lunedì 9 febbraio 2026

Giorno del ricordo : Gli Esuli e Milano

 

Giochi di bimbi presso l'Italia in miniatura alla Scuola Casa del Sole di via Giacosa, ex Trotter
Foto anni 50 Archivio ACAdeMI

Una foto recente di Giorgio Brancaglion ci presenta l'Italia in miniatura nel parco Trotter oggi, in un deprecabile stato di abbandono, un tangibile documento storico che andrebbe trattato con maggior considerazione, sia per la valenza didattica dello stesso, sia per l'età, fu realizzata nel 1928, sia infine per la particolarità storica perchè i confini rilevati nel manufatto comprendono le perdute terre d'Istria


Il 10 Febbraio, ricorre la commemorazione civile, istituita nel 2004 con la legge n° 92 del 30 Marzo, per preservare e rinnovare la memoria della tragedia che sconvolse la vita delle terre istriane, fiumane e dalmate che si concretizzò nell'orrenda pratica dell'infoibamento e nel provocare un doloroso esodo senza ritorno, abbandonando le terre degli avi, tutti i propri possedimenti materiali ed intellettuali e persino il senso di comunità che i condivisi ricordi di quelle genti, così dolorosamente colpite, avevano costruito nel corso dei secoli.

Una, non unica, disumana conseguenza di dove possano portare le scelte belliche e la lotta per la supremazia ed il potere. 


Piazza della Repubblica, posata nel 2020, la stele-monumento a ricordo dei martiri delle foibe e degli esuli istriani, fiumani e dalmati, progettata e realizzata dall'artista, esule istriano, Piero Tarticchio, ed è stata donata al comune di Milano dal Comitato Pro-Monumento istituito per favorire la realizzazione della scultura, con il determinante e generoso apporto di Fondazione Bracco.  Foto di Mary Guenza 

Nel corso degli anni, avendo lungamente frequentato le terre friulane, con spirito di scoperta e conoscenza, con la passione per l'enogastronomia, l'architettura, gli usi e costumi, l'arte, oltre all'esser Lombardo e quindi con delle assonanze culturali che rimandano alle comuni origini Longobarde, alla ricerca di storia e storie sono più volte incappato nelle testimonianze, dolorose ed atroci di quella tragedia scaturita dal secondo conflitto mondiale, episodi e tracce che hanno rinforzato il mio amore per la piccola patria del Friuli, e questo argomento mi ha sempre toccato.

Naturalmente una delle domande che mi assillavano spesso era quella di quali e quante tracce di quella tragedia fossero riferite alla mi/nostra città di Milano, nel corso degli anni ho colto solo pochissimi fievoli, timidi, e persino ritrosi, accenni che qui di seguito andrò a descrivere, postando le altrettanto poche emergenze fotografiche legate alla tragedia, tralasciando cronologie storiche, interpretazioni e argomenti sociopolitici che per nulla mi interessano, Milano non ha avuto un cosiddetto campo di ospitalità, come avvenne per esempio a Monza dove fu ricavato nella Villa Reale un quartiere dedicato, che i giornali definirono "Gabbia Reale" e anche "serraglio", vi furono situazioni di ospitalità temporanea utilizzando una caserma come centro di riconoscimento e schedatura e delle scuole come temporanea sistemazione.

Primo contatto con Milano fu la caserma "Fratelli Bergamaschi" che sorgeva in piazza Lega Lombarda, dove fu approntato il centro di riconoscimento e schedatura degli esuli, la cartolina è del 1910, qui sotto invece un'immagine degli interni della caserma stessa.

 

Di seguito viene riportato integralmente un ricordo scritto che l'amico Giovanni Tedeschi fece in modo di farmi avere con la gentilezza che quel compianto grande uomo dell'Isola, amico personale del famigerato bandito Ezio Barbieri e custode delle memorie del quartiere, sapeva avere. Si tratta di un breve memoriale che, essendo lui proveniente da una famiglia con profonde radici nel luogo conteso, lo toccarono molto da vicino.

I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, avevano infoibato, tra il settembre 1943 ed il maggio 1945, diverse decine di migliaia di Istriani, colpevoli solo di essere Italiani.
Il Maresciallo Tito aveva disposto una decisa pulizia etnica ed i nostri governanti, già all’epoca dei “signor Tentenna” avevano accettato tutto senza la minima reazione.
Qualora non sappiate cosa si intende con i termini “foiba” ed “infoibare” ve lo chiarisco subito io: l’Istria è cosparsa da centinaia di profonde cavità che si aprono sulla sua superficie e che sprofondano nelle viscere della terra per centinaia di metri, ognuna con una diversa configurazione, ma tutte con pareti di roccia irregolare.
I comunisti di Tito portavano sui bordi di queste cavità gruppi di Italiani legati fra di loro con del filo di ferro, sparavano al primo della fila che cadendo nella foiba trascinava con sé tutti gli altri ancora vivi.
Questo era il metodo principalmente adottato, ma ve n’erano di ben più atroci, come quello di evirare le vittime vive, ficcare nelle loro bocche il ricavato e poi spingerli ancora vivi nella foiba. Di un fatto, che ho sentito raccontare negli anni da un testimone oculare, voglio riferire: a Parenzo, cittadina della costa, erano stati arrestati, in maniera subdola, una trentina di persone, tra i quali tre o quattro membri della famiglia Vergottini, proprietari terrieri. Nel momento in cui il gruppo, legato con il solito fil di ferro, stava per essere buttato nella foiba, era quella di Vines per la precisione, un Vergottini era riuscito ada agganciare con le gambe il capo titino e lo aveva trascinato con sé nella caduta.
Uomini, donne, anche incinte, ragazze e giovanetti fecero quella fine.
Fortunatamente per me, che da Milano, per salvarmi dai bombardamenti, ero stato portato in Istria dai miei zii, mia madre venne a riprendermi nel marzo del 43. Fossi rimasto là per altri sei mesi sarei finito anch’io in una foiba in quanto Italiano con madre e padre Istriani.
Dopo il maggio del 45, con quel clima che si era creato e con le minacce sempre in atto di continuare il “rito” delle foibe, iniziarono le fughe dal territorio in mano ai comunisti di Tito, rappresentato da quasi tutto il territorio istriano.
Ho scritto “fughe” perché la frontiera con il Territorio Libero di Trieste, definito libero ma in mano agli alleati, era strettamente sorvegliata e non era permesso l’espatrio.
I primi fuggiaschi erano coloro che, stanchi per le angherie già subite, minacciati dai caporioni rossi, con mesi di dura miseria patita e soprattutto dal metodo comunista applicato al lavoro, che prevedeva, naturalmente l’esproprio di ogni terreno privato ed il raduno, il mattino prestissimo, al suono delle campane, e, seguendo gli ordini del commissario politico, si andava a lavorare su terreni di volta in volta indicati dallo stesso.
Fuggivano dalle coste di notte, con barche a remi e vogavano sino ad arrivare alle coste italiane, per un’intera notte e più, con tutte le condizioni atmosferiche.
Io avevo a Fontane sei sorelle di mia mamma, ciascuna con la sua prole, quindi un bel numero tra cugini e cugine.
Mia mamma con mio padre era arrivata a Milano nel 1927 e, dopo un duro lavoro come operaia alla Brown-Boveri, all’Isola di Milano, era riuscita nel 1940 ad acquistare un negozio di latteria in via Dal Verme 2.
Quando iniziarono le fughe dall’Istria, i primi miei cugini arrivati a Milano si rivolsero subito alla zia Albina, mia mamma, e da lei ebbero tutti, i primi aiuti, i primi pasti, il primo letto.
Il comune di Milano, così come Torino ed il resto dell’Italia, non ne voleva sapere di questi che arrivavano dall’Istria. L’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, nella persona del compagno Togliatti, operava una campagna contro questi fuggiaschi. Secondo i comunisti nostrani, i trinariciuti come li definiva Giovannino Guareschi, chi fuggiva dal comunismo di Tito era semplicemente un fascista, quindi da combattere, non certo da aiutare ed accogliere.
Intanto le trattative di pace proseguivano ed i nostri governanti che avrebbero dovuto difendere i nostri interessi tennero la coda in mezzo alle gambe ed alla fine il compagno Tito si vide padrone dell’Istria ed addirittura di Gorizia.
Dall’Istria e dalla Dalmazia, abbandonando ogni loro bene, case, terreni, barche, ogni cosa, tutto immediatamente nazionalizzato dai comunisti di Tito, arrivarono in Italia 350.000 profughi.
A Venezia non li fecero neppure sbarcare. I comunisti veneziani non li accettarono: vecchi, donne, bambini, vennero respinti già dalla riva. Alla stazione di Bologna un convoglio carico di questi miserabili avrebbe dovuto sostare per ricevere qualche aiuto dalla Croce Rossa , senonché i comunisti bolognesi minacciarono uno sciopero ad hoc delle maestranze e rovesciarono i contenitori di acqua e latte preparati per gli esuli : il treno di questi fascisti in fuga dal compagno Tito non poteva sostare là.
Per accogliere i profughi a Milano vennero messe a disposizione la caserma Fratelli Bergamaschi in piazza Lega Lombarda e le scuole di via Palmieri, quella di viale Bodio e quella di via Veglia, così, lì concentrati, era possibile un controllo di tutti.
Le famiglie di Istriani nelle aule e nei corridoi: sei famiglie per aula, una coperta autarchica a testa per arrotolarcisi dentro per dormire, oppure appenderla a dei fili di ferro stesi fra le pareti per un minimo di privacy.
Un piatto di riso con piselli era quello che passava la mensa. Nessun altro aiuto. L’Arcivescovado di piazza Fontana dava loro, ma occorreva arrivare sin là, qualche biglietto per il tram.
Fortunatamente in quegli inverni a Milano nevicò molto e tutti gli uomini sfollati andarono a fare gli spala neve., io ho visto i miei cugini arrivare sfiniti dalla zia Albina, mia madre, per un piatto di minestra calda, senza guanti e con le scarpacce fradice.
I lavori offerti non andavano oltre a quello di lavapiatti nelle trattorie o nei ristoranti del centro.
Tre miei cugini divennero lavapiatti da Tantalo, un ristorante di via Torino.
Poi iniziarono le richieste da terre lontane che abbisognavano di mano d’opera, o pure semplicemente di persone che le popolassero, e fu così che i più finirono in Australia e Canada.
Io che ho scritto per anni sulla rivista di Trieste, che viene distribuita in tutto il mondo ai profughi Istriani, ormai alla seconda e terza generazione, intrattengo dei cordiali rapporti con tutti loro.
Erano persone volonterose, piene di vita e voglia di lavorare, tutti si sono creati delle ottime posizioni nel mondo. Un cugino è addirittura arrivato dal Canada, sbarcato in Portogallo con la famiglia ed un macchinone americano, ha visitato l’Europa ed è venuto a trovare la zia Albina, quando era ancora in vita, poi ha proseguito il suo viaggio sino in Istria, qui il figlio si è scelto la più bella del paese, l’ha sposata e portata con sé in Canada.
Altri qui a Milano erano stati assunti da ditte che lavoravano per il settore orologiero svizzero. Nel corso degli anni hanno fondato ed aperto delle società che sono diventate importanti nei loro rispettivi campi.

Un'immagine degli anni 50 per la scuola di via Palmieri che fu immediatamente attrezzata come centro di raccolta dei profughi.


Uguale situazione si verificò alla scuola di viale Bodio, qui in una cartolina anni 50


Anche la scuola di via Veglia fu utilizzata come centro raccolta profughi

Il numero di esuli giunti in Lombardia viene stimato in più di 11.000 unità, un numero comunque altro da sistemare con alloggi e situazioni socioeconomiche, specie in quel finire degli anni 40 e poi nei primi anni 50, anni che ancora vedevano le ferite dei bombardamenti e dell'azione bellica che aveva provocato un tessuto sociale tutto da ricostruire, la vita degli esuli non poteva certo esser che triste e malinconica, soprattutto in questi centri temporanei, con soluzioni di fortune e servizi spartani, laddove no era neppur concesso affezionarsi vista la transitorietà della loro presenza.
Per quanto riguarda la quotidianità e la sopravvivenza mi pare corretto ricorrere anche in questo caso ad una testimonianza di prima mano e ben volentieri riporto a riguardo un articolo pubblicato sul Giornale "Arena di Pola" del 2 Febbraio 1949.
 

IL DIRETTORE D'UN CAMPO PROFUGHI
Milano febbraio Ed eccoci ancora una volta a parlare delle nostre sventure. A qualcuno potrà sembrare che noi siamo degli esseri incontentabili; senza pace e sempre all'erta per dir male di chicchessia. Poveri: esseri sbattuti dalla furia della guerra, o forse meglio dalla furia della pace, nel Centro Raccolta Profughi di via Veglia. Un giorno, di buon mattino, sul principio della primavera scorsa, per 'soddisfare chissà quali brame di un direttore trinariciuto. si ventilò l'idea, per la prima volta, di trasferire questi profughi in locali più «igienici e più salubri ». Dalle autorità competenti furono scelte allo scopo le legnaie della villa reale di Monza ed alcuni altri locali alle stesse adiacenti: i locali in parola sempre facenti parte dei servizi della villa stessa. La cosa fu prudentemente, dopo il Primo vago accenno, messa a tacere. Il pericolo sembrava scomparso. Non si sentiva più motivare verbo di spostamenti ed altre amenità del genere. Senonchè la mossa era brillantemente studiata. Cioè in altre parole era necessario far passare il 18 aprile con tutto quanto vi ora annesso, nella più assoluta calma e senza creare malumori. Poi si sarebbe dato il via. E difatti così avvenne. Nei mesi di giugno e di luglio si fecero i primi spostamenti e cominciarono pure i primi dissensi tra i profughi e la direzione del Centro e quella Provinciale. I giuliani, in gran parte accettarono, volenti o meno, di trasferirsi a Monza. Quanto è accaduto durante e dopo il trasferimento è cosa di cui largamente si è occupata la stampa ufficiale senza dimenticare che anche una serie di interpellanze sono state presentate al Governo. Varie gestioni di direttori si sono succedute nella direzione del Centro. Un fluttuare continuo di uomini ed un peggiorare continuo nel sistema di amministrazione di questo sparuto gruppo di 280 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini, chè tanta, è la« forza numerica del Centro. La vita di questi ricoverati è alle esclusive dipendenze della volontà del nuovo direttore, un ex maggiore dei CC il quale ha assunto la direzione senza curarsi di avere la buona grazia di presentarsi ad un gruppo di profughi, che allo scopo si potevano benissimo riunire per dir l'oro: « IO SONO IL,DIRETTORE. BUON GIORNO E GRAZIE. ARRIVEDERCI ».
Tanto sarebbe bastato. Nossignori; si è Preso la briga appena arrivato di chiedere l'ubicazione dell'infermeria e di conseguenza ordinare al personale ad essa addetto di lasciare i locali che in quel momento occupava il servizio in parola per costringerlo in un'unica insufficiente stanzina.
Successivamente era logico far affliggere un ordine di servizio restrittivo per il consumo dell'energia elettrica industriale. Il direttore avrà avuto tutte le sue buone ragioni per emanare un tale ordine, e nessuno pensa di discuterglielo, però prima poteva rendersi conto, osservando di persona, la qualità, più che la quantità, del rancio di cui il Patrio governo nostro, sue mani, ci provvede. Non è né logico né umano, mettersi in buona luce speculando sulla miseria degli altri per presentare alle autorità superiori conti di energia elettrica dimezzati rispetto a quelli precedentemente pagati. Per seguitare: un'altra preoccupazione del direttore è stata quella di far applicare dei numeri indicativi alle Porte degli scomparti ove vivono le famiglie ricoverate. Numeri questi che per formato e sagoma ricordano molto da vicino, e qui si vorrebbe essere in carattere, quelli che si usavano applicare alle rastrelliere dei cavalli in quei tali squadroni. Oggi bisogna adattarsi ai tempi nuovi. Tempi nuovi che concedono ad un direttore di Centro Profughi la facoltà di spostare, muovere delle persone così come fossero delle balle di stracci. Naturalmente tutto questo può avvenire senza chiedere, a puro titolo di cortesia, almeno un'opinione agli interessati. Come se tutto ciò non bastasse, è facoltà del direttore far entrare, dopo la mezzanotte, gli agenti di P. S. in mezzo alle donne ed ai bambini per operare delle perquisizioni. Con quale mandato? in cerca di che? Gli esuli. commentano tutte queste cose e pensano, in cuor loro, che la carica di Direttore di Centro profughi, prima di ogni altra cosa dovrebbe rappresentare ed essere una missione morale. Quando il profugo spera che, se non oggi, almeno domani, riuscirà ad avere una casa ed azzarda ed esprime questa sua giusta ed intima aspirazione in presenza del Direttore, esso interviene affermando con tono pontificale che tutto ciò sarà molto difficile e toglie così la speranza, di riavere un tetto che questi giuliani avevano un tempo e che altri ne hanno fatto rogo e rovina, si Signor Direttore, per salvare la sua casa. Ed ora si potrebbe smetterla con il ridicolo perchè ne Va di mezzo il buon nome ed il prestigio del Governo che provvede agli stipendi. E' perfettamente ridicolo ed assurdo oltre tutto, atteggiarsi a dei colonizzatori in mezzo a della gente che ha posseduto una divisa e che nei secoli scorsi vanta tradizioni non meno illustri di quelle che forse, può vantare la sua terra d'origine. A Monza i giuliani hanno avuto fango, pioggia neve e freddo. Senza riscaldamento, senza vetri e senza porte fino a poco tempo fa. Per tutto questo era necessaria l'ennesima visita dell'ennesimo Ispettore del ministero. Ora a grandi passi si va verso la primavera. Nel cuore di questi esuli intanto cominciano a rinverdire vecchie e nuove speranze. Vi sono quelli che sperano (con il permesso del direttore beninteso) di avere assegnata una casa dalla ripartizione edilizia del Comune di Milano; altri invece che dimostrano la buona volontà di trovarsi loro stessi la casa se il Governo intenzionato a chiudere i campi, come ha dimostrare di esserlo, aumenterà la cifra della somma di liquidazione spettante ad ogni componente il nucleo familiare. In tutti due questi casi i nostri esuli vedranno giunto il giorno per la ricostruzione della famiglia ed avranno raggiunto la serenità che da tempo vanno cercando. (emmeri)


Di seguito alcune foto, dal sito Intranet Istoreto, fra le quali un frammento di pagina del giornale "Eco di Monza" del 1947 che introdusse il nomignolo di "Gabbia Reale", scattate nel Centro Raccolta Profughi nella legnaia della Villa Reale, non propriamente un ghetto ma sicuramente un ambiente ostico.










Febbraio 1951 si costruisce il Villaggio Sant' Antonio per i profughi Giuliani, qui sotto una foto dalla collezione privata di Antonio Cepich, e di seguito un particolare di box al Centro Raccolta Profughi di Brescia in una foto del 1949






Naturalmente l'esigenza immediata di ricostruire quelle vite spezzate si intrecciavano con la necessità di dare un tetto ed una sicurezza economica alla propria famiglia, cercando di raggiungere una situazione di equilibrio psicologico e di stabilità nel vivere quotidiano, Milano in quegli anni era in un momento di fermento edilizio e di ricostruzione, così fu facile creare delle cooperative e dei circoli dedicati in modo da aiutare i profughi a realizzare quelle piccole, ma fondamentali tappe della loro nuova vita lontana dalle terre natie.


Qui sotto 3 immagini, la prima del 1951 riprende la Cerimonia ufficiale, alla presenza del sindaco Antonio Greppi, per la posa della prima pietra della Domus Julia Dalmatica. Costruita e portata a termine in piazza Stuparich nel 1953 dalla Cooperativa per i giuliani, esuli dalle loro città, su progetto degli architetti Camus, Manzini, Ridolfi e Bacci.
Nella terza immagine siamo nel 1954 durante l'inaugurazione ufficiale della Domus Julia Dalmatica alla presenza del ministro Romita.








In questa foto del 1965 Un nuovo edificio realizzato dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati per conto della cooperativa "Adriatica", qui siamo in via Arzaga angolo via Alciati, Archivio ACAdeMI. La seconda foto è una ripresa attuale dello stesso edificio scattata da Simone De Pasquale



Foto di Simone De Pasquale


Nel 1955 si inaugura una nuova costruzione realizzata dall'Opera per l'Assistenza ai Profughi giuliani e Dalmati, in via degli Astri, 72 alloggi per circa 300 profughi residenti in città, Archivio ACAdeMI



21 Ottobre 1958 nella ricorrenza di San Simeone un gruppo di profughi Dalmati festeggia nel salone del Circolo Giuliano Dalmata di corso Monforte 15.




1950, foto di gruppo di esuli al veglione di capodanno, ospitato nei locali del dopolavoro della Montecatini



1959 Foto di gruppo di Esuli presso il Tempio della Vittoria in piazza Sant'Ambrogio, in occasione dei festeggiamenti del XXIV Maggio, posano presso l'Arco della Venezia Giulia che reca i bassorilievi di Aquileja, Trieste, Pola, Fiume e Zara



Il giorno del Ricordo viene comunemente associato ad un'immagine simbolo che evidentemente colpisce molto l'immaginario collettivo, la famosa bambina con la valigia che sicuramente troverete in una miriade di post dedicati, la posto anch'io, avendo comunque scelto di non metterla in testata, per citarne brevemente le origini.


La bimba si chiama Egea Haffner, ha quattro anni, nata a Pola il 3 ottobre 1941, orfana di padre, gettato nelle foibe, abbandona Pola nel luglio 1946 diretta aCagliari insieme alla madre. Nel 1947 viene affidata alla nonna e agli zii paterni che si erano stabiliti a Bolzano.
Questa fotografia che lo zio, poco prima di lasciare la Città, fa scattare al fotografo di fiducia della famiglia Haffner Giacomo Szentivànyi: a piccola Egea tiene in mano un ombrellino ed una valigia su cui compare un cartello che recita “ESULE GIULIANA 30.001. Lo zio che aveva personalmente vergato la scritta, con la S al contrario, voleva significare che tutti i 30.000 italiani che vivevano a Pola avrebbero lasciato la Città, premonizione che si avverò con circa 29.000 italiani che fuggirono in pochissimi anni.

Questa foto compare in ambito pubblico per la prima volta addirittura nel 1997 quando Egea Haffner la recuperò dal "cassetto" dei ricordi e la concesse per la realizzazione del manifesto ufficiale della mostra “Istria – i volti dell’esodo 1945 – 1956”.

Da qui in poi Egea rappresenta tutti gli esuli sparsi per il mondo che hanno pagato un prezzo altissimo senza aver commesso nessuna colpa, se non quella di essere nata in una terra di confine, in un periodo sbagliato.



domenica 8 febbraio 2026

Un piede in fallo di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

Una sbiadita immagine, Archivio ACAdeMI, dei primi del Novecento, riprende uno scorcio di via Torino e la facciata della chiesa di San Giorgio al Palazzo


La celeberrima e toccante rappresentazione pittorica della Deposizione dalla Croce, detta "Il Compianto del Cristo Morto", al centro del Ciclo della Passione realizzata da Bernardino Luini nel 1516, alcuni critici indicano la presenza di un giovane che osserva la scena come un probabile autoritratto del Luini

Lungo la via Torino, a man destra sopraggiungendo da piazza del duomo, si apre un piccolo slargo in testa al quale ci accoglie la facciata settecentesca di San Giorgio al Palazzo, chiesa le cui origini vengono attestate all'anno 750, per interessamento del vescovo Natale che si avvalse di una donazione del Re Liutprando, intitolandola a San Giorgio di Cappadocia, santo molto caro alla popolazione Longobarda. Quanto al palazzo citato nel nome potrebbe essere riferito al fatto che la chiesa venne edificata sui resti del palazzo voluto da Diocleziano qual sede del Tetrarca che avrebbe dovuto governare quella parte di Impero avente Milano come capitale, altra ipotesi fa riferimento al vicino palazzo imperiale costruito da Massimiano nel III° secolo d.C.

Fra le tante opere che impreziosiscono San Giorgio al Palazzo, spicca un notevole ciclo di affreschi dedicati ad episodi della Passione di Cristo che fanno bella mostra di sè nella piccola cappella, poco più di una nicchia, dedicata al Santissimo Sacramento, con volta a botte ed un piccolo altare di marmo.



Fu il famoso pittore Bernardino Luini a ricevere l'incarico di realizzare questi affreschi sulla vita di Gesù per la chiesa, era il 1516 ed il nostro artista, poco più che trentenne, si diede al lavoro di buona lena e valente maestria. I lavori proseguivano a ritmo sostenuto tanto che il pittore chiamò l'arciprete per fargli ammirare da vicino i particolari della sua opera.

Il vecchio prete salì sopra un'impalcatura, raggiunse la zona degli affreschi, ma poco dopo precipitò nel vuoto, morendo sul colpo. Non si sa di preciso che cosa accadde: secondo alcuni il prelato aveva criticato il lavoro del pittore e questi, furioso, lo aveva scaraventato giù dall'impalcatura uccidendolo; per altri era stato il prete che un po' maldestramente aveva messo un piede in fallo ed era rovinato a terra. In città non si parlava d'altro e i milanesi si erano divisi fra innocentisti e colpevolisti. Bernardino Luini, stanco delle dicerie sul suo conto, decise di andarsene a Monza e di non fare più ritorno in città, cosa che però avvenne per nostra fortuna qualche anno dopo donandoci le meravigliose pitture del Monastero Femminile di San Maurizio Maggiore in corso Magenta.

Della fuga precipitosa di Bernardino Luini da Milano in direzione terre venete v'è citazione nelle cronache del tempo ma senza che siano riferiti i motivi di tale improvvisa decisione, il che parrebbe legittimare che il succitato episodio fosse realmente avvenuto.


I lavori rimasero in sospeso per parecchio tempo, prima di venire conclusi da Achille Funi intorno agli anni Trenta del Novecento, pare che anche questo pittore ebbe ad invitar l'arciprete preposto alla chiesa a salire sull'impalcatura per ammirare la conclusione dell'opera da vicino.

Non fosse mai detto il prete espresse un fortissimo, e sentitissimo, diniego, si rifiutò perciò con rigorosa fermezza: "Grazie professore, disse, vedo benissimo anche da qui", e se ne stette con i piedi per terra, molto più al sicuro.










sabato 24 gennaio 2026

Spiccioli Milanesi: Il Drago di Gaudì di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone


Oscure Presenze in Città
Foto servizio di Filomena Schiattone


Il cancello di Finca Guell a Barcellona, foto dal sito Barcellona italiani


Il drago sputafuoco cyberpunk di via Diodoro Siculo 24, si tratta di un pregevole manufatto che funge da cancello dell'edificio e che vuole essere un omaggio al più famoso cancello della Residenza Guell di Barcellona, opera di quel genio indiscusso del Modernismo Catalano che fu Antoni Gaudi y Cornet, anche la colonna di destra con gli inserti a mosaico vuole omaggiare le tipiche decorazioni usate dall'architetto catalano per impreziosire i sentieri del parco Guell. Ulteriore curiosità nel muro interno a sinistra del cancello che reca una serie di figure rievocanti le pitture rupestri paleolitiche.







sabato 17 gennaio 2026

Conosci Milano: Piazza Guardi 15 di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

 

Vista della facciata e scorcio angolare di Piazza Guardi 15. Foto di Giovanni Fanelli



Sapendo fermarsi ad osservare la città è possibile incontrare scorci ed edifici evocativi, affascinanti, talvolta anche brutti, gemme ignorate, spesso dimenticate, soggetto che nella loro unicità raccontano storie e gusti che concorrono a formare la ricchezza architettonica della nostra Milano. Negli ultimi decenni si è sviluppato un certo gusto per l'edilizia ed il decorativismo dello stile Liberty, mentre per quanto riguarda il suo successore cronologico, ovvero lo Stile 1925, Art Deco per esplicitarci, non c'è a tutt'oggi una piena considerazione, forse perchè il suo sviluppo è inevitabilmente legato all'evolversi delle vicende del Ventennio Fascista e quindi ancora stenta a liberarsi di un certo tipo di prevenzione culturale. Piazza Guardi, è sita nel cosiddetto rione dell'Acquabella, zona estesa fra piazzale Dateo, Argonne, piazzale Susa, Città Studi, così definita per un gruppo di antiche cascine, l'ultima delle quali fu demolita nei primi anni 50, che a sua volta aveva ereditato il nome dall'omonima roggia che ne lambiva il territorio. 

Corso Plebisciti, primi del Novecento (Civico Archivio Fotografico)

Nella foto qui sopra che ritrae la Cascina Acquabella è possibile vedere un dislivello accentuato, in effetti quel tratto era detto la "Busa" ovvero la buca ed era frutto della presenza del rilievo ferroviario della cosiddetta Ferdinandea i cui binari attraversavano il rione e che poco oltre le cascine si sussisteva un bivio dove nel 1908 si verificò un disastro ferroviario con la collisione di ben tre treni viaggiatori causando 7 morti e ben 23 feriti. Osservando la foto è possibile leggere l'insegna di un'osteria: Trattoria dell'Acquabella con giardino e gioco di bocce", era anche sì detta "Pompei a Milano", citata nel celeberrimo libro del giornalista tedesco Hans Barth: "Osteria, guida spirituale delle Osterie Italiane da Verona a Capri", pubblicato nel 1921 e che si fregiava di un'arguta introduzione di Gabriele D'Annunzio.

Panoramica su piazzale Susa, anni 50, sulla destra si intravvedono le strutture della Cascina dell'Acquabella ancora superstiti


Ci racconta l'attento osservatore Hans Barth: - L'antica osteria dell'Acqua Bella è in fondo a corso Indipendenza, il lettore non si spaventi di questo titolo, l'acqua sarà bella, ma io non so dire se è anche buona perchè non l'ho assaggiata. E' un'osteria di campagna, che per il colore rosso e le colonne antiche di cui è ornata la sala principale può passare, con molta fantasia, per una reminiscenza pompeiana.


Una sbuffante locomotiva impegna i binari della Ferdinandea direzione Milano in zona viale Argonne
Foto anni 10 del Novecento di Giulio Galimberti, Archivio ACAdeMI - Franco Fava

Per quanto riguarda alcune vicende legate alla Ferdinandea in zona Acquabella, rimandiamo ad un interessante articolo dell'amico Silvio Gallio sempre sul nostro blog: https://sdslingo.blogspot.com/2019/03/vietato-attraversare-i-binari.html

Tornando al tema principale ci corre l'obbligo di segnalare altre realizzazioni sussistenti in piazza Guardi  che così si configura come un suggestivo esempio di come lo stile Deco abbia prodotto palazzi per una residenza di tipo popolare con un gusto per l'estetica decisamente pronunciato.


Piazza Guardi negli anni 30


Piazza Guardi 15, l'edificio in zona chiamato Castelletto in primo piano in un'immagine del 1929


Fra queste opere edilizie spicca sicuramente l'edificio al civico 15, un poderoso fabbricato che insiste su un intero isolato composto  piazza Guardi, via Saldini, via Beato Angelico e via Giuseppe Colombo, vaghe reminiscenze castellane, rappresentate dalle due torrette sommitali angolari, si affiancano ad un garbato uso di sporgenze e superfici piane, con un intervento di color rosso non invasivo, costituito da 2 strisce rosse continue al piano terreno ed al primo, i bovindi, tanto cari al Liberty qui si presentano con linee rette, a tronco di ottagono, più a rievocare la struttura degli Erker diffusissimi nell'architettura storica dell'area germanica, contribuendo ancor di più a sottolineare le suggestioni che derivano dall' impatto da fortezza medievale dell'edificio.


L'ingresso, decorato da un motivo essenziale in ferro battuto. Foto di Giovanni Fanelli

La vetrata, con motivo stile Deco in ferro battuto nell'atrio del palazzo. Foto di Davide Radaelli


La facciata, al centro della quale si apre l'unico accesso del fabbricato, si sviluppa in una perfetta simmetria del corpo edilizio con un andamento speculare ai lati dell'ideale colonna centrale, le aperture finestrate, a volte bifore, sono tutte e rettangolari, ad eccezione del piano nobile dove si intervallano con aperture ad arco a tutto tondo, sulle torrette compaiono poi dei profili bianchi che delineano delle finte bifore tonde, un tempo questo tipo di finestre era usato per rimarcare da fuori le stanze più importanti, una citazione storica quindi che ci rivela quanto non secondaria sia la storia del nostro soggetto.

Come troppo spesso accade le notizie legate all'edificio sono scarne e derivate soprattutto da un paio di inserzioni da riviste coeve che datano il fabbricato al 1929 progettato da un non meglio identificato Laucina e realizzato dall'impresa edile Perrucconi e Cigada, quest'ultima protagonista di diverse realizzazioni in città, primariamente nella stessa piazza Guardi dove ci sono altri edifici che rimandano stilisticamente alla tipologia in oggetto di questo articolo, fra altri interventi, parteciparono anche alla costruzione della sede in via Sarfatti della Bocconi.


Inserzione pubblicitaria, proveniente da una rivista coeva che rivela i dati essenziali sulla paternità dell'edificio, grazie all'amico Davide Radaelli che gentilmente ci ha inviato questo documento.

Il committente fu la Cooperativa Edile Combattenti Milanesi, una delle tante associazioni che garantivano alla propria categoria rappresentata un consistente aiuto nell'acquisto della propria abitazione, realizzandole direttamente, fonti da verificare le attribuiscono altre realizzazioni in questo stesso quartiere, molte categorie, professionali e/o morali nel corso di quel periodo, la Cooperativa Sempre Uniti di Affori, piuttosto che la cooperativa edificatrice dei Tranvieri agivano nella stessa direzione e nello stesso intento.


In questa e nelle immagini successive sono ripresi alcuni dettagli dell'edificio.
Foto di Giovanni Fanelli