domenica 21 giugno 2026

Il Teatro alla Scala e le sue esoteriche, e celebri, apparizioni di Roberto Bagnera

Il Palco Reale del Teatro alla Scala. Foto di Antonella Di Nardo

A Milano non può mancare nulla, anche nel campo dell'esoterismo vanta un suo campionario di manifestazioni dell'Ultratterreno, con i suoi relativi e vivaci fantasmi: dalla Dama del Parco, la Carlina novella sposa precipitata dal Duomo, Antonietta Fagnani Arese, l'amica risanata, in corso Venezia, Lodovico il Moro a cavallo inquieto sotto la ponticella del Castello, le streghe bruciate a Porta Romana, quel soffio gelido che si avverte percorrendo la via Bagnera di notte, persino la danza macabra fra le mura della chiesa di San Bernardino alle Ossa, e via tramandando.

Fra tutti i luoghi infestati non poteva altresì mancare il Teatro alla Scala, sede privilegiata di rappresentazione di quel genere che non a caso si fregia del nome di "melodramma" e drammatiche e tragiche sono molte delle vicende narrate ed orchestrate dai più celebrati autori dell'italica scena lirica: Verdi, Puccini, Leoncavallo, Boito, fra gli altri, temi a volte struggenti, a volte truculenti, con garbo ovviamente, sicuramente suggestivi, ed altrettanto sicuramente preparatori nello "spirito" e nell'aere a favorire il prodursi di fenomeni ricorrenti di apparizioni. 


1956 Maria Callas e la sua sarta di fiducia, Biki, in via Montenapoleone

Una delle abitudini meneghine mai sufficientemente confessate è quel gusto di esagerare che viene applicato in tutti i campi, dagli eccessi dei bagordi in luoghi postribolari leggendari come il Bottonuto, alle dovizie con cui si fanno acquisti nelle gastronomie, fino allo stakanovismo operoso delle aziende e delle fabbriche, ovviamente sempre a passo di corsa, persino in tema di fantasmi quindi: ben 3 sono le entità ectoplasmatiche dello storico teatro.

Maria Callas nel giardino della sua abitazione in via Buonarroti 38. Foto del 1957 di Federico Patellani

Va da sé che il primo gradino del podio spetti alla divina Maria Callas, soprano impareggiabile dalla tecnica sopraffina, tanto sicura dei propri mezzi vocali e del raffinato suo senso dell'udito da aver individuato un punto ben preciso nel palco della Scala, dove raccolse ovazioni e trionfi nel 1951 durante la messinscena dell'opera "I Vespri Siciliani" di Giuseppe Verdi. Questo punto che secondo l'altezzosa diva, era un po' presuntuosetta suvvia ma diva giustificata, anzi "divina", rappresentava la posizione perfetta perchè il suo canto fosse ben percepito da tutto l'ambiente della sala e da quel momento divenne per sempre e per tutti il "Punto Callas"
Perfezionista ma suscettibile e permalosa al contempo, si tramanda che durante una rappresentazione della Norma, tenutasi a Roma nel 1958 fu vittima di un attacco di afonia che ne compromise l'esibizione tanto da dover abbandonare il proscenio sotto lo scroscio di una fragorosa selva di fischi e grida irritate profuse a piena voce dal loggione.

Maria Callas nei panni di Fedora, opera di Umberto Giordano, sul palco della Scala nel 1957

Fischi e grida che la accolsero anche al suo ritorno alla Scala, sottolineando una stecca inopportuna, ovviamente la divina non la prese bene e abbandonò il palco stizzita ed inferocita lanciando una maledizione agli improvvidi loggionisti.
Si dice che ancor oggi il suo spirito si percepisca al mattino nella zona dei loggioni con il malefico intento di spaventare gli ignari frequentatori moderni. 

Museo del Teatro alla Scla. Il busto marmoreo di Maria Malibran,
scolpito da Abbondio Sangiorgio negli anni 1934-36

La seconda manifestazione ultraterrena ha anch'essa un nome altisonante legato al mondo del bel canto, Maria Malibran, eccellente soprano, nata nel 1808, figlia del tenore Manuel Garcia e del soprano Maria Joaquina Sitches Briones, aveva una strada predestinata davanti a sé, aveva capacità di esibirsi da soprano, contralto e persino da tenore se le parti le venivano adattate, fu una fulgida gemma nel panorama lirico dell'Ottocento che animò dall'età di 17 anni, facendosi interprete prediletta nelle opere di Beliini, Rossini, Persiani e Donizetti in primis, una carriera costellata di successi che fu infine bruscamente interrotta a causa di una brutale caduta da cavallo che all'età di soli 28 anni la condusse alla morte.
Ebbe modo di esibirsi in rappresentazioni coronate da grande successo presso il teatro alla Scala, specialmente nel biennio 1834-36, dove si tramanda di interpretazioni sublimi nei panni di Norma della omonima opera di Bellini, di Amina dalla sonnambula, sempre di Bellini, una travolgente Desdemona nell'Otello di Rossini e infine ma non ultima, una indimenticabile Adina nell'Elisir d'Amore di Donizetti, opera per la quale ebbe estro di aggiungere una cavatina di sua composizione dal titolo "Prendi per me sei libero". Raramente si parla di questa vocata ma sfortunata giovane della sua raffinata maestria anche nel comporre arie e motivi musicali, più di 50 sono le opere conosciute a lei attribuite.

Museo teatrale della Scala. Il ritratto della Malibran, nei panni di Desdemona dall'Otello di Rossini, dipinto  nella prima metà dell'Ottocento da Luigi Pedrazzi.

Maria Malibran fu un personaggio importantissimo nello sviluppo del genere melodrammatico nell'Ottocento, fondamentale punto di riferimento che avrebbe potuto risplendere in vette sempre più alte se la sua parabola non si fosse interrotta drammaticamente in quel fatidico 1836. Da allora quel malinconico spirito anima di sè i luoghi che la videro trionfare ed eccellere in vita e fu spesso incontrato negli ambienti prestigiosi del tempio milanese del belcanto. Nel museo dell'istituzione ambrosiana, nella sala dell'Esedra, dove sono conservati i ritratti delle dive del melodramma, si conserva il busto marmoreo scolpito da Abbondio Sangiorgio ed il celeberrimo quadro realizzato fra il 1834 ed il 1838 dal pittore milanese Luigi Pedrazzi (1802 - 1845), molto noto all'epoca per la sua produzione di opere a tema sacro. Una curiosa coincidenza è rappresentata dal fatto che il pittore condivideva con la celeberrima diva l'esser figlio di interpreti del melodramma, Prospero Pedrazzi, bolognese, e la mamma Esther Mosconi, originaria di Bergamo, erano entrambi cantanti d'opera. Luigi Pedrazzi fu per un certo periodo impiegato come figurinista presso il Teatro alla Scala ed è molto probabile che il costume di scena della Desdemona nel quale fu ritratta Maria Malibran fosse da lui progettato. Un ultimo segreto resta da svelare, riguardo il ritratto scaligero, la diva tiene in una mano un piccolo bouquet di fiori: una camelia, un acanto, una rosa, un fior di luppolo ed un'olea fragrans, le iniziali di questi soggetti compongono il nome Carlo, riferimento esplicito all'amante della giovane diva, il violinista e compositore Charles Auguste de Beriot, col quale convisse per 6 anni, dando anche alla luce, nel 1833, il figlio Charles Wilfrid, nel 1836, dopo l'annullamento del precedente matrimonio, durato appena un anno, con l'anziano banchiere francese Eugéne Malibran, i 2 giovani ebbero finalmente l'agio di convolare a giuste nozze.

Il Teatro alla Scala, a destra, in una foto del 1855, a sinistra ancora sussiste il gruppo di edifici che sarebbero stati demoliti nel 1858 per favorire l'apertura di piazza della Scala

Alcuni custodi del museo ancora oggi hanno il gusto compiaciuto di rivelare che esiste anche un terzo fenomeno di apparizione, anche questo soggetto ritornante appartiene all'Ottocento, si tratterebbe di una giovane donna, tutta di bianco vestita che era usa aggirarsi fra i palchi del teatro per poi chiudere la sua visita affacciandosi ad osservare il mondo dalla finestra sita al primo piano sul lato verso via Verdi. Altresì si narra che spesso la luce di quella stanza si accendesse e spegnesse alternativamente in quello che è un rituale esoterico di annunciazione della presenza ectoplasmatica ripreso poi da mille e mille film Horror. Era una leggenda, ed una presenza, molto conosciuta nella Milano dell'epoca, tanto che anche il pittore Angelo Inganni volle ritrarre quella figura di giovine donna affacciata alla finestra di cui sopra nella sua celeberrima tela intitolata "La facciata del Teatro alla Scala nel 1852.  
Angelo Inganni: La facciata del Teatro alla Scala nel 1852. Sotto il dettaglio ingrandito con la giovin fantasma affacciata alla finestra d'angolo al primo piano 


Questa spettrale manifestazione evidentemente impressionava a tal punto i milanesi dell'epoca che si prese la decisione, non è dato sapere quando e da chi, è pur sempre una leggenda, di chiudere definitivamente le persiane della finestra incriminata. si dice che quelle persiane non siano più state aperte da ben duecento anni e voi se passate dalla piazza date un'occhiata all'edificio, lato via Verdi e verificate se è ancora così.

Il Teatro alla Scala e scorcio del lato su via Verdi, in questa foto dal sito museionline la finestra al primo piano ha le persiane chiuse

3 Fantasmi dal carattere ben pronunciato che arricchiscono le memorie e la storia di questa istituzione milanese che tutto il mondo ci invidia, certo ogni teatro del mondo ha il suo fantasma ma qui abbiamo voluto esagerare, vero è che a seconda delle notizie raccolte di volta in volta da vari autori queste 3 personificazioni vengono fatte coincidere diventando di volta in volta la Callas, la Malibran o addirittura la dama nera del Parco Sempione, io preferisco raccontarle come distinte emanazioni di percorsi storici e tradizioni della nostra comune Milanesità, e poi il numero 3, rappresenta, in chiave esoterica, il principio di creazione, di espressione e di sintesi, ovvero la "Perfezione" e chi sono io per non inseguire la perfezione?




lunedì 15 giugno 2026

La Dama Velata del Parco del Castello di Roberto Bagnera


Sicuramente una delle leggende legate ai fantasmi milanesi più intrigante e affascinante è quella che narra di una misteriosa dama che attraversa di notte i viali del Parco Sempione, alcune fonti hanno voluto identificare questa figura come Maria Malibran, celeberrima cantante lirica dell'Ottocento morta in giovanissima età, ma è un'ipotesi disattesa dalla presenza della Malibran, in veste di fantasma, in altro luogo, rimane quindi una dama senza identità dove il fascino dell'ignoto da questo si accresce.
Fra i viali del Parco Sempione ed i cortili del Castello, si aggira il Fantasma di una dama, elegantemente vestita di nero, il volto nascosto da un velo anch’esso nero.

Fra le ombre della notte e la fosca nebbia lombarda, annunciata un profumo di violetta, prende sottobraccio il solitario passante e lo conduce fino ad ad una grandiosa villa magicamente comparsa dopo una svolta dei sentiero percorso.
Tutte le stanze della magione sono parate a lutto, e così parato è anche il sontuoso letto a baldacchino, dove la Dama consuma alfine una notte d’amore con il suo occasionale amante. Dopo l’estasi di inenarrabili piaceri, l’elegante e misteriosa figura riaccompagna il passante per i viali del Parco, riportandolo dove lo aveva incontrato.
Una figura misteriosa percorre il cortile del castello. Foto di Paolo Spinelli

Molti hanno tentato di ritornare sui loro passi senza peraltro mai ritrovare la misteriosa villa.
Quei pochi che hanno osato sollevare il velo della dama sono rimasti sopraffatti davanti ad un indicibile, né descrivibile, spettacolo d’orrore.

La Dama Velata è anche il titolo di un racconto di Albertina Fancetti, edito dall'amico Enzo De Bernardis, che utilizza la leggenda come sfondo delle indagini del Commissario Dondina.



Dondina era il soprannome ironico dato dalla “mala” milanese al capo della squadra volante di polizia Carlo Mazza, in servizio a Milano durante l'Ottocento, un implacabile avversario dei delinquenti, come ci ricorda Paolo Valera in "Milano Sconosciuta", l'unico difetto che aveva era quello di alzare un po' il gomito, tanto che quand'era ubriaco aveva un andatura dondolante.
Morì povero e solo, in ospedale, ma era così amato a Milano da esser preso a protagonista di una nota canzone popolare:

El Dondina quand l’è ciocch
El va intorna a ciappà i locch
E je mena a San Vittor
A sentì quant hinn i or
E sona la voeuna, sona i do
El Dondina l’è su ancamò
Sona i trii, sona i quatter
El Dondina l’è a teater
E sona i cinqu e sona i ses
El Dondina l’è adree a bev
Sona i sett, sona i vott
El Dondina l’è al casott.



venerdì 12 giugno 2026

La Volpe, auto fantasma del dopoguerra di Roberto Bagnera e Rolando Di Bari

La sede della ALCA nel 1947, l'indirizzo all'epoca era via Melzo 26, via Frisi 2, insediata nell'edificio Liberty che fu il Cinema Dumont, capolavoro del 1908 degli architetti Tettamanzi e Mainetti. Oggi sede di una biblioteca rionale. Parziale della rielaborazione cromatica di una foto storica di Michela Crespi

La foto originale  scattata alla sede della ALCA nel 1947, l'indirizzo all'epoca era via Melzo 26, via Frisi 2, insediata nell'edificio Liberty che fu il Cinema Dumont, capolavoro del 1908 degli architetti Tettamanzi e Mainetti. Oggi sede di una biblioteca rionale. 
Di seguito la rielaborazione cromatica di Michela Crespi


L'ex Cinema Dumont fu per qualche anno utilizzato come garage e deposito automezzi della Croce di Santa Rita, come si vede in questa foto Archivio ACAdeMI - Franco Mauri degli anni 80

La lunga storia della produzione automobilistica della città di Milano, che possiamo far risalire al 1900, anno in cui fu fondata l'Isotta Fraschini, è costellata di grandi innovazioni, scelte stilistiche e meccaniche all'avanguardia, con una certa presenza di veicoli elettrici e persino di microcar, quindi l'attuale tendenza di macchine minuscole alimentate dall'energia elettrica non sono certo una novità. Rovistando fra le pieghe di questi centoventi anni ci imbattiamo in una realizzazione che avrebbe potuto sconvolgere il mercato automobilistico del dopoguerra e che invece finì per tramutarsi nella prima grande truffa automobilistica della città, il suo nome era ... Volpe.


Cartoncino pubblicitario del 1947 per la società ALCA

Una vetturetta leggera, spider, progettata da un'azienda creata appositamente per produrne una copiosa serie: la ALCA, acronimo di Anonima Lombarda Cabotaggio Aereo che si occupava di costruzioni aeronautiche, meccaniche ed automobilistiche, con qualche legame con la aero Caproni di Trento di cui con il nome Pegaso era concessionaria.

Il progettista Gioachino Colombo. (Legnano 9 Gennaio 1903 - Milano 24 Aprile 1987)   

I padri effettivi di questo autoveicolo furono il progettista Gioachino Colombo, già all'opera dal 1924 presso l'Alfa romeo e successivamente autore di performanti motori per la Ferrari, e Flaminio Bertoni, scultore e designer, unaninememente considerato il miglior designer di automobili, sue fra le altre sono la Citroen 2 Cavalli e la Citreon DS.

Flaminio Bertoni, scultore e designer. (Masnago 10 Gennaio 1903 - Antony 7 Febbraio1964)

L'ALCA (Anonima Lombarda Cabotaggio Aereo), venne fondata a Milano nel 1947 si dedicò quasi esclusivamente alla realizzazione del progetto di un originale vetturetta spider a due posti, chiamata Volpe, questa avrebbe potuto rappresentare un efficace contributo alla motorizzazione dell'Italia nel periodo immediatamente successivo al secondo conflitto mondiale.
Si prevedeva di affidarne la costruzione in serie a un grande complesso industriale. Purtroppo, l'iniziativa non ricosse il successo sperato e l'azienda dovette rinunciare, nonostante l'autoveicolo presentasse alcune interessanti soluzioni tecniche quali, ad esempio, la carrozzeria portante, il motore a due tempi raffreddato ad aria in posizione posteriore, il cambio al volante con preselettore e innesto delle marce comandato direttamente dal pedale della frizione.

Il fronte con lo scudo e la scritta Volpe. Foto dal sito Autobelle

Una pubblicità dell'epoca. Foto dal sito wheelsofitaly

Una pubblicità su rivista del 1947 invita ad affrettarsi a prenotare questo gioiello della meccanica italiana

La curiosa microvettura era pensata specificamente per soddisfare e rendere possibili i desideri di milioni di italiani, per la prima volta alle prese con l'acquisto di un'auto. Presentata nel 1947 dalla neonata società Anonima Lombarda Cabotaggio Aereo (ALCA), la Volpe ha in realtà ben poco di una automobile come la concepiamo oggi.
Durante una spettacolare presentazione fatta in un teatro romano il 30 marzo 1947, con la partecipazione dell'allora famosa compagnia del comico Erminio Macario, la Volpe viene pubblicizzata come la scelta ideale per la mobilità del dopoguerra italiano. La vetturetta scoperta a due posti è mossa da un motore bicilindrico a due tempi di 124 c, sviluppato dall'ing. Gioachino Colombo, famoso per i primi motori Ferrari) e 6 cavalli a 5.000 giri, piazzato posteriormente e in grado di spingere teoricamente la Volpe a 75 km/h di velocità massima.

Il celeberrimo comico Macario durante la manifestazione di presentazione della Volpe


Lunga 250 cm e larga 102, la Volpe punta tutto sulla leggerezza e la semplicità costruttiva, con un peso totale di 135 chili, la rinuncia del differenziale posteriore (grazie alla ridotta carreggiata del retrotreno), l'avviamento "a strappo" come sui fuoribordo e il gruppo motore-cambio oscillante attraverso un solo ancoraggio alla scocca, come la Vespa Piaggio. L'altezza della Volpe è, a capote chiusa di 106 cm, il cortissimo passo è di soli 150 cm e il diametro di sterzata è di 2,75 metri.


Foto dal sito microcarmuseum

La carrozzeria portante in lamiera d'acciaio aveva linee tondeggianti e ricercate, ma le dimensioni così ridotte, unite all'alto parabrezza in resina sintetica, rendevano ogni persona a bordo più simile a un bimbo sulla macchinina a pedali che a un adulto "in auto".
Il piccolo due tempi era ovviamente alimentato a miscela e raffreddato ad aria, il cambio era un 4 marce (+ retro) privo di frizione, con leva al volante e preselettore, le sospensioni erano a balestra, con quella anteriore trasversale e due mezze balestre longitudinali dietro, assistite da ammortizzatori telescopici.


Foto dal sito Microcarmuseum

L'impianto frenante era affidato al buon vecchio tamburo con comando meccanico (niente complicata e costosa idraulica), due davanti e uno singolo al posteriore. Altri aspetti curiosi e per certi versi risibili del progetto Volpe erano anche le minuscole ruote 4.00 J x 8 pollici e la fragile capote apribile con archetti snodati. Altri dati dichiarati parlano di una pendenza massima superabile del 25 % e di uno spazio d'arresto a 60 Km/h in meno di 7 metri.

Foto dal sito Microcarmuseum

Queste insolite caratteristiche avrebbero forse sortito un buon prodotto a basso costo, se tutto ciò non fosse esistito solo sulla carta: la ALCA infatti, dopo la sfavillante presentazione romana e un discreto battage pubblicitario, non riuscì a costruire più di qualche esemplare di pre-serie della Volpe, molti dei quali probabilmente privi di un motore funzionante.

Foto dal sito Designboom

Con un battage pubblicitario imponente la novella azienda costruttrice aveva catalizzato un interesse sempre crescent e che faceva ipotizzare un successo commerciale importante, la ALCA allestì anche uno stend presso al Fiera Campionaria del 1947.
In queste 2 immagini il padiglione della Volpe alla Campionaria 1947 


Dopo soli 6 esemplari prodotti la Volpe sparì, come la stessa ditta produttrice ALCA, che nel 1948 fu indagata per bancarotta fraudolenta dopo aver intascato gli acconti dei clienti che avevano ordinato la microvettura (circa 300 milioni di lire in totale).
Nella stessa strategia commerciale di lancio si pone l'iscrizione di cinque ALCA Volpe alla prima Mille Miglia del dopoguerra, quella del '47, tre delle quali allestite in una fantomatica versione turbocompressa, priva di capote e dotate di coda aerodinamica arrotondata con poggiatesta integrato.
Le cinque vetture non si presentarono mai alla partenza.

Le 6 vetturette ALCA Volpe che furono prodotte, fra di esse i 5 esemplari iscritti alla Mille Miglia del 1947, schierate in via Melzo di fronte a Casa Guazzoni, Via Malpighi 12 angolo via Melzo, edificio Liberty realizzato nel 1904/06 su progetto dell'architetto Giovanni Battista Bossi.

Nella grossa truffa della "Volpe mai nata" è rimasta coinvolta anche la spagnola Gemicar Internacional Auto S.L. di Madrid, che nel '47 decide di costruire su licenza la Hispano Volpe, versione della microcar italiana per il mercato iberico, Portogallo, Marocco, America latina e colonie spagnole.
Come è facile intuire, nessuno stabilimento madrileno ha mai sfornato alcuna Hispano Volpe.

Materiale pubblicitario della Hispano Volpe

Ancora una foto della sede di via Melzo dove all'insegna originale fu sovrapposta la scritta
Gemicar International Auto


Una pubblicità su rivista del 1947

I pochi esemplari sopravvissuti di ALCA Volpe si trovano oggi in musei o collezioni private, muta testimonianza di un sogno che ha illuso e deluso molti italiani, uno dei primi pasticci nell'Italia del dopoguerra.
La cosa che lascia l'amaro in bocca è che la Volpe aveva per certi versi anticipato e prefigurato alcune delle soluzioni super-economiche che sarebbero poi state adottate su microcar di un certo successo commercializzate quasi dieci anni dopo: in primis la la Kleinschnittger F125, poi la Iso Isetta, la Messerchmitt Kabinenroller (Mival in Italia), la Brütsch Mopetta e la Glas Goggomobil, e che quindi avrebbe potuto essere una indiscussa protagonista nel panorama commerciale delle automobili prodotte a Milano.
Sul mercato del collezionismo inoltre è possibile rintracciare anche qualche pregevole modello in scala della Volpe, dai 60 ai 100 Euro, permettendo agli appassionati del settore di possedere un soggetto storico e insolito.








domenica 7 giugno 2026

Il Mulino Vettabbia Destra di via Ripamonti di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

Il Mulino sulla Vettabbia in via Ripamonti in un'immagine fine Ottocento

Milano, si sa, è una città che si è continuamente modificata nel corso dei secoli, cambiando funzioni, vocazioni e situazioni con il variare delle convenzioni sociali e delle contingenze storiche, trasformazioni che, accompagnate dal famigerato "piccone demolitore", hanno cancellato testimonianze del passato, a volte preservandone lacerti e tracce, a volte, stranamente, conservando esempi cospicui del passato, spesso lasciati colpevolmente al degrado del tempo e dell'incuria, altre volte con illuminato spirito reinventati alla fruizione moderna. tutto questo genera una sequenza di contrasti spazio-temporali che sono in definitiva la vera caratteristica del capoluogo lombardo, contrasti architettonici, storici, spaziali, che a volte confondono, straniano, e pure straziano il nostro cuore di archeologi metropolitani.

Lavori di costruzione del nuovo ponte sulla Vettabbia in via Ripamonti, in questa foto del 1931 di E. Montesi si riconoscono sulla sinistra le strutture del Mulino sulla Vettabbia

Uno dei percorsi più interessanti in quest'ottica è quello legato al mondo delle cascine, e quindi del passato agricolo della città, edifici funzionali all'agricoltura la cui proliferazione fu dovuta alla ricchezza di corsi d'acqua, fontanili e risorgive di cui il territorio era abbondantemente dotato, fino alla fine del secolo scorso scampoli architettonici di questo operoso passato erano ancora leggibili fra le pieghe della cortina urbana anche nelle zone più centrali, molti poi sacrificati dalla necessità di nuove costruzioni. Il mondo delle cascine rimano oggi relegato ad alcune realtà periferiche che proseguono tutt'oggi le attività agricole nelle propaggini estreme della città, fra Barona, Baggio, Vigentino e antichi borghi oggi inurbati. 

Via Ripamonti, la cascina Molino Vettabbia Destra, anni 60, Archivio ACAdeMI

Percorrendo la via Ripamonti in direzione periferia, oltre la circonvallazione dei viali, poco dopo il ponte sulla ferrovia, poco oltre l'incrocio con la via Serio, sulla sinistra, sarà facile imbattersi in un viottolo dall'andamento curvo, la targa viaria cita: i numeri civici 101 e 103 di via Ripamonti, lambito sul lato sinistro dal letto della Vettabbia, ci conduce verso un piccolo edificio dall'aria vetusta, per quanto ben tenuto e recentemente restaurato, che rappresenta un'autentica sorpresa nel panorama degli edifici storici legati al passato agricolo cittadino: la struttura di un mulino un tempo operosa fucina di macinazione di cereali, frumento e risi. 

Scorcio del viottolo di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Via Ripamonti, il Mulino in una foto del 1983, Archivio ACAdeMI - Franco Mauri

Non tutti Sanno che la roggia Vettabbia era un'importante arteria nel sistema idrologico di Milano, raccogliendo il flusso di altri corsi, Seveso, Sevesetto, Nirone, Molia, Garbogera, per poi sfociare nel Lambro a Melegnano. il nome di questo canale ci racconta Landolfo Seniore, vissuto nel secolo XI, deriva dalla parola latina vectabilis, ovvero trasportabile, capace di trasportare, questo perché al tempo dei Romani era navigabile e raggiungeva il Po attraverso l'apporto del fiume Lambro. 

Scorcio della Vettabbia in via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Oltre a questo la Vettabbia riceveva anche le acque dell’Olona, un tempo deviate per far entrare il fiume in città all’altezza dell’attuale piazza Tripoli, generando il canale detto Vepra, che scorreva fino a piazza Vetra ove si congiunge alla Vettabbia. Nel dipanarsi del suo percorso attraverso la città la Vettabbia attraversava poderi e mulini che attingevano alle sue acque rispettando un rigoroso codice di approvvigionamento, gestito dal Consorzio Venerando della misericordia, che faceva capo al Monastero di Chiaravalle, che dettava le regole sul consumo di acqua e gli orari in cui questo era permesso. 

Via Ripamonti, il Mulino in una foto Archivio ACAdeMI - Roberto Bagnera del 2013

Ben 20 bocche di presa e 11 mulini movimentavano questa roggia dall'imprescindibile importanza nell'economia della città di un tempo. Un delle caratteristiche un tempo tramandate relative alla Vettabbia decantava la temperatura delle sue acque, mai troppo fredda, che incrementava la fertilità delle terre fra cui scorreva e favoriva diverse attività che dalle acque traevano vantaggio, fossero conciatori di pellame piuttosto che tintori o fabbricanti di carrozze, contadini e riserie. 

Il Mulino sulla Vettabbia al termine del viottolo di via Ripamonti.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Fra queste attività spiccavano soprattutto quelle relative ai mulini dove i "molendina" esercitavano l'attività di mugnaio ricavando farine da grano, granturco e cereali, talvolta occupandosi di follatura dei tessuti e perfino la lavorazione dei metalli, traendo energia e profitto dalla ruota di legno movimentata dalla corrente, lavori redditizi che durarono finchè, durante l'Ottocento, l'inquinamento del corso non creò una situazione irreversibilmente dannosa.

Stralcio della Mappa di Milano del Catasto Teresiano Lombardo Veneto (1856) riferita al tratto di zona in cui ancora sussiste il mulino oggetto del nostro articolo

L'edificio del Mulino giunto fino a noi presenta dei corpi di fabbrica forse riferibili al 1848 che sono stati oggetto di un risanamento e riadattamento in funzione abitativa avvenuto negli anni fra il 1983 ed il 1989 a cura degli architetti Gian Piero Siemek e Marta Espanet, In precedenza la struttura molitoria aveva già dagli anni 20 del Novecento cessato le sue funzioni primarie, alcuni documenti attestano fino alla fine dell'Ottocento la produzione di farine ed affini, nel corso degli anni ha ospitato una componente urbana mista fra abitazioni private e piccole attività artigianali, nel viottolo da via Ripamonti sussiste ancora la sede di un elettrauto.

All'interno dell'edificio sono conservate alcune fotografie che testimoniano la situazione del mulino prima dei lavori di restauro degli anni 80. foto del 2026 di Filomena Schiattone.

Le architetture preservate con gusto e attenzione filologica sono molto probabilmente quello che ci rimane di un ben più ampio agglomerato agricolo, consultando infatti la cartina più sopra ci suggerisce questa interpretazione anche in virtù della presenza di ben tre soggetti dedicati all'attività molitoria:  "Molino Vettabbia di sopra", "Molino Vettabbia di mezzo" e "Molino Vettabbia di sotto".

Il fronte con l'ingresso e la targa semicancellata dal tempo.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Primo piano della tipica torretta con una graziosa altana.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Superata la volta di ingresso ci accoglie una storica e milanesissima rizzada, traccia e testimonianza del tempo agricolo che fu. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra ha origini piuttosto antiche, intorno al Seicento, e viene già attestato nel Catasto Teresiano del 1756, sul fronte dell'edificio è ancora leggibile, sia pur parzialmente una targa che ricorda l'appartenenza amministrativa all'Ottavo Mandamento dei Corpi santi, cioè il comparto di Porta Romana. Un'altra targa fa riferimento ad una sala macchine ma allo stato attuale non sono rimaste tracce né della ruota, né di meccanismi o manufatti riferibili alla funzione primaria dell'edificio.

Affaccio sul cortile. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

La scala, aggiunta durante i restauri per garantire l'accesso indipendente ad uno degli appartamenti ricavati dall'edificio. sulla destra si legge la scritta, anch'essa consunta dal tempo: Sala Macchine. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Un recupero architettonico che definisco decisamente felice che ha riqualificato una struttura di origine manifatturiera ed agricola senza snaturarne l'essenza, ottenendo un impatto visivo ed ambientale gradevole e suggestivo, quante altre cascine abbiamo in Milano che beneficerebbero di queste illuminate ristrutturazioni?

Scorcio dalla corte del Mulino di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra è testimone silenzioso di una città che fioriva del suo commercio e delle sue produzioni sfruttando la naturale ricchezza delle acque presenti nel suo territorio per generare benessere e vitalità ai suoi abitanti, con un passo non necessariamente più lento rispetto ai ritmi della metropoli odierna, ma sicuramente più rispettoso delle necessità quotidiane dei cittadini ambrosiani di allora.