un cestello che veniva utilizzato dai frequentatori del locale per depositarvi bigliettini d’amore ed altri dolci messaggi trasformandosi da angioletto in complice Cupido: ingenui frissons dei nostri nonni.
Nel 1919, dopo la fine della Grande Guerra, l'Angiolin era stato trasferito nella sede della Direzione Campari in via Turati e successivamente nella Direzione di Sesto San Giovanni da dove il «Camparino in Galleria» in quel momento proprietà di Teresa Miani e Orlando Chiari, lo ha recuperato e nell'agosto del 2006 ritornò brevemente all'interno del Camparino.



Altra curiosità è legata alla Voce del Padrone, nota casa discografica, emanazione italiana della britannica His Master's Voice, che per decenni ebbe sede a Milano in viale Umbria, in un garbato edificio anni 20 oggi coinvolto un una demolizione/edificazione che conserverà alcune parti di facciata innestandole in un edificio molto più voluminoso.

L'immagine iconica delle produzioni discografiche della Voce del Padrone

Fra gli anni 30 e 60 del secolo XX in galleria era sito il negozio della Voce del Padrone, quello di cui tutti ricordiamo il marchio con il grammofono e il cagnolino che scodinzola, una caratteristica di questo esercizio era la possibilità di ascoltare in loco la musica preferita. Acquistato un gettone alla cassa ci si accomodava nel reparto ascolto, entrando in uno dei 32 scompartimenti allestiti per una miglior esperienza di relax, si introduceva in una fessura il gettone che scivolava verso i locali sotterranei dove solerti impiegati, osservando il numero indicato, si affrettavano a prendere il disco corrispondente al codice e a posarlo su di un grammofono sopra il quale 5 tubi permettevano di convogliare il suono fino alle estasiate orecchie del committente.

Una storica pubblicità del negozio in Galleria

Ben 32 grammofoni e 160 tubi rappresentavano la cospicua attrezzatura della voce del Padrone, alcuni tubi, seppur tranciati, sopravvivono nel sotterraneo del popolare Camparino in Galleria.

Nell'immagine Archivio ACadeMI, una serie di tubi che ancora sopravvivono nel locale sotterraneo del Camparino


Ultima curiosità il Camparino in Galleria, ovviamente ligio ai criteri costruttivi ed alla distribuzione degli ambienti tipiche dell'Ottocento, non aveva un proprio bagno nel locale, era situato al fondo di una scala cui si accedeva da una porticina in Galleria che dava accesso ai magazzini, alle cantine ed al locale Toilette. Oggi dopo il cosiddetto restyling del 2019 la situazione non è più così, resta però il ricordo degli addetti del bar che, soprattutto in giornate piovose, conducevano i clienti, riparandoli sotto un ombrello, fino all'agognata "ritirata".