lunedì 28 settembre 2026

Bianca Erba, una storia tutta milanese di Marco Rossi Lecce

Questo scritto era stato postato nel gruppo FB "RIFONDAZIONE MILANO POLICROMA" ed ha avuto un grande successo, allora abbiamo pensato di postarlo anche qui, dove raccogliamo testimonianze e ricordi della nostra città e dei suoi protagonisti.


Ecco, questo è un ritratto fotografico, del 1920-25 circa, dipinto a colori, come si usava all'epoca, di mia nonna materna Bianca Erba. Nonna era la pronipote di Carlo Erba, il famoso farmacista, che in seguito fondò a Milano la prima grande azienda farmaceutica in Italia. Il padre Luigi, nipote di Carlo era direttore dell'azienda. Bianca aveva un fratello, dieci anni più grande di lei, che si chiamava Carlo anche lui, il padre Luigi lo aveva chiamato così in onore di suo zio che era anche il suo datore di lavoro.

Carlo Erba in un raro ritratto fotografico

Il giovane Carlo viene avviato agli studi scientifici, per poi lavorare un giorno nell'azienda di famiglia, ma lui si rifiuta e decide contro tutti i pareri di fare il pittore, l'artista, insomma. Partecipa alla fine della scapigliatura milanese conducendo una vita da bohemien, pochi anni dopo aderisce al movimento futurista e frequenta il gruppo degli artisti milanesi, FT Marinetti, Boccioni, Sironi, Carrà, Sant'Elia, Russolo ecc. Partecipa al famoso Battaglione Volontari Ciclisti Automobilisti all'inizio della guerra, poi si arruola negli alpini come tenente e muore durante an attacco all'Ortigara a soli 33 anni.

Dosso Casina, Fronte del Garda: Foto di gruppo del Battaglione volontari ciclisti ed Automobilisti :fra gli atri Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Erba, Umberto Boccioni, Antonio Sant'Elia e Mario Sironi posano vicini prima dei combattimenti

Al battaglione volontario ciclisti ed automobilisti di Milano è altresì dedicata una lapide posta sui muri perimetrali del cimitero a imperitura memoria delle belliche imprese di quello che fu definito il battaglione futurista. La lapide si trova nel settore del Monumentale dedicato ai caduti della Grande guerra, è una lastra commemorativa dal grande impatto emozionale, con un rilievo plastico che evoca le piante mosse e piegate dal vento, mentre invece si tratta di una fitta schiera di fucili con la baionetta innestata protesi in avanti, l'epigrafe cita "Ai Volontari Ciclisti e automobilisti caduti per la patria che riposano nei lontani cimiteri di guerra". La lapide fu progettata dal pittore incisore Anselmo Bucci, commilitone ed egli stesso volontario ciclista, per commemorare i compagni perduti, l'esecuzione del progetto fu affidata allo scultore Emilio Bisi, per inciso marito della scrittrice Sofia Bisi Albini, specializzato nell'arte commemorativa e che si occupò anche delle fusioni in bronzo della lapide, le canne dei fucili e lo stemma del Battaglione. In basso a destra sono incastonati i nomi dei due autori.


Bianca intanto cresce e diventa sempre più bella. insieme alla madre Giudetta Ripamonti Odescalchi, erano considerate le donne più belle di Milano. Cugina di Luchino Visconti, mi raccontava che da adolescente lo teneva, durante le vacanze al lido di Venezia, sulle ginocchia per farlo giocare. Da giovane donna era corteggiatissima da tutti i rampolli dell'alta società, aveva un gran da fare per non scontentare nessuno, ma stando ben attenta a non concedere più di tanto, giusto per mantenere buoni rapporti con tutti. D'Annunzio la incontrò ad un ricevimento dato in suo onore e se ne invaghì subito. Per giorni cercò di incontrarla e di vederla, ma nonna, molto più giovane, spaventatissima sfuggiva e non si faceva trovare. Alla fine lui le telefonò, Bianca, mentre lui le parlava dichiarandosi, non rispondeva e stava in silenzio, e alla fine, imbarazzatissima buttò giù la cornetta con grande scorno del Vate! Nonna mi raccontò che due giovani pretendenti, per colpa sua si sfidarono a duello, ma lei riuscì a bloccarli. Mi raccontava dei futuristi, amici di suo fratello. In tarda notte arrivavano nello studio di Carlo che era in soffitta della villa dove abitavano, e lì, fino a tardi, quando poi il padre Luigi li cacciava, facevano tutti bisboccia, mangiando e bevendo. Bianca cucinava la frittata dolce e il budino di mollica di pane, facendosi corteggiare beata da tutti! In particolare gli piaceva Romolo Romani, un bravo artista e un bel giovane con i capelli lunghi e fluenti, ma suo fratello Carlo stava attento e non permetteva ai suoi colleghi e amici di corteggiare la sorella e interrompeva dall'inizio ogni possibile relazione.
Gli anni passarono, morirono uno dopo l'altro i genitori ormai anziani e disperati per la prematura morte del fratello Carlo.

Carlo Erba, 1913, ritratto futurista della sorella Bianca

Nel 1920 circa nonna vendette tutti i suoi beni a Milano e si sposò all'improvviso con un aristocratico romano e si trasferì a Roma. Quando gli chiesi perché prese questa decisione, Bianca mi rispose che Milano era una città provinciale e noiosa mentre a Roma c'era la corte reale e quindi relativi incontri, ricevimenti, cene eleganti, balli ecc. Insomma diceva che era una città viva e divertente! Ma non voglio parlare del periodo romano di mia nonna, vi racconto solo un episodio che però segna per sempre il destino di Bianca.
Pochi anni prima della seconda guerra mondiale, Nonna abitualmente, ogni mese circa andava dal sarto, per farsi fare una quantità di vestiti che poi usava per le sue numerose uscite. Naturalmente era il miglior sarto di Roma che serviva casa Reale. Come al solito un pomeriggio decide di andare, accompagnata dal suo autista e dalla sua dama di compagnia, che teneva tutto il necessario per uscire, chiavi, soldi, borsellino ecc. le nobildonne ovviamente non portavano mai nulla appresso, non era chic.

Scorcio di via Vittor Pisani in una cartolina anni 30. Qui, nella casa di famiglia al civico numero 11 nacque Bianca Erba nel 1894, dieci anni dopo il fratello Carlo, ultima di 6 figli.

Il sarto la accoglie imbarazzato, gentile ma strano. Nonna se ne accorge e gli chiede perché aveva quell'atteggiamento, e lui timidamente gli risponde: " Mi spiace Signora Marchesa, ma purtroppo non posso più servirla." Nonna gli domanda perché, cosa stava succedendo? E il sarto: "Donna Bianca, nessuno paga i conti da due anni, e io sono costretto a rinunciare a servirla ancora." Bianca si mette a ridere e dice: "Ma è solo questo, non c'è problema, ora telefono al mio amministratore e si risolve subito tutto, è solo un disguido." Il sarto: No, Signora Marchesa, non è così semplice, la prego, vada a parlare direttamente con il suo impiegato e si faccia spiegare. Nonna preoccupata telefona subito al'amministratore e lo va a trovare. Il poveretto, imbarazzatissimo le dice: "Signora Marchesa, del suo patrimonio non resta quasi più nulla, solo un paio di palazzi a Santa Maria Maggiore, ma lì è terra di nessuno e non pagano da anni gli affitti e poi restano qualche decina di ettari di terreno alla Magliana Vecchia, ma non rendono quasi nulla, insomma Lei e il Signor Marchese non avete più nulla e siete pieni di debiti!"
Insomma, così all'improvviso Bianca seppe che non era più ricca, una novità assoluta, dopo tutta una vita di agi più nulla!
Nonna riuscì a sopravvivere, con gli ultimi beni riuscì di finire di crescere i suoi due figli, il primogenito Giancarlo e mia mamma Giacinta. Scoppiò la guerra, Giancarlo partì per il fronte russo come tenente degli alpini e non tornò più, ufficialmente disperso. Mia mamma morì giovane a 44 anni di un tumore diffuso. Io avevo 19 anni. Mia nonna Bianca è sopravvissuta a tutto ed è morta a 95 anni, ormai tanto tempo fa. Io le sono stato sempre vicino e le ho voluto un bene infinito, la considero ancora oggi, una delle ultime vere Signore del 900' Italiano! E questo è tutto in sintesi!
Marco Rossi Lecce






lunedì 31 agosto 2026

Spiccioli Milanesi: La stele funeraria di Palazzo della Ragione di Roberto Bressani

Tutte le foto di questo articolo sono di Roberto Bressani



In epoca medievale era diffusa l'abitudine di impiegare, nelle nuove costruzioni civili e religiose, materiali di base ed elementi architettonici provenienti dai moltissimi edifici di epoca romana in rovina o comunque considerati non più utilizzabili. Semplici blocchi di pietra, di tufo, mattoni, elementi metallici, ma anche colonne, capitelli, statue, marmi: elementi di pregio, questi, spesso provenienti dalla demolizione di monumenti funerari di antiche necropoli romane. Prove di questa tendenza al riutilizzo sono presenti in gran quantità anche in Lombardia e nella stessa Milano. Una delle più facili da individuare si trova sul Palazzo della Ragione, per l'esattezza sulla facciata rivolta verso il Cordusio. Qui, in un pilastro alla base del primo arco prossimo all'angolo con via Mercanti, è murata in senso orizzontale una stele funeraria in marmo bianco su cui si può leggere la seguente iscrizione:


C · ATILIVS · C · F
SECVNDVS
SIBI · ET
VALERIAE · P · L · CROCIN
VXORI · SVAE · ET
IVVENI · VERNAE · SVAE
VIXIT · ANNOS . X
Scrivendo per esteso le abbreviazioni, l'iscrizione diventa:
CAIUS ATILIUS CAI FILIUS
SECUNDUS
SIBI ET
VALERIAE PUBLII LIBERTAE CROCIN*
UXORI SUAE ET
IUVENI VERNAE SUAE
VIXIT ANNOS X



Traducendo in italiano (ed inserendo fra parentesi elementi non presenti ma necessari per la comprensione del testo) l'iscrizione recita:
CAIO ATTILIO SECONDO
FIGLIO DI CAIO
(costrui' questo sepolcro)
PER SE'
E PER SUA MOGLIE VALERIA CROCINE, LIBERTA DI PUBLIO
E PER IL SUO GIOVANE SCHIAVO
(che) VISSE DIECI ANNI

Note

"Liberto/a" era lo schiavo/a che riacquistava la libertà per concessione del patronus (manomissione) o per sentenza del magistrato.

"Verna" era lo schiavo/a nato/a da madre schiava nella casa del patronus, ed aveva uno "status" diverso da quello degli schiavi acquisiti. Il padre era generalmente anche lui uno schiavo della casa cui era stato permesso di unirsi ad una donna di pari condizione, ma poteva essere anche lo stesso patronus.

domenica 16 agosto 2026

Palazzo Meroni in piazza Missori di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

Piazza Missori in uno scatto di Giovanni Fanelli che racchiude diversi elementi architettonico-storici di un certo rilievo: al centro le imponenti volute Eclettico-Liberty di Palazzo Meroni, monumentale "spartiacque" fra il corso di Porta Romana e corso Italia, in primo piano la celeberrima statua equestre dedicata all'eroe garibaldino Giuseppe Missori, realizzata dallo scultore Riccardo Ripamonti ed inaugurata nel 1916, la posa del cavallo raffigurato come in un momento di debolezza ha portato i milanesi a denominarlo come "il cavallo stanco del Missori. A destra dell'inquadratura, in toni di grigio, il palazzo dell'Istituto Nazionale della Previdenza sociale, INPS, in origine Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali, realizzato fra il 1928 ed il 1931 in stile razionalista su progetto dell'architetto Marcello Piacentini. L'Hotel dei Cavalieri infine, di cui si scorge al margine sinistro l'insegna verticale, ben caratterizzato dalla superficie curva della facciata, fu progettato dall'architetto Emilio Lancia, con l'ausilio dello studio di Gio Ponti, nel 1949.

Palazzo Meroni da piazza missori. foto di Giovanni Fanelli

Sul finire dell'Ottocento, man mano che i semi della cosiddetta "rivoluzione Industriale" fruttificano e si espandono, rigogliosamente proiettati verso il nuovo secolo, anni nei quali una nuova formula architettonica va affermandosi con soluzioni moderne e gusto eclettico, la storica nobiltà di sangue, languidamente avvinghiata alle proprie tradizioni viene rimpiazzata e sostituita da una nuova nobiltà, quella di censo, prorompente, vitale e, diremmo pure, sanguigna, che sposa lo stile Liberty nascente e lo rende anch'esso simbolo della propria scalata al successo. Laddove i palazzi e le magioni nobiliari milanesi si presentavano con un tono di lieve appariscenza, quasi sussurrata, quasi dimessa, per poi dispiegarsi in sontuose declinazioni del gusto e del lusso negli sfarzosi esterni, la nuova cortina urbana si fregiava di fantasiose e decorate facciate, anche al limite del Kitsch, realizzando superfici che catturavano, e catturano, lo sguardo, una proclamazione ad alta voce del successo e dell'emergere della propria nuova dinastia.

Palazzo Meroni in una pubblicità d'epoca che pubblicizza l'attività dell'azienda dei fratelli Meroni. Foto dal profilo FB Scac Ttrento

Milano in breve volger d'anni si arricchisce di un patrimonio architettonico di primordine, all'avanguardia, ricco di soluzioni tecniche e grafiche che pienamente si inquadrano nel periodo fortemente simbolista e decadente che attraversa tutta la cultura europea, una sinfonia di intenti che ben rappresenta la nascente cerchia dei potenti industriali lombardi, Castiglioni, Berri Meregalli, Crespi, Galimberti, Faccanoni e Romeo, fra i tanti, ovviamente a questa equivalenza rappresentativa non si sottrae certo l'imponente edificio che corona, in piazza Missori, con le sue animate superfici l'angolo fra due antiche direttrici, corso di Porta Romana e lo stradone di San Celso, odierno corso Italia, un tempo attraversate dal Naviglio della Fossa Interna. 

Palazzo Meroni in una foto anni 60, dal profilo FB Scac Ttrento

Il palazzo di piazza Missori fu immaginato come una sorta di celebrazione del successo familiare dai fratelli Piero e Giuseppe Meroni, imprenditori nel campo dell'edilizia e delle costruzioni che acquistarono il terreno in quella che era la vecchia piazza San Giovanni in Conca dove di lì a breve sarebbe stato aperto il corso Italia che avrebbe riunito le spezzettate direttrici storiche dello stradone di San Celso, intuendone il successivo sviluppo immobiliare, fu commissionato all'architetto Cesare Tenca, coadiuvato dal geometra Cesare Penati, che lo progettò e realizzò fra il 1914 ed il 1924, il lungo intervallo fu principalmente dovuto agli eventi bellici e conseguenti durante il primo conflitto mondiale, un secondo corpo completato nel corso del 1926. 

Il secondo corpo di palazzo Meroni insiste sull'angolo fra corso Italia
e via Maddalena. Foto di Giovanni fanelli 

L'Architetto Cesare Tenca in quei primi decenni del secolo XX° era un progettista molto apprezzato dall'alta borghesia dell'epoca e ci ha lasciato diverse realizzazioni che testimoniano della su maestria e del suo gusto indubitabilmente eclettico, a Milano si occupò di una radicale ristrutturazione dell'edificio sede dell'Hotel Principe di Savoia in piazza della Repubblica, un edificio di origine ottocentesca che ospitava le strutture dell'Hotel du Nord et des Anglais, dove furono adottate architetture riconducibili ad un imponente richiamo del Rinascimento con pronunciate citazioni dello stile Liberty. 

Piazza della Repubblica, scorcio della facciata dell'Hotel Principe di Savoia.
Foto di Giovanni Fanelli

La caratteristica fontana nel giardino del ristorante Acanto presso l'Hotel Principe di Savoia, piazza Della Repubblica, dal sito aziendale

In via Mascheroni l'edificio conosciuto come Palazzo Tenca, di proprietà dello stesso Cesare Tenca e quindi residenza di famiglia, edificio realizzato con l'ausilio dell'ingegner Angelo chiappa, rivela un complesso di accostamenti tematici che lo rendono bizzarro e contemporaneamente affascinante catalogo del linguaggi Liberty, Deco e quel pizzico di gusto Assiro - Babilonese che molto intrigava all'epoca, impossibile dimenticarne gli influssi sulle realizzazioni del coevo Ulisse Stacchini. Palazzo Tenca fu realizzato nel 1914, esattamente l'anno in cui si diede il via alla costruzione di palazzo Meroni e alcuni particolari sembrano coincidere nelle due costruzioni, creando un indiscutibile firma d'artista, come la rassomiglianza fra le cariatidi dei due palazzi che seppur diversamente agghindate sembrano condividere lo stesso modulo di realizzazione.

Via Mascheroni 20, facciata di Palazzo Tenca
Foto di Giovanni Fanelli


In questa immagine le cariatidi di palazzo Meroni, a sinistra, sono confrontate con quelle di palazzo Tenca, sulla destra. Entrambi gli scatti sono di Giovanni Fanelli

Ancora in questa zona nel 1912, con l'aiuto dell'Ingegner Valabrega progetta e realizza il palazzo al civico 32 di via Ariosto, celebre per i dipinti posizionati sotto il cornicione che raffigurano una serie di uomini preistorici realizzati dal pittore Luigi Mantovani. 


Un altro palazzo iconico dell'architetto è sicuramente la Casa dei Fratelli Marenghi,  conosciuta come la Casa degli Elefanti per via delle caratteristiche decorazioni. Un edificio nello stile eclettico già ampiamente coniugato in altre opere da questo autore, sorge dal 1920 in piazza Vittorio Bertarelli 1 ad angolo con la via Rugabella.

La Casa degli elefanti ed un dettaglio della decorazione zoomorfa a motivo di elefante.
Foto di Giovanni Fanelli


Da ultimo citiamo la Casa Tonolli, edificata fra il 1921 e il 1922 in via Santa Maria alla Porta 2, angolo via Delle Orsole, progettato in collaborazione con l'architetto Angelo Chiappa, la cui declinazione architettonica si fregia di liee e corpi geometrici nche ne fanno un capolavoro milanese dello stile Deco.

Vista d'angolo di Casa Tonolli ed un dettaglio di facciata laterale. Foto di Luciana Furiosi

Per quel che concerne l'attività di Cesare Penati che in alcuni documenti viene indicato come architetto,  oltre a seguire e completare il progetto del secondo corpo di palazzo Meroni si era occupato ai primi del Novecento della risistemazione dell'asse fra piazza Missori e corso di porta Romana collaborando con l'ufficio tecnico del comune e con le varie aziende costruttrici implicate nella realizzazione di edifici residenziali nei vari lotti ricavati a seguito della demolizione della chiesa di San Giovanni in Conca. Fra altri prestigiosi incarichi fu Consigliere Delegato della Società Anonima Milanino per la quale diede vita nel 1932 ad un piano urbanistico, definito "monumentale", volto allo sfruttamento dei lotti rimasti ancora inesitati della Città Giardino.

Stralcio di mappe del 1930 del territorio di Cusano Milanino dall'Archivio Storico di Cusano Milanino

Scorcio di Palazzo Meroni con l'insegna SCAC sulla sommità della cupola.
Foto dal profilo FB Scac Ttrento

La famiglia Meroni soprattutto grazie all'impulso di Gino ed Ambrogio, figli dei fondatori, perseguì la propria attività con crescente successo fino a rilevare la SCAC, Società Cementi Armati Centrifugati, fondata nel 1920 da Ezzelino Zontini, un industriale di Riva del Garda, che fissò la prima sede a Mori (TN), era un'azienda che ebbe successo nel campo dei pali in cemento armato, in breve tempo sviluppandosi e aprendo diversi nuovi stabilimenti. 


Campionaria 1931 - L'iconica Torre della SCAC. Foto Agenzia Argo

I Fratelli Meroni la acquistarono nel 1931 e ne trasferirono la sede e gli uffici amministrativi nel palazzo di famiglia sulla cui cupola fecero installare una struttura autoportante metallica che costituiva quella grande insegna luminosa che è possibile vedere in alcune fotografie d'epoca e che fu smantellata negli anni 90, a seguito del fallimento della società risalente al 1998.

Scorcio dall'alto anni 90 di corso di Porta Romana,
a destra Palazzo Meroni che ancora si fregia dell'insegna della SCAC

Veniamo ora all'architettura espressa dalle linee del palazzo che secondo comune critica filologica esprime un garbato eclettismo, venato di soluzioni Liberty ed un'indiscutibile riallacciarsi allo stile Rococò del Settecento Parigino, con quelle asimmetrie ricercate e i grovigli di putti festosi che paiono arrampicarsi sulle strutture dell'edificio e con l'utilizzo di finestre ad oblò, ovvero oeil de boeuf, i cui contorni però, lungi dall'esser rilevati da rigorose linee geometriche, si confondono nella plasticità e florealità delle cornici, sontuosamente decorate ed allegoricamente sceneggiate. 

In queste 3 foto scattate da Giovanni Fanelli possiamo scorgere
alcuni dettagli della cupola sommitale di Palazzo Meroni



Palazzo Meroni occupa una porzione di spazio decisamente importante e lo fa con piglio monumentale, data anche l'intenzione celebrativa, dispiegando superfici riccamente decorate e mosse con l'uso di mensole, capitelli, cariatidi e bovindi tanto cari all'ambito Liberty, risolvendo in modo scenografico la non facile interpretazione dell'angolo acuto che caratterizzava il lotto affacciantesi su piazza Missori. Lo spazio ridisegnato dall'architetto Cesare Tenca si propone come la prua di una nave, massiccia ma agile che presenta un'insospettabile levità risolta grazie all'uso sapiente di elementi decorativi e costruttivi che sale in un triangolo visivo ove tutte le linee concorrono a portare il centro focale sul vertice superiore. Indiscutibile protagonista di questa soluzione è la cupola finale, di forma semisferica e suddivisa in spicchi ed è ricoperta da un fitto reticolo di squame bronzee che cangiando al cangiare delle condizioni atmosferiche contribuisce ad un gioco di riflessi e movimenti ottici alla luce dei raggi solari, quasi un rettile languidamente assopito, mentre i fasci decorativi floreali, gli insoliti oblò e il gioco dei putti reagalano movimento e sinuoso fascino alla composizione. A compendio di ciò va riportato che nel corso del tempo la struttura ospitò diversi studi di artisti.


Due statue semisdraiate, una maschile ed una femminile ci rimandano a suggestioni dell'arte michelangiolesca, che evidentemente affascinava l'architetto Cesare Tenca, la posa, i panneggi, la torsione dei corpi, tutto rimanda alle celebrate Tombe Medicee ricalcando quasi la medesima impostazione delle allegorie michelangiolesche del Crepuscolo e dell'Aurora e assumono la stessa valenza allegorica di rappresentare il Giorno e la Notte.


Dettagli del lato di corso di Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Dettagli del lato di corso di Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Dettagli del lato di corso di Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Dettagli del lato di corso di Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Dettagli della decorazione della mansarda sul lato di corso di Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Particolare dei ferri battuti all'ingresso di corso di Porta Romana
Foto di Edelweiss46

L'edificio sul lato del corso di Porta Romana si dipana con alternanze di pieni e rilievi architettonici, ma senza aggiungere la fastosa movimentazione ostentata nell'angolo dell'edificio, festoni e ghirlande impreziosiscono anche questo lato che in alto all'angolo con via Maddalena presenta una mansarda dotata anch'essa di aperture ad oblò.


Scorcio di palazzo Meroni sul lato di corso Italia
Foto di Giovanni Fanelli


Primo piano sulle cariatidi di palazzo Meroni
Foto di Giovanni Fanelli

Primo piano sulle cariatidi di palazzo Meroni
Foto di Giovanni Fanelli

Sul corso Italia la superficie è quasi speculare rispetto a quella sul corso di Porta Romana ma nel secondo corpo dell'edificio compaiono coppie di cariatidi che decorano di sè anche lo spigolo, i recenti restauri di questa porzione hanno portato a ridenominarlo "The Angle", con via Maddalena.
L'edificio in via Maddalena si presenta con 2 ali terminali, a raccogliere la corte e presenta  nella parte  centrale una superficie muraria di soli 2 piani, anch'essa decorata e fornita di un ingresso, al civico 4.

Palazzo Meroni inquadrato da corso di Porta Romana e lo scorcio
architettonico prospiciente su via Maddalena. Foto di Giovanni Fanelli

Scorcio di via Maddalena verso corso Italia
Foto di Giovanni Fanelli

L'ingresso al civico n°4 posto al centro della cortina urbana di via Maddalena.
Foto di Giovanni Fanelli

Scorcio di via Maddalena verso corso si Porta Romana
Foto di Giovanni Fanelli

Fra i 2 ingressi Gemelli di Corso di Porta Romana 2 e Corso Italia 3 si estendeva in origine una galleria, intesa come passaggio fra i due lati del palazzo e sede di attività commerciali che avrebbero dato lustro all'intero edificio. Stante la situazione di edificio privato oggi la galleria è stata trasformata e comunque non essendo visitabile non è possibile verificare le eventuali rimanenze strutturali.
Il comparto decorativo, putti, festoni e quant'altro, comprese le due sculture "michelangiolesche" furono realizzate da disegni dei due architetti autori rendendoli tridimensionali utilizzando del cemento artificiale modellato o gettato direttamente in opera, pertanto posati e collocati da maestranze milanesi specializzate. 

Palazzo Meroni, lo scalone arricchito dalla ringhiera in ferro battuto opera di Alessandro Mazzucotelli
 Foto di Saverio Lombardi Vallauri dal sito martinelliluce 

Palazzo Meroni, lo scalone arricchito dalla ringhiera in ferro battuto opera di Alessandro Mazzucotelli
 Foto di Saverio Lombardi Vallauri dal sito martinelliluce 

Palazzo Meroni, lo scalone arricchito dalla ringhiera in ferro battuto opera di Alessandro Mazzucotelli
 Foto di Saverio Lombardi Vallauri dal sito martinelliluce 

Palazzo Meroni, lo scalone arricchito dalla ringhiera in ferro battuto opera di Alessandro Mazzucotelli
 Foto di Saverio Lombardi Vallauri dal sito martinelliluce 

Anche gli eleganti ferri battuti che arricchiscono il telaio compositivo di palazzo Meroni furono disegnati direttamente in-house, come suol dirsi, dagli stessi Cesare Tenca e Cesare Penati. Lo scalone nobiliare del palazzo però reca la firma illustre di Alessandro Mazzucotelli che ne realizzò il parapetto dando vita a sinuosi tralci di vite, nastri, piccole gemme e boccioli, intervallando il comparto decorativo con piastre a bassorilievo con soggetti zoomorfi.

Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini

Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini

Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini

Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini

Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini


Palazzo Meroni, dettagli delle decorazioni zoomorfe realizzate da Alessandro Mazzucotelli sulla ringhiera in ferro battuto dello scalone d'onore. Foto di Analia Pierini