sabato 14 febbraio 2026

Spiccioli Milanesi: La Galleria nella Libreria di Roberto Bagnera

 

Via Hoepli 5, scorcio della Galleria De Cristoforis ricostruita nel piano interrato della Libreria Hoepli.
Foto di Silvia Zucchi

Scorcio della Galleria De Cristoforis ricostruita con dovizia di particolari nel seminterrato della libreria Hoepli, via Hoepli 5, come omaggio alla prima location aperta da Ulrico Hoepli nel 1871. Foto anni 80, Archivio ACAdeMI - Franco Mauri, pubblicata nel Giugno 1989 sulla Rivista Itinera
 

Il giorno 29 Settembre del 1832 i milanesi dell'epoca ebbero la fortuna di assistere ad una delle più affascinati meraviglie architettoniche dell'epoca, veniva inaugurata la Galleria De Cristoforis, un anno dopo la posa della prima pietra, avvenuta il 17 Settembre 1831, frutto dell'alacre lavoro di ben 450 fra operai, magut, vetrai e maestranze. Si trattava della prima galleria commerciale in Milano, anzi in Italia, la prima dell'Impero Austroungarico di cui Milano all'epoca era parte.
Nacque per iniziativa privata a seguito dell'acquisizione da parte della famiglia De Cristoforis, nella fattispecie Giovanni Battista, Vitaliano e Luigi De Cristoforis, di una vasta era cittadina estesa fra la Corsia dei Servi e la Contrada del Monte, fecero quindi demolire gli edifici decrepiti che erano in loco per edificare una nuova struttura, volevano creare un luogo di attrazione come avevano visto a Parigi ed a Londra e l'idea di una galleria commerciale che attraversasse il nuovo palazzo era la migliore opzione, fu dato mandato quindi all'architetto Andrea Pizzala che condividendo le idee della committenza realizzò un  capolavoro stupefacente dotato di alte vetrate al soffitto, specchi e luci per innumerevoli negozi, la galleria era anche dotata di illuminazione a gas, uno spettacolo, una meraviglia subito ribattezzata dai milanesi come Contrada de Veder.

La pianta e la sezione della Galleria De Cristoforis in un disegno originale dell' arc. A. Pizzala del 1832


Mappa con evidenziata la Galleria de Cristoforis dalla Guida Savallo del 1881 


Gli accessi alla galleria sono 3, il più importante dei quali si affaccia lungo la corsia dei servi, nei pressi della chiesa di San Carlo, contraddistinto da 3 archi che immettono in un vestibolo, dove vengono situate le statue di quattro viaggiatori italiani celebri: Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci, Marco Polo e Flavio Gioia. Da qui si diparte il primo ramo in fondo al quale, all'incrocio con il secondo ramo, vi è il Caffè Gottardi, divenuto poi Caffè Gnocchi trasformatosi in seguito nella Birreria Trenk.

Iil secondo ingresso sfocia in quella parte di via Monte Napoleone oggi non più esistente, il terzo invece,  attraverso un vicolo, conduceva in via San Pietro all'Orto.


L'ingresso della galleria in corso Vittorio Emanuele II pochi anni prima della sua demolizione avvenuta nel 1935, particolare di spicco l'insegna dell'impresa Ulrico Hoepli che aprì nel 1871 la sua libreria

L'ingresso in via Monte Napoleone, 1930

L'imbocco minore della galleria dopo i lavori per l'apertura del corso Littorio

Il successo riscosso dalla nuova arteria commerciale fu immediato, tanto che vi si tennero numerosi ed affollati eventi, le vetrine dei negozi presentavano un mondo di desideri concretamente raggiungibili, come nel caso del giocattolaio Ronchi, la Profumeria Dunant, l'Albergo Elvetico, i bar fra i quali il Marchesi ed ilprestigioso Caffè Gottardi, in seguito Caffè Gnocchi, il celebrato Teatro Automatico, ma anche un angolo di cultura essendovi diversi librai fra i quali Tendler e Schaefer, in seguito vi si insedierà Ulrico Hoepli, il libraio Bolchesi ed il negozio dell'editore libraio Paravia, stranamente tutti sullo stesso lato della galleria, mentre il lato opposto presentava una nutrita rappresentanza di cartolerie: Carpazi, Miretti e Ripamonti-Carcano, che fu la prima in città a commercializzare la carta assorbente.

L'ingresso della Galleria in un'immagine del 1910, con l'insegna della Sala Volta (aperta nel 1906) e l'indicazione di alcuni negozi presenti nella struttura

Tutto perfetto fino al 15 Settembre del 1867 quando, alle ore 12, viene inaugurata la Galleria Vittorio Emanuele II, monumentale, imponente, impressionante, più ricca e stupefacente, maggiormente estesa, minuziosamente decorata, da quel momento la De Cristoforis diventa la Galleria Vecchia, da gioiellino intimo e raccolto cede il passo alla chiassosa modernità popolare del nuovo manufatto e si avvia al suo declino, perdendo qualche parte a causa di demolizioni e nuove costruzioni, fino alla vendita alla società assicuratrice Toro che la demolirà definitivamente nel 1935 per la realizzazione del suo omonimo palazzo.


La Libreria Ulrico Hoepli nella Galleria De Cristoforis in una foto del 1930

 

La storia della Galleria De Cristoforis si intreccia con quella del libraio svizzero Ulrico Hoepli che rileva i locali della preesistente libreria Tendler e Schaefer nel 1871 e vi apre la propria rivendita, seguita nel 1872 dall'impegno in campo editoriale. All'atto di demolizione della galleria si trasferisce in via Berchet fino al 1943 quando la nuova sede fu distrutta dalle bombe, Ulrico era venuto a mancare nel 1935. L'attività, ora gestita dai nipoti succedutigli  alle redini dell'azienda, trasferirono temporaneamente il negozio in corso Matteotti fino al 1958 quando si insediarono nel palazzo di via Hoepli 5, appena terminato e costruito su progetto degli architetti Luigi Figini e Gino Pollini, dove ancor oggi è la sede della Libreria Internazionale Hoepli.

L'edificio di via Hoepli. Foto di Marco Introini


Il ricordo della vecchia Galleria De Cristoforis non scompare però dalla memoria della famiglia Hoepli, prendendo possesso delle nuova moderna sede nel 1958, forse come sentito omaggio al fondatore Ulrico, fu fatto realizzare nel piano seminterrato un reparto che riproduce con attenzione e dovizia di particolari le graziose e preziose strutture della perduta galleria che aveva incoronato il successo dell'impresa famigliare, reparto e magazzino di libri e storia culturale che vi si rinnova, la riproduzione è ancora visibile in loco e speriamo che nonostante le fosche notizie di chiusura dell'Azienda Hoepli possa esser preservata.

Di seguito 3 immagini scattate da Silvia Zucchi che ci testimoniano il reparto, nonchè reperto, della Galleria De Cristoforis in miniatura:





Ancora una curiosità prima di chiudere, durante la fiera Campionaria del 1958 all'interno del Padiglione Montecatini fu allestita la Sala Rhodiatoce che ra una perfetta ricostruzione della Galleria De Cristoforis con le relative vetrine espositive dove venivano presentati e messi in mostra i più recenti e significativi manufatti aziendali. Di seguito 3 immagini della struttura dall'Archivio dell' Ufficio Fotografico Montecatini.







giovedì 12 febbraio 2026

Spiccioli Milanesi: Canne al Vento in via Guerrazzi di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

La cancellata, decisamente protagonista dell'ingresso al villino di epoca Liberty di via Guerrazzi 23
 

In zona Arco del Sempione si estende la via Francesco Domenico Guerrazzi, intitolata al letterato e patriota toscano che partecipò attivamente ai Moti del 1848, collega piazza dei Volontari alla via M Massena, nel corso del suo tracciato è possibile ammirare una serie di edifici, principalmente anni 20 ed alcuni nelle varie coniugazioni dello stile Liberty, eleganti ed esteticamente attraenti  costruzioni che rendono un'eventuale passeggiata gradevole e ricca di interessi, la chiusa visiva della strada è costituita dalla imponente, ma anche leggiadra presenza dell'antenna della RAI nella vicina sede di corso Sempione 27.

 


Al civico 23 troviamo un grazioso villino, inequivocabilmente tardo Liberty, come troppo spesso latitano notizie relative a progettisti e architetti intervenuti in corso d'pera, salvo che fu  edificato nel 1920 e che difatti già ostenta alcune soluzioni stilistiche del sopraggiungente stile Deco. La costruzione si presenta con 2 piani fuori terra ed, a chiudere, un piano mansardato ricavato all'interno di un gradevole tetto "alla francese", sul retro una veranda sporgente, quasi un orizzontale bovindo, si protende su di un piccolo e curato giardino.

L'elemento che inequivocabilmente cattura la scena è costituito dal sinuoso e particolare cancello che recinge l' unità immobiliare, fu commissionato esplicitamente dai proprietari al pittore scultore Giancarlo Marchese, nato nel 1931 a Parma, ha vissuto ed operato lungamente a Milano, diplomatosi presso l'Accademia di Brera, con docenti del calibro di Luciano Minguzzi e Marino Marini, fu anche per diversi anni insegnante di scultura dell'accademia stessa, dal 1960 al 2000. Si spense a Milano il 22 Maggio del 2013.

Vista d'insieme della recinzione di via Guerrazzi 23 in una foto d'epoca, qui sotto: l'autore durante la fase di realizzazione dell'opera. Entrambe le immagini provengono dal sito Giancarlomarchese.com


La recinzione si compone di 5 elementi che vanno a creare un'intensa continuità con lo stile dell'edificio, un'opera dal nome evocativo: "Canne al Vento" che ripresenta uno dei tratti distintivi del Liberty, quella linea a colpo di frusta che ne è firma grafica, in questa struttura l'artista Giancarlo Marchesi opera in modo mirabile la sintesi tra creazione artistica, rispetto filologico, funzione pratica e, dulcis in fundo, impatto scenografico ed emozionante che cattura l'attenzione di chi contempla questa pregevole creazione.

L'opera "Canne al Vento" fu realizzata dal maestro nel 1985 ed è l'ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto anche i meno evidenti dettagli che compongono il tessuto urbano ed artistico della città sappiano sempre stupire, meravigliare e raccontare favole e storie avvincenti e coinvolgenti.








lunedì 9 febbraio 2026

Giorno del ricordo : Gli Esuli e Milano

 

Giochi di bimbi presso l'Italia in miniatura alla Scuola Casa del Sole di via Giacosa, ex Trotter
Foto anni 50 Archivio ACAdeMI

Una foto recente di Giorgio Brancaglion ci presenta l'Italia in miniatura nel parco Trotter oggi, in un deprecabile stato di abbandono, un tangibile documento storico che andrebbe trattato con maggior considerazione, sia per la valenza didattica dello stesso, sia per l'età, fu realizzata nel 1928, sia infine per la particolarità storica perchè i confini rilevati nel manufatto comprendono le perdute terre d'Istria


Il 10 Febbraio, ricorre la commemorazione civile, istituita nel 2004 con la legge n° 92 del 30 Marzo, per preservare e rinnovare la memoria della tragedia che sconvolse la vita delle terre istriane, fiumane e dalmate che si concretizzò nell'orrenda pratica dell'infoibamento e nel provocare un doloroso esodo senza ritorno, abbandonando le terre degli avi, tutti i propri possedimenti materiali ed intellettuali e persino il senso di comunità che i condivisi ricordi di quelle genti, così dolorosamente colpite, avevano costruito nel corso dei secoli.

Una, non unica, disumana conseguenza di dove possano portare le scelte belliche e la lotta per la supremazia ed il potere. 


Piazza della Repubblica, posata nel 2020, la stele-monumento a ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati, progettata e realizzata dall'artista, esule istriano, Piero Tarticchio, ed è stata donata al comune di Milano dal Comitato Pro-Monumento istituito per favorire la realizzazione della scultura, con il determinante e generoso apporto di Fondazione Bracco.  Foto di Mary Guenza 

Nel corso degli anni, avendo lungamente frequentato le terre friulane, con spirito di scoperta e conoscenza, con la passione per l'enogastronomia, l'architettura, gli usi e costumi, l'arte, oltre all'esser Lombardo e quindi con delle assonanze culturali che rimandano alle comuni origini Longobarde, alla ricerca di storia e storie sono più volte incappato nelle testimonianze, dolorose ed atroci di quella tragedia scaturita dal secondo conflitto mondiale, episodi e tracce che hanno rinforzato il mio amore per la piccola patria del Friuli, e questo argomento mi ha sempre toccato.

Naturalmente una delle domande che mi assillavano spesso era quella di quali e quante tracce di quella tragedia fossero riferite alla mi/nostra città di Milano, nel corso degli anni ho colto solo pochissimi fievoli, timidi, e persino ritrosi, accenni che qui di seguito andrò a descrivere, postando le altrettanto poche emergenze fotografiche legate alla tragedia, tralasciando cronologie storiche, interpretazioni e argomenti sociopolitici che per nulla mi interessano, Milano non ha avuto un cosiddetto campo di ospitalità, come avvenne per esempio a Monza dove fu ricavato nella Villa Reale un quartiere dedicato, che i giornali definirono "Gabbia Reale" e anche "serraglio", vi furono situazioni di ospitalità temporanea utilizzando una caserma come centro di riconoscimento e schedatura e delle scuole come temporanea sistemazione.

Primo contatto con Milano fu la caserma "Fratelli Bergamaschi" che sorgeva in piazza Lega Lombarda, dove fu approntato il centro di riconoscimento e schedatura degli esuli, la cartolina è del 1910, qui sotto invece un'immagine degli interni della caserma stessa.

 

Di seguito viene riportato integralmente un ricordo scritto che l'amico Giovanni Tedeschi fece in modo di farmi avere con la gentilezza che quel compianto grande uomo dell'Isola, amico personale del famigerato bandito Ezio Barbieri e custode delle memorie del quartiere, sapeva avere. Si tratta di un breve memoriale che, essendo lui proveniente da una famiglia con profonde radici nel luogo conteso, lo toccarono molto da vicino.

I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, avevano infoibato, tra il settembre 1943 ed il maggio 1945, diverse decine di migliaia di Istriani, colpevoli solo di essere Italiani.
Il Maresciallo Tito aveva disposto una decisa pulizia etnica ed i nostri governanti, già all’epoca dei “signor Tentenna” avevano accettato tutto senza la minima reazione.
Qualora non sappiate cosa si intende con i termini “foiba” ed “infoibare” ve lo chiarisco subito io: l’Istria è cosparsa da centinaia di profonde cavità che si aprono sulla sua superficie e che sprofondano nelle viscere della terra per centinaia di metri, ognuna con una diversa configurazione, ma tutte con pareti di roccia irregolare.
I comunisti di Tito portavano sui bordi di queste cavità gruppi di Italiani legati fra di loro con del filo di ferro, sparavano al primo della fila che cadendo nella foiba trascinava con sé tutti gli altri ancora vivi.
Questo era il metodo principalmente adottato, ma ve n’erano di ben più atroci, come quello di evirare le vittime vive, ficcare nelle loro bocche il ricavato e poi spingerli ancora vivi nella foiba. Di un fatto, che ho sentito raccontare negli anni da un testimone oculare, voglio riferire: a Parenzo, cittadina della costa, erano stati arrestati, in maniera subdola, una trentina di persone, tra i quali tre o quattro membri della famiglia Vergottini, proprietari terrieri. Nel momento in cui il gruppo, legato con il solito fil di ferro, stava per essere buttato nella foiba, era quella di Vines per la precisione, un Vergottini era riuscito ada agganciare con le gambe il capo titino e lo aveva trascinato con sé nella caduta.
Uomini, donne, anche incinte, ragazze e giovanetti fecero quella fine.
Fortunatamente per me, che da Milano, per salvarmi dai bombardamenti, ero stato portato in Istria dai miei zii, mia madre venne a riprendermi nel marzo del 43. Fossi rimasto là per altri sei mesi sarei finito anch’io in una foiba in quanto Italiano con madre e padre Istriani.
Dopo il maggio del 45, con quel clima che si era creato e con le minacce sempre in atto di continuare il “rito” delle foibe, iniziarono le fughe dal territorio in mano ai comunisti di Tito, rappresentato da quasi tutto il territorio istriano.
Ho scritto “fughe” perché la frontiera con il Territorio Libero di Trieste, definito libero ma in mano agli alleati, era strettamente sorvegliata e non era permesso l’espatrio.
I primi fuggiaschi erano coloro che, stanchi per le angherie già subite, minacciati dai caporioni rossi, con mesi di dura miseria patita e soprattutto dal metodo comunista applicato al lavoro, che prevedeva, naturalmente l’esproprio di ogni terreno privato ed il raduno, il mattino prestissimo, al suono delle campane, e, seguendo gli ordini del commissario politico, si andava a lavorare su terreni di volta in volta indicati dallo stesso.
Fuggivano dalle coste di notte, con barche a remi e vogavano sino ad arrivare alle coste italiane, per un’intera notte e più, con tutte le condizioni atmosferiche.
Io avevo a Fontane sei sorelle di mia mamma, ciascuna con la sua prole, quindi un bel numero tra cugini e cugine.
Mia mamma con mio padre era arrivata a Milano nel 1927 e, dopo un duro lavoro come operaia alla Brown-Boveri, all’Isola di Milano, era riuscita nel 1940 ad acquistare un negozio di latteria in via Dal Verme 2.
Quando iniziarono le fughe dall’Istria, i primi miei cugini arrivati a Milano si rivolsero subito alla zia Albina, mia mamma, e da lei ebbero tutti, i primi aiuti, i primi pasti, il primo letto.
Il comune di Milano, così come Torino ed il resto dell’Italia, non ne voleva sapere di questi che arrivavano dall’Istria. L’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, nella persona del compagno Togliatti, operava una campagna contro questi fuggiaschi. Secondo i comunisti nostrani, i trinariciuti come li definiva Giovannino Guareschi, chi fuggiva dal comunismo di Tito era semplicemente un fascista, quindi da combattere, non certo da aiutare ed accogliere.
Intanto le trattative di pace proseguivano ed i nostri governanti che avrebbero dovuto difendere i nostri interessi tennero la coda in mezzo alle gambe ed alla fine il compagno Tito si vide padrone dell’Istria ed addirittura di Gorizia.
Dall’Istria e dalla Dalmazia, abbandonando ogni loro bene, case, terreni, barche, ogni cosa, tutto immediatamente nazionalizzato dai comunisti di Tito, arrivarono in Italia 350.000 profughi.
A Venezia non li fecero neppure sbarcare. I comunisti veneziani non li accettarono: vecchi, donne, bambini, vennero respinti già dalla riva. Alla stazione di Bologna un convoglio carico di questi miserabili avrebbe dovuto sostare per ricevere qualche aiuto dalla Croce Rossa , senonché i comunisti bolognesi minacciarono uno sciopero ad hoc delle maestranze e rovesciarono i contenitori di acqua e latte preparati per gli esuli : il treno di questi fascisti in fuga dal compagno Tito non poteva sostare là.
Per accogliere i profughi a Milano vennero messe a disposizione la caserma Fratelli Bergamaschi in piazza Lega Lombarda e le scuole di via Palmieri, quella di viale Bodio e quella di via Veglia, così, lì concentrati, era possibile un controllo di tutti.
Le famiglie di Istriani nelle aule e nei corridoi: sei famiglie per aula, una coperta autarchica a testa per arrotolarcisi dentro per dormire, oppure appenderla a dei fili di ferro stesi fra le pareti per un minimo di privacy.
Un piatto di riso con piselli era quello che passava la mensa. Nessun altro aiuto. L’Arcivescovado di piazza Fontana dava loro, ma occorreva arrivare sin là, qualche biglietto per il tram.
Fortunatamente in quegli inverni a Milano nevicò molto e tutti gli uomini sfollati andarono a fare gli spala neve., io ho visto i miei cugini arrivare sfiniti dalla zia Albina, mia madre, per un piatto di minestra calda, senza guanti e con le scarpacce fradice.
I lavori offerti non andavano oltre a quello di lavapiatti nelle trattorie o nei ristoranti del centro.
Tre miei cugini divennero lavapiatti da Tantalo, un ristorante di via Torino.
Poi iniziarono le richieste da terre lontane che abbisognavano di mano d’opera, o pure semplicemente di persone che le popolassero, e fu così che i più finirono in Australia e Canada.
Io che ho scritto per anni sulla rivista di Trieste, che viene distribuita in tutto il mondo ai profughi Istriani, ormai alla seconda e terza generazione, intrattengo dei cordiali rapporti con tutti loro.
Erano persone volonterose, piene di vita e voglia di lavorare, tutti si sono creati delle ottime posizioni nel mondo. Un cugino è addirittura arrivato dal Canada, sbarcato in Portogallo con la famiglia ed un macchinone americano, ha visitato l’Europa ed è venuto a trovare la zia Albina, quando era ancora in vita, poi ha proseguito il suo viaggio sino in Istria, qui il figlio si è scelto la più bella del paese, l’ha sposata e portata con sé in Canada.
Altri qui a Milano erano stati assunti da ditte che lavoravano per il settore orologiero svizzero. Nel corso degli anni hanno fondato ed aperto delle società che sono diventate importanti nei loro rispettivi campi.

Un'immagine degli anni 50 per la scuola di via Palmieri che fu immediatamente attrezzata come centro di raccolta dei profughi.


Uguale situazione si verificò alla scuola di viale Bodio, qui in una cartolina anni 50


Anche la scuola di via Veglia fu utilizzata come centro raccolta profughi

Il numero di esuli giunti in Lombardia viene stimato in più di 11.000 unità, un numero comunque altro da sistemare con alloggi e situazioni socioeconomiche, specie in quel finire degli anni 40 e poi nei primi anni 50, anni che ancora vedevano le ferite dei bombardamenti e dell'azione bellica che aveva provocato un tessuto sociale tutto da ricostruire, la vita degli esuli non poteva certo esser che triste e malinconica, soprattutto in questi centri temporanei, con soluzioni di fortune e servizi spartani, laddove no era neppur concesso affezionarsi vista la transitorietà della loro presenza.
Per quanto riguarda la quotidianità e la sopravvivenza mi pare corretto ricorrere anche in questo caso ad una testimonianza di prima mano e ben volentieri riporto a riguardo un articolo pubblicato sul Giornale "Arena di Pola" del 2 Febbraio 1949.
 

IL DIRETTORE D'UN CAMPO PROFUGHI
Milano febbraio Ed eccoci ancora una volta a parlare delle nostre sventure. A qualcuno potrà sembrare che noi siamo degli esseri incontentabili; senza pace e sempre all'erta per dir male di chicchessia. Poveri: esseri sbattuti dalla furia della guerra, o forse meglio dalla furia della pace, nel Centro Raccolta Profughi di via Veglia. Un giorno, di buon mattino, sul principio della primavera scorsa, per 'soddisfare chissà quali brame di un direttore trinariciuto. si ventilò l'idea, per la prima volta, di trasferire questi profughi in locali più «igienici e più salubri ». Dalle autorità competenti furono scelte allo scopo le legnaie della villa reale di Monza ed alcuni altri locali alle stesse adiacenti: i locali in parola sempre facenti parte dei servizi della villa stessa. La cosa fu prudentemente, dopo il Primo vago accenno, messa a tacere. Il pericolo sembrava scomparso. Non si sentiva più motivare verbo di spostamenti ed altre amenità del genere. Senonchè la mossa era brillantemente studiata. Cioè in altre parole era necessario far passare il 18 aprile con tutto quanto vi ora annesso, nella più assoluta calma e senza creare malumori. Poi si sarebbe dato il via. E difatti così avvenne. Nei mesi di giugno e di luglio si fecero i primi spostamenti e cominciarono pure i primi dissensi tra i profughi e la direzione del Centro e quella Provinciale. I giuliani, in gran parte accettarono, volenti o meno, di trasferirsi a Monza. Quanto è accaduto durante e dopo il trasferimento è cosa di cui largamente si è occupata la stampa ufficiale senza dimenticare che anche una serie di interpellanze sono state presentate al Governo. Varie gestioni di direttori si sono succedute nella direzione del Centro. Un fluttuare continuo di uomini ed un peggiorare continuo nel sistema di amministrazione di questo sparuto gruppo di 280 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini, chè tanta, è la« forza numerica del Centro. La vita di questi ricoverati è alle esclusive dipendenze della volontà del nuovo direttore, un ex maggiore dei CC il quale ha assunto la direzione senza curarsi di avere la buona grazia di presentarsi ad un gruppo di profughi, che allo scopo si potevano benissimo riunire per dir l'oro: « IO SONO IL,DIRETTORE. BUON GIORNO E GRAZIE. ARRIVEDERCI ».
Tanto sarebbe bastato. Nossignori; si è Preso la briga appena arrivato di chiedere l'ubicazione dell'infermeria e di conseguenza ordinare al personale ad essa addetto di lasciare i locali che in quel momento occupava il servizio in parola per costringerlo in un'unica insufficiente stanzina.
Successivamente era logico far affliggere un ordine di servizio restrittivo per il consumo dell'energia elettrica industriale. Il direttore avrà avuto tutte le sue buone ragioni per emanare un tale ordine, e nessuno pensa di discuterglielo, però prima poteva rendersi conto, osservando di persona, la qualità, più che la quantità, del rancio di cui il Patrio governo nostro, sue mani, ci provvede. Non è né logico né umano, mettersi in buona luce speculando sulla miseria degli altri per presentare alle autorità superiori conti di energia elettrica dimezzati rispetto a quelli precedentemente pagati. Per seguitare: un'altra preoccupazione del direttore è stata quella di far applicare dei numeri indicativi alle Porte degli scomparti ove vivono le famiglie ricoverate. Numeri questi che per formato e sagoma ricordano molto da vicino, e qui si vorrebbe essere in carattere, quelli che si usavano applicare alle rastrelliere dei cavalli in quei tali squadroni. Oggi bisogna adattarsi ai tempi nuovi. Tempi nuovi che concedono ad un direttore di Centro Profughi la facoltà di spostare, muovere delle persone così come fossero delle balle di stracci. Naturalmente tutto questo può avvenire senza chiedere, a puro titolo di cortesia, almeno un'opinione agli interessati. Come se tutto ciò non bastasse, è facoltà del direttore far entrare, dopo la mezzanotte, gli agenti di P. S. in mezzo alle donne ed ai bambini per operare delle perquisizioni. Con quale mandato? in cerca di che? Gli esuli. commentano tutte queste cose e pensano, in cuor loro, che la carica di Direttore di Centro profughi, prima di ogni altra cosa dovrebbe rappresentare ed essere una missione morale. Quando il profugo spera che, se non oggi, almeno domani, riuscirà ad avere una casa ed azzarda ed esprime questa sua giusta ed intima aspirazione in presenza del Direttore, esso interviene affermando con tono pontificale che tutto ciò sarà molto difficile e toglie così la speranza, di riavere un tetto che questi giuliani avevano un tempo e che altri ne hanno fatto rogo e rovina, si Signor Direttore, per salvare la sua casa. Ed ora si potrebbe smetterla con il ridicolo perchè ne Va di mezzo il buon nome ed il prestigio del Governo che provvede agli stipendi. E' perfettamente ridicolo ed assurdo oltre tutto, atteggiarsi a dei colonizzatori in mezzo a della gente che ha posseduto una divisa e che nei secoli scorsi vanta tradizioni non meno illustri di quelle che forse, può vantare la sua terra d'origine. A Monza i giuliani hanno avuto fango, pioggia neve e freddo. Senza riscaldamento, senza vetri e senza porte fino a poco tempo fa. Per tutto questo era necessaria l'ennesima visita dell'ennesimo Ispettore del ministero. Ora a grandi passi si va verso la primavera. Nel cuore di questi esuli intanto cominciano a rinverdire vecchie e nuove speranze. Vi sono quelli che sperano (con il permesso del direttore beninteso) di avere assegnata una casa dalla ripartizione edilizia del Comune di Milano; altri invece che dimostrano la buona volontà di trovarsi loro stessi la casa se il Governo intenzionato a chiudere i campi, come ha dimostrare di esserlo, aumenterà la cifra della somma di liquidazione spettante ad ogni componente il nucleo familiare. In tutti due questi casi i nostri esuli vedranno giunto il giorno per la ricostruzione della famiglia ed avranno raggiunto la serenità che da tempo vanno cercando. (emmeri)


Di seguito alcune foto, dal sito Intranet Istoreto, fra le quali un frammento di pagina del giornale "Eco di Monza" del 1947 che introdusse il nomignolo di "Gabbia Reale", scattate nel Centro Raccolta Profughi nella legnaia della Villa Reale, non propriamente un ghetto ma sicuramente un ambiente ostico.










Febbraio 1951 si costruisce il Villaggio Sant' Antonio per i profughi Giuliani, qui sotto una foto dalla collezione privata di Antonio Cepich, e di seguito un particolare di box al Centro Raccolta Profughi di Brescia in una foto del 1949






Naturalmente l'esigenza immediata di ricostruire quelle vite spezzate si intrecciavano con la necessità di dare un tetto ed una sicurezza economica alla propria famiglia, cercando di raggiungere una situazione di equilibrio psicologico e di stabilità nel vivere quotidiano, Milano in quegli anni era in un momento di fermento edilizio e di ricostruzione, così fu facile creare delle cooperative e dei circoli dedicati in modo da aiutare i profughi a realizzare quelle piccole, ma fondamentali tappe della loro nuova vita lontana dalle terre natie.


Qui sotto 3 immagini, la prima del 1951 riprende la Cerimonia ufficiale, alla presenza del sindaco Antonio Greppi, per la posa della prima pietra della Domus Julia Dalmatica. Costruita e portata a termine in piazza Stuparich nel 1953 dalla Cooperativa per i giuliani, esuli dalle loro città, su progetto degli architetti Camus, Manzini, Ridolfi e Bacci.
Nella terza immagine siamo nel 1954 durante l'inaugurazione ufficiale della Domus Julia Dalmatica alla presenza del ministro Romita.








In questa foto del 1965 Un nuovo edificio realizzato dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati per conto della cooperativa "Adriatica", qui siamo in via Arzaga angolo via Alciati, Archivio ACAdeMI. La seconda foto è una ripresa attuale dello stesso edificio scattata da Simone De Pasquale



Foto di Simone De Pasquale


Nel 1955 si inaugura una nuova costruzione realizzata dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi giuliani e Dalmati, in via degli Astri, 72 alloggi per circa 300 profughi residenti in città, Archivio ACAdeMI



21 Ottobre 1958 nella ricorrenza di San Simeone un gruppo di profughi Dalmati festeggia nel salone del Circolo Giuliano Dalmata di corso Monforte 15.




1950, foto di gruppo di esuli al veglione di capodanno, ospitato nei locali del dopolavoro della Montecatini



1959 Foto di gruppo di Esuli presso il Tempio della Vittoria in piazza Sant'Ambrogio, in occasione dei festeggiamenti del XXIV Maggio, posano presso l'Arco della Venezia Giulia che reca i bassorilievi di Aquileja, Trieste, Pola, Fiume e Zara



Il giorno del Ricordo viene comunemente associato ad un'immagine simbolo che evidentemente colpisce molto l'immaginario collettivo, la famosa bambina con la valigia che sicuramente troverete in una miriade di post dedicati, la posto anch'io, avendo comunque scelto di non metterla in testata, per citarne brevemente le origini.


La bimba si chiama Egea Haffner, ha quattro anni, nata a Pola il 3 ottobre 1941, orfana di padre, gettato nelle foibe, abbandona Pola nel luglio 1946 diretta aCagliari insieme alla madre. Nel 1947 viene affidata alla nonna e agli zii paterni che si erano stabiliti a Bolzano.
Questa fotografia che lo zio, poco prima di lasciare la Città, fa scattare al fotografo di fiducia della famiglia Haffner Giacomo Szentivànyi: a piccola Egea tiene in mano un ombrellino ed una valigia su cui compare un cartello che recita “ESULE GIULIANA 30.001. Lo zio che aveva personalmente vergato la scritta, con la S al contrario, voleva significare che tutti i 30.000 italiani che vivevano a Pola avrebbero lasciato la Città, premonizione che si avverò con circa 29.000 italiani che fuggirono in pochissimi anni.

Questa foto compare in ambito pubblico per la prima volta addirittura nel 1997 quando Egea Haffner la recuperò dal "cassetto" dei ricordi e la concesse per la realizzazione del manifesto ufficiale della mostra “Istria – i volti dell’esodo 1945 – 1956”.

Da qui in poi Egea rappresenta tutti gli esuli sparsi per il mondo che hanno pagato un prezzo altissimo senza aver commesso nessuna colpa, se non quella di essere nata in una terra di confine, in un periodo sbagliato.