lunedì 25 maggio 2026

Conosci Carlo Codega? di Roberto Bagnera

Ritratto di Giovane Gentiluomo Dipinto fra il 1730 ed il 1735 dal pittore Fra' Galgario. Al secolo Giuseppe Ghislandi. Foto dal sito della Fondazione Lisio

Usava un tempo, quando il dialetto, pardon, la Lingua Milanese echeggiava ancor nell'aere della città, riempiva le bocche ed il dire dei meneghini sempre indaffarati ed operosi un'espressione molto ricorrente: "I Temp del Carlo Codega", pronunciato con malcelato orgoglio di appartenere alla corsa verso il futuro e la modernità dell'intera città.

Si tratta di un modo di dire che definisce un periodo molto vecchio, quando appunto c'era il famigerato Carlo Codega, in milanese pronunciato Cùdega, non era ovviamente un personaggio reale ma la trasposizione simbolica del concetto di cosa superata, vecchia e stantìa, da rigettare quindi con sdegno, volgendo il volto a sempre più nuovi orizzonti o conquiste.
Secondo una versione troppo accademica per essere credibile si rimanda la genesi di questo modo di dire al Settecento, quando Milano era una città molto poco illuminata e i nobili ed i ricchi, quando andavano in giro con il buio, si facevano precedere da un servo munito di lanterna che era detto "codega" per la funzione che svolgeva.
Sembra infatti che tale nome derivi dal greco "odegos" (guida), ed anche in tempi più recenti "codega" era il nomignolo che veniva dato a quei fattorini muniti di ombrello addetti ad accogliere i clienti quando pioveva.
Lo stesso nome era anche usato per coloro i quali riaccompagnavano a casa le ragazze dopo spettacoli o altro.
Sempre al Settecento si fa risalire la seconda teoria: quando era invalsa la consuetudine presso gli uomini di lisciarsi i capelli utilizzando del grasso di maiale, cioè applicando la cotenna di maiale (codega) sul codino per mantenerlo compatto e lucido.

Parrucca maschile del Settecento ed il set di accompagnamento.
Foto dal sito della Fondazione Lisio


Con l' espressione " i temp de Carlo Cudega.." si intende appunto dire: "quando si usava la cotenna per acconciarsi i capelli", cosa passata ormai in totale disuso, già nel 1800 e considerata perciò estremamente adatta ad indicare qualcosa di vecchio e assolutamente sorpassato.
Una terza teoria si rifà al fatto che, nel primo Ottocento, il servo delle vecchie casate veniva chiamato codega, perchè indossava la marsina con le falde (cioè i codegh), il senso è ovviamente lo stesso, cioè di qualcosa di superato.

Meneghin Peccenna, reverissi signoria ...


Mi si consenta infine di accennare, quanto a fittizie figure, a quel genuino e geniale parto dell'estro inarrivabile di Carlo Maria Maggi che va sotto il nome di Meneghin Pecenna, laddove Meneghino è diminutivo di Domenichino, ovvero il domestico che serviva solo la domenica alcune famiglie nobili decadute nel censo e nel lustro e che quello solo si potevan concedere. Pecenna invece rimanda a pettine e parrucchiere e difatti questo servitore aveva l'incarico di curar le acconciature di chi lo aveva assunto e chissà quante cotenne dovette allisciare durante gli anni suoi, portando egli stesso un regolar codino, ma pettinandone al contempo i vizi e i vezzi poichè pettinare era sinonimo di spettegolare ...ma questo esula dal nostro tema ed è disquisizione ormai da andeghee.

domenica 24 maggio 2026

Spiccioli Milanesi: Aeromappe Futuriste alla Stazione Centrale di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

 

Stazione Centrale, Sala d'Attesa di IIIa Classe con le piante delle Città d'Italia di Marcello Nizzoli
Foto del 1931 dall'archivio del Dizionario d'Arte Sartori.

Qui sotto un'altra immagine, con vista frontale della Sala d'Attesa di IIIa Classe, sempre del 1931
Civico Archivio Fotografico di Milano


Fra le mille e mille declinazioni dell'apparato decorativo della Stazione Centrale progettata da Ulisse Stacchini ed inaugurata nel 1931, con un linguaggio architettonico spesso ispirato da stilemi di origine orientale in cui si innesta un profluvio di dettagli Liberty, Deco e monumentali in stile anni 30, fra di essi non poteva certo mancare una presenza futurista, movimento sorto a Milano nel 1909 e che della velocità e del movimento aveva fatto i suoi capisaldi coinvolgendo un nutrito numero di artisti e scrittori della scena italiana nei primi decenni del Novecento. Marcello Nizzoli, nato a Boretto nel 1887, già dal 1914 aderisce alle scelte espressive del Futurismo e dopo il suo trasferimento a Milano nel 1928 stringe ancor di più i suoi rapporti col movimento, negli anni 30 realizza per la sala d'aspetto di III Classe della Stazione Centrale una serie di 6 affreschi dedicati alle città d'Italia. Si tratta di aerovedute di mappe stilizzate di Assisi, Bologna, Napoli, Padova, Pisa e Trieste, prospettive all'epoca sicuramente insolite ed intriganti.

Marcello Nizzoli in posa con l'iconica Lettera 22

Marcello Nizzoli ebbe nel coro dei decenni successivi una brillante carriera nel campo del design, collaborando attivamente, fra altri con Olivetti per cui realizzò la famosa macchina da scrivere Lettera 22. Nel 2005, con la creazione della Società Grandi Stazioni iniziano dei lavori particolarmente impattanti per riattualizzare gli spazi, le strutture ed i servizi dell'edificio concepito dallo Stacchini, lavori che hanno trasformato in spazi commerciali anche ambienti ormai non più funzionali alla modernità come le sale d'aspetto, fra queste si registra la triste evoluzione di quella di Terza classe, quella contraddistinta dalla presenza degli affreschi di Nizzoli, che attualmente ospita una sede della Feltrinelli che fra scaffalature ed uso massiccio di faretti oscura ed umilia l'apparato decorativo originale: praticamente un crimine d'arte.

Nelle immagini successive le 6 raffigurazioni delle città d'Italia nei preziosi scatti di Filomena Schiattone, che evidenziano le invadenti fonti luminose ambientali.

Assisi


Bologna 


Napoli


Padova
Pisa 

Trieste 





sabato 23 maggio 2026

Spiccioli Milanesi: Selfie Ante Litteram alla Stazione Centrale di Roberto Bagnera

Stazione Centrale, Salone delle Ex Biglietterie, al centro i bassorilievi realizzati dallo scultore Alberto Barzoni. Foto di Mimi Fructuoso

Inaugurata il 1 Luglio 1931, la monumentale Stazione Centrale di Milano venne eretta su progetto dell'architetto Ulisse Stacchini che nel 1912 aveva vinto il concorso per l'attribuzione dei relativi lavori. L'apparato decorativo del monumentale edificio, costituito da statue, bassorilievi, mosaici e arredamenti originali, ovvero creati appositamente, presenta una singolare coniugazione di elementi Liberty, Deco e Anni Trenta dovuta al perdurare della realizzazione nel corso dei decenni. Un impianto visivo e strutturale imponente, non privo di soluzioni tecniche all'avanguardia, ricco di dettagli e opere d'arte, con un'impianto architettonico che ho sempre amato definire Assiro - Milanese.
Questa epocale realizzazione ha sempre subito un impianto critico e negativo, sicuramente dovuto all'esser figlia del simbolismo monumentale proprio del Ventennio, venuto ad essere indigesto e rinnegato nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale ed all'inevitabile crollo del Regime Fascista.
Osservando con spirito neutro ed occhio attento però non potranno sfuggire i mille dettagli che impreziosiscono l'architettura e che, unitamente al Palazzo di Giustizia compagno di bocciature storico/critiche, costituiscono un insuperabile catalogo di arti e gusto dell'epoca che avrebbero dato genesi e struttura ai molteplici movimenti di gusto del secolo XX.
Fra i vari artisti, pittori, scultori, mosaicisti, mastri vetrai, che hanno forgiato l'immagine stessa della stazione, mettiamo in evidenza lo scultore Alberto Bazzoni, nato sul finire dell'Ottocento a Salsomaggiore, già dal 1926 è a Milano dove è particolarmente attivo ed apprezzato per le sue opere in virtù delle quali viene cooptato dallo Stacchini e si produrrà in moltissimi e significativi bassorilievi per la Stazione.
Nel salone delle biglietterie spicca il ciclo, realizzato fra il 1928 ed il 1931, dedicato alla Celebrazione del Mito di Roma, voluto e finanziato dal Ministero delle Comunicazioni del Regno d'Italia, si tratta di 6 scene che rappresentano la storia di Roma nei suoi punti Salienti:

- Enea che sbarca sul lido italico
- La fondazione di Roma
- Il ratto delle Sabine
- Il trionfo di Giulio Cesare
- Ottaviano Augusto in Senato
- L'apoteosi di Roma

Proprio in 2 di questi bassorilievi si cela un curioso vezzo dell'artista, quello di autoritrarsi all'interno degli episodi scultorei, particolare questo molto poco conosciuto ai visitatori della immensa struttura.
Nella scena dedicata al discorso in Senato dell'imperatore Ottaviano Augusto, fra i togati senatori, sulla destra dell'opera ecco comparire Alberto Bazzoni stesso insieme all'architetto Ulisse Stacchini, dando così vita ad un selfie ante litteram.

Ottaviano Augusto in Senato. Foto di Dimitris Kamaras


Lo scultore Alberto Bazzoni ritratto negli anni durante i quali lavorava presso la stazione

Particolare del gruppo scultoreo che ritrae Bazzoni, a sinistra, e Stacchini, a destra

I due protagonisti dell'autocelebrazione in una foto anni 30 di Armando Bacchelli


Non pago di questa autocelebrazione il nostro si ripete anche nel gruppo scultoreo della Fondazione di Roma dove raffigura di nuovo sè stesso, questa volta con la propria famiglia, all'estremità destra dell'opera.

Le scena raffigurante la Fondazione di Roma. Foto di Zairon


La famiglia di Alberto Bazzoni in una foto anni 30 di Armando Bacchelli


L'idea dell'autoritratto, o meglio dell'autocelebrazione, nel variegato mondo delle arti non né cosa nuova, né cosa insolita, ma sono particolari difficili da cogliere in prospettiva temporale, quando la notorietà degli autori non condivide la contemporaneità dei fruitori, così diventano curiosità che qualcuno deve assumersi il compito di rivelare così come è mio piacere aggiungere un particolare da un'altra opera monumentale della città: la Sestiga dell'Arco della Pace, opera dello scultore Abbondio Sangiorgio, che trovò opportuno raffigurar sè stesso in un cartiglio sul cocchio.
Dettaglio del cocchio della sestiga sull'Arco della Pace, il cartiglio a sinistra contiene l'autoritratto dello scultore Abbondio Sangiorgio. Foto di Fabiano Gallazzi




venerdì 22 maggio 2026

Spiccioli milanesi: I Segreti del Camparino di Roberto Bagnera

 

Il bancone del Camparino in piazza del Duomo. Foto dal sito aziendale Campari

Fra i simboli della Milano da Bere, della città operosa i cui figli si distinguono i vari campi, v'è sicuramente il Camparino, detto così per distinguerlo dal Campari, locale più grande sempre in piazza del Duomo, all'accesso della galleria, prezioso centro di socialità ed espressione verace del culto tutto meneghino dell'aperitivo.
Lo storico locale fu aperto nel 1867 da Gaspare Campari e fu poi il figlio Davide nel 1915 a progettare l'attuale arredamento del locale nel 1915 sostituendo gli originali arredi stile Impero con le raffinate realizzazioni Liberty/Deco di Eugenio Quarti, con l'intervento di Alessandro Mazzucotelli per i ferri battuti e il pregevole e spettacolare mosaico realizzato da Angelo D'Andrea.


Foto storica dal sito aziendale Campari

A questa storica mescita sono legati anche piccoli particolari curiosi come quello dell'Angiolin, angioletto, del Campari, quasi nessuno ricorderà quella statuetta raffigurante un un putto, definito come angioletto che veniva esposta all'interno del locale Bar Campari in Galleria, si trattava di una piccola chicca degli usi e costumi meneghini nei primi decenni del secolo scorso quando faceva bella mostra di sé una piccola scultura , amatissima dai milanesi.

L'Angiolin in una foto storica

La statuetta ritratta all'interno del Camparino nel 2006. Foto di Marco Brosoli


La locandina relativa all'esposizione dell'agosto 2006 della statuetta.
Foto di Marco Brosoli

Si tratta di una scultura in marmo, del tardo Ottocento, opera del pavese Giovanni Spertini, raffigurante un puttino a cavallo di un delfino che esce da una conchiglia, il putto regge sulla testa un cestello che veniva utilizzato dai frequentatori del locale per depositarvi bigliettini d’amore ed altri dolci messaggi trasformandosi da angioletto in complice Cupido: ingenui frissons dei nostri nonni.
Nel 1919, dopo la fine della Grande Guerra, l'Angiolin era stato trasferito nella sede della Direzione Campari in via Turati e successivamente nella Direzione di Sesto San Giovanni da dove il «Camparino in Galleria» in quel momento proprietà di Teresa Miani e Orlando Chiari, lo ha recuperato e nell'agosto del 2006 ritornò brevemente all'interno del Camparino.



Altra curiosità è legata alla Voce del Padrone, nota casa discografica, emanazione italiana della britannica His Master's Voice, che per decenni ebbe sede a Milano in viale Umbria, in un garbato edificio anni 20 oggi coinvolto un una demolizione/edificazione che conserverà alcune parti di facciata innestandole in un edificio molto più voluminoso.

L'immagine iconica delle produzioni discografiche della Voce del Padrone

Fra gli anni 30 e 60 del secolo XX in galleria era sito il negozio della Voce del Padrone, quello di cui tutti ricordiamo il marchio con il grammofono e il cagnolino che scodinzola, una caratteristica di questo esercizio era la possibilità di ascoltare in loco la musica preferita. Acquistato un gettone alla cassa ci si accomodava nel reparto ascolto, entrando in uno dei 32 scompartimenti allestiti per una miglior esperienza di relax, si introduceva in una fessura il gettone che scivolava verso i locali sotterranei dove solerti impiegati, osservando il numero indicato, si affrettavano a prendere il disco corrispondente al codice e a posarlo su di un grammofono sopra il quale 5 tubi permettevano di convogliare il suono fino alle estasiate orecchie del committente.

Una storica pubblicità del negozio in Galleria

Ben 32 grammofoni e 160 tubi rappresentavano la cospicua attrezzatura della voce del Padrone, alcuni tubi, seppur tranciati, sopravvivono nel sotterraneo del popolare Camparino in Galleria.

Nell'immagine Archivio ACadeMI, una serie di tubi che ancora sopravvivono nel locale sotterraneo del Camparino


Ultima curiosità il Camparino in Galleria, ovviamente ligio ai criteri costruttivi ed alla distribuzione degli ambienti tipiche dell'Ottocento, non aveva un proprio bagno nel locale, era situato al fondo di una scala cui si accedeva da una porticina in Galleria che dava accesso ai magazzini, alle cantine ed al locale Toilette. Oggi dopo il cosiddetto restyling del 2019 la situazione non è più così, resta però il ricordo degli addetti del bar che, soprattutto in giornate piovose, conducevano i clienti, riparandoli sotto un ombrello, fino all'agognata "ritirata".



lunedì 18 maggio 2026

Spiccioli Milanesi: La Stazione Dipinta di Roberto Bagnera e Franco Mauri

 Le foto di questo servizio sono del 1992 di Franco Mauri

Archivio ACAdeMI - Progetto Milano Policroma

Locomotive alla Stazione, fronte lato via Spoleto


Una realizzazione policroma, un murale con effetti trompe-l'oeil incredibilmente poco conosciuto, data anche la sua ampia superficie, e altrettanto incredibilmente quasi mai fotografato, per non dire ignorato addirittura, mi è capitato di vedere un breve video girato in zona da un noto personaggio del web meneghino che ne inquadra un pezzo sullo sfondo ma non degna al soggetto nemmeno un cenno e non ne riprende lo sguardo in nessun'altra sua produzione.

Spaziose vetrate vengono meticolosamente pulite. Fronte verso via Spoleto

Si tratta come sempre dell'ingrato destino che incombe sulla Milano Minima, su quei dettagli che impreziosiscono la trama ambientale della città, quella discreta punteggiatura, oserei dire, che ormai non si usa più ma che da sola rende il vero carattere del discorso, di quel linguaggio fatto di codici paesaggistici, storici, architettonici, tradizionali che rappresentano i pilastri della definizione stessa di Milano.

Un'altra vista del murale prospiciente la via Spoleto

Ci troviamo a due passi dalla Stazione Centrale, zona NoLo, Nord Loreto, come la si chiama oggi, qui sui muri perimetrali di un edificio che corrisponde a via Spoleto 4 che, attraverso il cortile di un'autorimessa, si estende fino al civico 25 di via Popoli Uniti, una felice raffigurazione a tema stazione e trasporti fa bella mostra di sè con vivaci colori e ravviva con maestria una zona che altrimenti darebbe un'immagine ben triste.

Vista dall'alto, da Google Street View, che ben evidenzia come sia ampia la superficie interessata
dall'intervento pittorico, a sinistra il lato verso via Popoli Uniti, a destra il lato che dà su via Spoleto

Sulle superfici dipinte possiamo ammirare una rappresentazione policroma della Stazione Centrale stessa, con tanto di arcate tipiche e vista frontale di storiche locomotiva, al centro un uomo intento a pulire un'ampia vetrata, una famiglia infine fa capolino da altre più piccole vetrate e saluta i passanti, fra questi è raffigurato l'architetto Cocito che cui si deve l'idea di questa realizzazione creata nel 1991, notizia questa che ci perviene dalla pagina FB NoiZona2 (https://www.facebook.com/noizona2) attraverso il commento dell'utente Carolina Laila. 

Dettagli del murale lato via Spoleto

A chiusura del murale infine, sul lato di via Popoli Uniti, è di scena una bella decorazione policroma arborea, disposta in colonne che intervallano le finestre lato strada.

Una Milano che sempre sa avvincere, sorprendere e soprattutto entusiasmare anche con un tocco raffinato di allegria ed armonia policroma.

Dettagli del murale lato via Spoleto

Dettagli del murale lato via Spoleto

Dettagli del murale lato via Spoleto

Dettagli del murale lato via Popoli Uniti

Dettagli del murale lato via Popoli Uniti

Il tema arboreo policromo sulla parete del civico 25 di via Popoli Uniti

Il tema arboreo policromo sulla parete del civico 25 di via Popoli Uniti





martedì 21 aprile 2026

Il Pan de Mej di Roberto Bagnera


Pan de Mej e Panera. Foto Associazione SAN MARCO RHO


Pan de Mej, Pan Meino, Panigada, Pangialdina, il nome di questo antico dolce cambia a seconda della zona ove viene gustato e prodotto, è diffuso un po' in tutta la regione lombarda e specialmente nelle provincie di Lecco, Como, Lodi, Pavia, Monza Brianza e, naturalmente, Milano. Il suo nome deriva dalla parola Miglio, Mej in lingua meneghina, ed è un ingrediente che nell'antichità era usato spessissimo, lo si utilizzava generalmente per produrre il pane, mischiandolo ad altre farine. Il pane di miglio era un tempo il più economico degli alimenti. Era un pane giallo, originariamente a grande taglio, che si confezionava in forme a tronco di cilindro, denominate ruote, da qui il modo di ordinarle dal fornaio: una roeuda de pan de mèj. (Una ruota di Pan di Miglio)

Pan Meini appena sfornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di piazza Salgari.


Dal fornaio lo acquistavano i poveri, perché costava meno del pane di farina di frumento.
Per l'originale umiltà di questo alimento a Milano si soleva dare del ladro di pan di miglio al poveracci, ai quali non si può quasi far colpa di un peccato, perché lo commettono per disperazione,  da qui il detto "On lader de pan de mèj". Con il tempo, il normale pane di miglio, si trasformò in un delicato dolce zuccherato che, secondo la tradizione, veniva preparato il giorno di San Giorgio, 23 aprile per il calendario ambrosiano, data antica in cui si stipulavano i contratti per la fornitura di latte tra mandriani e lattai.
Un tempo la ricorrenza si legava alla transumanza dei Bergamini, pastori, che dalle provincie di Bergamo, Brescia, Lecco e viciniori, iniziavano il viaggio verso Milano per approvvigionare la città con il latte delle proprie bestie e vi giungevano proprio nel giorno dedicato al santo.

Pronti per essere infornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di piazza Salgari



Un'altra versione riferisce di un'origine un po' più truculenta per questa tradizione e si lega al quartiere ancor oggi chiamato Morivione.

In via dei Fontanili, al Vigentino,  sopravvivono i resti di una chiesetta rurale detta Sacra Famiglia in Morivione, restaurata da privati in anni recenti.
Il Ponzoni, nel suo libro “Chiese di Milano” lo data al 1786 anche se da alcuni documenti risulta essere più antico se fu ampliato nel 1676 (Archivio Curia Arcivescovile).
E’ una chiesetta a navata unica, con il tetto sporgente ed una facciata sobria, ha una pregevole pala a bassorilievo che rappresenta la sacra famiglia.
Il nome deriva dal testo di una lapide “Qui Morì Vione”, che in tempi antichi indicava il luogo ove questo personaggio passò a miglior vita, e finì per indicare il circondario stesso.

Scorcio di via dei Fontanili e la chiesetta della Sacra Famiglia in Morivione, Foto di Giancarlo Mainardi

Vione, chi era costui?
Esistono diverse versioni a tal proposito Forse Vione era un generale Franco che rimase ferito durante i sanguinosi combattimenti contro i longobardi di re Alboino e che giunse stremato durante la ritirata a Milano solo per morire di cancrena sulle rive del Ticinello.
Secondo un’altra tradizione tal Vione Squilletti era un mercenario veneto che alla guida dei suoi sgherri saccheggiava il territorio del milanese finchè non fu sconfitto ed ucciso dalle truppe di Luchino Visconti nella località suddetta.
Terza versione, quella popolare e quindi per noi più accreditata, tramanda che questo Vione fosse un feroce bandito che alla guida di 600 masnadieri avrebbe tentato addirittura di impadronirsi della città, era il 1236 ed il 23 aprile, giorno di San Giorgio, unico punto in cui le tre versioni trovano accordo, ed il brigante trovò la morte in quel borgo racchiuso fra la Vettabbia ed il Ticinello, e qualcuno per rammemorare la sospirata liberazione dalle angherie di quel losco figuro incise la lapide di cui sopra.
Si dice che in quel giorno le campane suonassero a festa e che le donne del borgo offrirono ai soldati che le avevano liberate latte fresco, panna e uova.
Nacque così una festa che ancora negli anni venti del secolo scorso faceva accorrere famiglie a frotte nelle osterie del Vigentino: La Panerada, festa della panna, dove il dolce nettare veniva servito nelle tazze di maiolica e accompagnato dal prelibato Pan de mej dolz, il tipico dolce di farina di miglio e fior di sambuco.
Da quel giorno San Giorgio venne assunto come protettore dei lattai che abitavano la zona.

Appena sfornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di Piazza Salgari


Un'antica tradizione, ancora in auge nel secondo dopoguerra, consisteva nell'offrire un dolcetto ed una tazza di panna nel giorno dedicato a San Giorgio in questo modo i lattai si ingraziavano il santo protettore, un po' come avveniva a Natale quando i fornai erano usi offrire una fetta di panettone come buon auspicio, oggidì non accade più, con rammarico e nostalgia per le usanze e i modi di convivenza sociale trasformati sempre più in pallidi ricordi.

Oggi il prelibato dolce compare a profusione nelle panetterie e pasticcerie delle zone vocate ed allieta con colore e profumo vetrine ed animi nei giorni vicini alla ricorrenza di San Giorgio, ancora qualche abile signora si ingegna a produrlo in casa e noi volendo favorire questa gradita iniziativa, ben volentieri proponiamo la ricetta tipo del Pan de Mej.


Fragranti e profumati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di Piazza Salgari

Ingredienti:

100 g di farina bianca
100 g di farina gialla a grana grossa
100 g di burro
100 g di zucchero
4 uova
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di lievito in polvere
panna

Lavorate a lungo i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto gonfio e spumoso, aggiungetevi il burro ammorbidito, le due farine, il sale, il lievito.

Fate riposare la pasta e poi suddividetela in sei parti.

Date a ogni porzione di pasta la forma di una palla e poi schiacciatele come se fossero pizzette.

Cuocete in forno già caldo a 160 gradi per quindici minuti: devono prendere un bel colore dorato.

Sfornate, fate raffreddare e servite con panna liquida freschissima.







la Panerada.
Si celebrava il 23 aprile, San Giorgio, che a Milano, per via del Rito Ambrosiano, cadeva un giorno prima che nel resto del mondo Cristiano.
Nei forni pubblici si sfornavano tonnellate di biscotti detti pan de mej, cioè pane di miglio, col tipico colore giallognolo e aromatizzati coi fiori di sambuco, che sbocciavano proprio in quelle settimane prima della festa.
I biscotti erano poi "pucciati" nella panera, cioè nella tipica panna prodotta durante la prima bollitura del latte.
Le origini delle Panerada vanno cercati tra l'antica usanza dei Bergamini di iniziare la transumanza dalla Pianura Padana attorno a Milano verso le Alpi proprio nel giorno di San Giorgio; nello stesso giorno, prima della partenza, i Bergamini, cioè gli allevatori bergamaschi, bresciani e lecchesi, firmavano gli accordi coi lattai milanesi. Per celebrare l'accordo raggiunto sul costo al litro del latte fresco, veniva bevuta una tazza di panera fresca.
Il fatto che proprio negli stessi giorni venissero sfornati i tipici dolcetti, finì per unire le due tradizioni.
Vi è poi una seconda ipotesi circa l'origine della Panerada ed è legata al quartiere storico di Morivione, oggi tra via Bazzi, via dei Fontanili e via Bernardino Verro.