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domenica 8 febbraio 2026

Un piede in fallo di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

Una sbiadita immagine, Archivio ACAdeMI, dei primi del Novecento, riprende uno scorcio di via Torino e la facciata della chiesa di San Giorgio al Palazzo


La celeberrima e toccante rappresentazione pittorica della Deposizione dalla Croce, detta "Il Compianto del Cristo Morto", al centro del Ciclo della Passione realizzata da Bernardino Luini nel 1516, alcuni critici indicano la presenza di un giovane che osserva la scena come un probabile autoritratto del Luini

Lungo la via Torino, a man destra sopraggiungendo da piazza del duomo, si apre un piccolo slargo in testa al quale ci accoglie la facciata settecentesca di San Giorgio al Palazzo, chiesa le cui origini vengono attestate all'anno 750, per interessamento del vescovo Natale che si avvalse di una donazione del Re Liutprando, intitolandola a San Giorgio di Cappadocia, santo molto caro alla popolazione Longobarda. Quanto al palazzo citato nel nome potrebbe essere riferito al fatto che la chiesa venne edificata sui resti del palazzo voluto da Diocleziano qual sede del Tetrarca che avrebbe dovuto governare quella parte di Impero avente Milano come capitale, altra ipotesi fa riferimento al vicino palazzo imperiale costruito da Massimiano nel III° secolo d.C.

Fra le tante opere che impreziosiscono San Giorgio al Palazzo, spicca un notevole ciclo di affreschi dedicati ad episodi della Passione di Cristo che fanno bella mostra di sè nella piccola cappella, poco più di una nicchia, dedicata al Santissimo Sacramento, con volta a botte ed un piccolo altare di marmo.



Fu il famoso pittore Bernardino Luini a ricevere l'incarico di realizzare questi affreschi sulla vita di Gesù per la chiesa, era il 1516 ed il nostro artista, poco più che trentenne, si diede al lavoro di buona lena e valente maestria. I lavori proseguivano a ritmo sostenuto tanto che il pittore chiamò l'arciprete per fargli ammirare da vicino i particolari della sua opera.

Il vecchio prete salì sopra un'impalcatura, raggiunse la zona degli affreschi, ma poco dopo precipitò nel vuoto, morendo sul colpo. Non si sa di preciso che cosa accadde: secondo alcuni il prelato aveva criticato il lavoro del pittore e questi, furioso, lo aveva scaraventato giù dall'impalcatura uccidendolo; per altri era stato il prete che un po' maldestramente aveva messo un piede in fallo ed era rovinato a terra. In città non si parlava d'altro e i milanesi si erano divisi fra innocentisti e colpevolisti. Bernardino Luini, stanco delle dicerie sul suo conto, decise di andarsene a Monza e di non fare più ritorno in città, cosa che però avvenne per nostra fortuna qualche anno dopo donandoci le meravigliose pitture del Monastero Femminile di San Maurizio Maggiore in corso Magenta.

Della fuga precipitosa di Bernardino Luini da Milano in direzione terre venete v'è citazione nelle cronache del tempo ma senza che siano riferiti i motivi di tale improvvisa decisione, il che parrebbe legittimare che il succitato episodio fosse realmente avvenuto.


I lavori rimasero in sospeso per parecchio tempo, prima di venire conclusi da Achille Funi intorno agli anni Trenta del Novecento, pare che anche questo pittore ebbe ad invitar l'arciprete preposto alla chiesa a salire sull'impalcatura per ammirare la conclusione dell'opera da vicino.

Non fosse mai detto il prete espresse un fortissimo, e sentitissimo, diniego, si rifiutò perciò con rigorosa fermezza: "Grazie professore, disse, vedo benissimo anche da qui", e se ne stette con i piedi per terra, molto più al sicuro.










sabato 17 gennaio 2026

Conosci Milano: Piazza Guardi 15 di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

 

Vista della facciata e scorcio angolare di Piazza Guardi 15. Foto di Giovanni Fanelli



Sapendo fermarsi ad osservare la città è possibile incontrare scorci ed edifici evocativi, affascinanti, talvolta anche brutti, gemme ignorate, spesso dimenticate, soggetto che nella loro unicità raccontano storie e gusti che concorrono a formare la ricchezza architettonica della nostra Milano. Negli ultimi decenni si è sviluppato un certo gusto per l'edilizia ed il decorativismo dello stile Liberty, mentre per quanto riguarda il suo successore cronologico, ovvero lo Stile 1925, Art Deco per esplicitarci, non c'è a tutt'oggi una piena considerazione, forse perchè il suo sviluppo è inevitabilmente legato all'evolversi delle vicende del Ventennio Fascista e quindi ancora stenta a liberarsi di un certo tipo di prevenzione culturale. Piazza Guardi, è sita nel cosiddetto rione dell'Acquabella, zona estesa fra piazzale Dateo, Argonne, piazzale Susa, Città Studi, così definita per un gruppo di antiche cascine, l'ultima delle quali fu demolita nei primi anni 50, che a sua volta aveva ereditato il nome dall'omonima roggia che ne lambiva il territorio. 

Corso Plebisciti, primi del Novecento (Civico Archivio Fotografico)

Nella foto qui sopra che ritrae la Cascina Acquabella è possibile vedere un dislivello accentuato, in effetti quel tratto era detto la "Busa" ovvero la buca ed era frutto della presenza del rilievo ferroviario della cosiddetta Ferdinandea i cui binari attraversavano il rione e che poco oltre le cascine si sussisteva un bivio dove nel 1908 si verificò un disastro ferroviario con la collisione di ben tre treni viaggiatori causando 7 morti e ben 23 feriti. Osservando la foto è possibile leggere l'insegna di un'osteria: Trattoria dell'Acquabella con giardino e gioco di bocce", era anche sì detta "Pompei a Milano", citata nel celeberrimo libro del giornalista tedesco Hans Barth: "Osteria, guida spirituale delle Osterie Italiane da Verona a Capri", pubblicato nel 1921 e che si fregiava di un'arguta introduzione di Gabriele D'Annunzio.

Panoramica su piazzale Susa, anni 50, sulla destra si intravvedono le strutture della Cascina dell'Acquabella ancora superstiti


Ci racconta l'attento osservatore Hans Barth: - L'antica osteria dell'Acqua Bella è in fondo a corso Indipendenza, il lettore non si spaventi di questo titolo, l'acqua sarà bella, ma io non so dire se è anche buona perchè non l'ho assaggiata. E' un'osteria di campagna, che per il colore rosso e le colonne antiche di cui è ornata la sala principale può passare, con molta fantasia, per una reminiscenza pompeiana.


Una sbuffante locomotiva impegna i binari della Ferdinandea direzione Milano in zona viale Argonne
Foto anni 10 del Novecento di Giulio Galimberti, Archivio ACAdeMI - Franco Fava

Per quanto riguarda alcune vicende legate alla Ferdinandea in zona Acquabella, rimandiamo ad un interessante articolo dell'amico Silvio Gallio sempre sul nostro blog: https://sdslingo.blogspot.com/2019/03/vietato-attraversare-i-binari.html

Tornando al tema principale ci corre l'obbligo di segnalare altre realizzazioni sussistenti in piazza Guardi  che così si configura come un suggestivo esempio di come lo stile Deco abbia prodotto palazzi per una residenza di tipo popolare con un gusto per l'estetica decisamente pronunciato.


Piazza Guardi negli anni 30


Piazza Guardi 15, l'edificio in zona chiamato Castelletto in primo piano in un'immagine del 1929


Fra queste opere edilizie spicca sicuramente l'edificio al civico 15, un poderoso fabbricato che insiste su un intero isolato composto  piazza Guardi, via Saldini, via Beato Angelico e via Giuseppe Colombo, vaghe reminiscenze castellane, rappresentate dalle due torrette sommitali angolari, si affiancano ad un garbato uso di sporgenze e superfici piane, con un intervento di color rosso non invasivo, costituito da 2 strisce rosse continue al piano terreno ed al primo, i bovindi, tanto cari al Liberty qui si presentano con linee rette, a tronco di ottagono, più a rievocare la struttura degli Erker diffusissimi nell'architettura storica dell'area germanica, contribuendo ancor di più a sottolineare le suggestioni che derivano dall' impatto da fortezza medievale dell'edificio.


L'ingresso, decorato da un motivo essenziale in ferro battuto. Foto di Giovanni Fanelli

La vetrata, con motivo stile Deco in ferro battuto nell'atrio del palazzo. Foto di Davide Radaelli


La facciata, al centro della quale si apre l'unico accesso del fabbricato, si sviluppa in una perfetta simmetria del corpo edilizio con un andamento speculare ai lati dell'ideale colonna centrale, le aperture finestrate, a volte bifore, sono tutte e rettangolari, ad eccezione del piano nobile dove si intervallano con aperture ad arco a tutto tondo, sulle torrette compaiono poi dei profili bianchi che delineano delle finte bifore tonde, un tempo questo tipo di finestre era usato per rimarcare da fuori le stanze più importanti, una citazione storica quindi che ci rivela quanto non secondaria sia la storia del nostro soggetto.

Come troppo spesso accade le notizie legate all'edificio sono scarne e derivate soprattutto da un paio di inserzioni da riviste coeve che datano il fabbricato al 1929 progettato da un non meglio identificato Laucina e realizzato dall'impresa edile Perrucconi e Cigada, quest'ultima protagonista di diverse realizzazioni in città, primariamente nella stessa piazza Guardi dove ci sono altri edifici che rimandano stilisticamente alla tipologia in oggetto di questo articolo, fra altri interventi, parteciparono anche alla costruzione della sede in via Sarfatti della Bocconi.


Inserzione pubblicitaria, proveniente da una rivista coeva che rivela i dati essenziali sulla paternità dell'edificio, grazie all'amico Davide Radaelli che gentilmente ci ha inviato questo documento.

Il committente fu la Cooperativa Edile Combattenti Milanesi, una delle tante associazioni che garantivano alla propria categoria rappresentata un consistente aiuto nell'acquisto della propria abitazione, realizzandole direttamente, fonti da verificare le attribuiscono altre realizzazioni in questo stesso quartiere, molte categorie, professionali e/o morali nel corso di quel periodo, la Cooperativa Sempre Uniti di Affori, piuttosto che la cooperativa edificatrice dei Tranvieri agivano nella stessa direzione e nello stesso intento.


In questa e nelle immagini successive sono ripresi alcuni dettagli dell'edificio.
Foto di Giovanni Fanelli 
 







giovedì 16 ottobre 2025

Milaninaria: la perduta chiesa di San Simplicianino di Roberto Bagnera e Giovanni Fanelli

 

Vista ravvicinata della parte sommitale dell'edificio in via Agnello 15. Foto di Giovanni Fanelli

Una buona abitudine durante i nostri vagabondaggi per le vie della città è quella di sapersi meravigliare di fronte a dei particolari inconsueti che colpiscono i nostri occhi, la sorpresa è sempre in agguato, sì perchè anche se Milano ha fra i suoi iconici simboli il "Piccone Demolitore", qualcosa rimane sempre a testimoniare quel che prima c'era ed ora non c'è più, qualche piccola scoperta, qualche dimenticato dettaglio, spiccioli storici ed artistici che tessono la trama di una Milano Minima ma sempre perdutamente amabile e coinvolgente. Giungendo da piazza Meda ed imboccando la via Hoepli, guardando verso l'alto possiamo cogliere un dettaglio architettonico singolare sul tetto del palazzo al civico 15 di via Agnello: una residua struttura di campanile con annessa regolare campanella che appare integra, una struttura ad u rovesciata con una stecca residua posteriore a sinistra.

Il primo sguardo dal fondo di via Hoepli. Foto di Giovanni Fanelli




Una vista ravvicinata del residuo architettonico ecclesiale.
Foto di Giovanni Fanelli


In queste 2 immagini estrapolate da Google Maps, grazie a Gabriele Dell'Oglio, è possibile osservare la consistenza frontale e posteriore del nostro reperto storico.


Partendo dal fatto che un tempo la via Agnello, contrada del sestiere di Porta Orientale, era indicata col nome di via San Simplicianino, ci sentiamo di identificare la nostra struttura campanaria come appartenente a questa chiesa, detta anche San Simpliciano Minore per non fare confusione con la ben più nota basilica in corso Garibaldi, le origini della chiesuola vengono fatte risalire ad un periodo precedente all'anno 903, data che contraddistingue il primo documento che vi fa riferimento.


In questo stralcio di Mappa del Catasto Teresiano del 1751, possiamo vedere la posizione della chiesa di San Simplicianino, in alto, quasi al centro dell'immagine e contrassegnata dalla lettera B.

San Simpliciano Minore viene descritta come una chiesa semplice a navata unica, dotata di 2 altari e di qualche pregevole raffigurazione votiva, con una facciata che lo scrittore Serviliano Lattuada definì di "buon gusto" dopo che la confraternita degli Scolari senz'abito che reggevano la chiesa si preoccuparono di restaurare nel Settecento. 

La storia di questo edificio ecclesiastico si lega con quella della vicina, e probabilmente coeva, Santa Radegonda, anch'essa scomparsa, che nata come monastero di Santa Maria di Wigelinda, successivamente dedicata al Santo Salvatore e finalmente, nell'anno 1130 riceve la definitiva intitolazione a Santa Radegonda, una regina Merovingia nativa della Turingia, questo monastero ebbe una stagione fiorente per molti secoli a venire rivestendosi di una funzione di polo religioso nella zona, crescendo e diventando quasi una cittadella della fede: connessa e collegata con le adiacenti San Raffaele e San Simplicianino, quasi un corpo unico collegato da chiostri e spazi comuni.



Il Monastero di Santa Radegonda nel momento della sua massima espansione, sulla destra è riconoscibile il chiostro che collegava il complesso monastico alla chiesa di San Simplicianino.
Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli

Il convento ad onta dell'antica storia precorsa rientrava nell'elenco degli edifici religiosi da dismettere stabiliti dalle cosiddette "Soppressioni Giuseppine",  nel 1871 venne sconsacrato e le monache residenti furono trasferite presso il convento di Santa Prassede in Porta Tosa. Fu in parte demolito nel 1873 per aprire la via omonima, subì ulteriori danni a causa della costruzione fra le sue strutture del Teatro di S. Radegonda per poi essere rilevato nel 1885 dalla società Edison che completò la distruzione del monastero erigendo al suo posto la prima centrale termoelettrica d'Europa. La demolizione della chiesa di Santa Radegonda fu poi effettuata nel 1925.

La chiesa di San Simplicianino subì la stessa sorte, nel 1875 si diede inizio alla demolizione delle strutture conventuali, durante questi lavori fra le fondamenta del complesso monastico fu rinvenuto un tratto di muro che correva parallelo alla strada e che apparteneva all'antica Cinta Augustea, fra quelle rovine fu anche rinvenuto un frammento marmoreo raffigurante l'agnello pasquale, lo stesso reperto diede infine il nome alla contrada e fu incastonato sulla facciata dell'attuale civico 19, dove nel durante l'Ottocento si aprì il "Caffè dell'Agnello", noto per esser stato il primo locale in Milano dove si poteva gustare l'allora esotica bevanda.


Via Agnello 19: l' Agnus Dei, foto di Piero Cocconi, a sinistra, e di Luciana Furiosi, a destra

Ad onor del vero non si trattò di una demolizione radicale perchè nel corso del 1876 la chiesetta di San Simplicianino venne trasformata in una casa d'affitto, quindi buona parte dell'attuale costruzione riadatta in chiave laica le antiche strutture architettoniche e forse è proprio per motivi di stabilità funzionale del nuovo edificio che venne preservato quel brandello del campanile sul tetto. Osservando bene la struttura del civico 15, alla sinistra dell'ingresso fa bella mostra di sè un piedritto che rimanda ad architetture precedenti e che forse è un altro lacerto del perduto edificio religioso. Ultima nota alla sinistra del piedritto scorgiamo una cancellata semicircolare che racchiude uno sparuto scampolo di vegetazione e che almeno un decennio fa racchiudeva un delizioso e rigoglioso albero.


A sinistra il piedritto forse facente parte della originaria struttura di San Semplicianino e la cancellata con il "giardinetto prigioniero". Foto di Giovanni Fanelli 




lunedì 14 luglio 2025

Conosci Milano: Monte Rushmore alla Milanese di Roberto Bagnera. Foto di Giovanni Fanelli


L'edificio stile Liberty all'angolo fra le vie Digione e Washington. Foto di Andrea Verduzzo

Credo che tutti conoscano il monumentale complesso scultoreo nelle Black Hills del Dakota, USA, un'opera mastodontica portata a termine fra il 1927 ed il 1941 da Gutzon Borglum con l'aiuto del figlio Lincoln Borglum che immortala fra le rocce i volti di 4 Presidenti degli Stati Uniti: George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosvelt e Abraham Lincoln.

La nostra città vanta però il primato nella rappresentazione pubblica di busti scolpiti che raffigurano i Presidenti USA: si tratta di Casa Ciminaghi Gatti, un edificio in stile Liberty, in via Digione 7 - 9, con un lato su via Giorgio Washington, edificio poco conosciuto realizzato nel 1910 su progetto dell'architetto Enrico Zanoni.

Riprese parziali dell'edificio dell'architetto Zanoni. Foto di Giovanni Fanelli


L'architetto Enrico Zanoni (Milano 1868  - 1948) operò prevalentemente in città edificando prestigiosi edifici di una raffinata eleganza declinata fra un fantasioso eclettismo ed uno spirito Liberty che contribuì a  sviluppare e portare in auge nei gusti del pubblico meneghino. 

L'architetto Enrico Zanoni in un ritratto a matita eseguito nel 1915 dal pittore Osvaldo Bignami

Fra gli edifici realizzati dall'architetto Zanoni citiamo : Casa Cavallazzi, 1902, in viale Bligny 60, Casa Caminada, 1907, in via Ripamonti, Casa Belli,1909 in via Morgagni 33, le sue realizzazioni più note sono la casa di famiglia, Casa Zanoni per l'appunto, realizzata nel 1889 in corso Monforte 43, la Casa Donzelli 1913, in via Torquato Tasso con gli affreschi in facciata che effigiano 2 protagonisti della Gerusalemme Liberata, opera insigne dell'intestatario della via di cui al centro compre un busto scultoreo. Sua anche la sontuosa e spettacolare Villa Felice Gaio - Ida Lampugnani realizzata nel 1907 a Parabiago. 

Dettagli dei Balconi e delle decorazioni floreali. Foto di Giovanni Fanelli


Liberty ed Eclettismo che felicemente convivono nella casa di via Digione, caratterizzata da motivi ornamentali floreali in cemento sulle superfici e nei parapetti dei balconi, una scenografico motivo Liberty caratterizza anche la scala di accesso nell'androne. 

La scenografica scala nell'ingresso di via Digione. Foto dal sito Filcasa

La vera sorpresa dell'edificio di via Digione sono i busti incastonati nella fascia sottotetto dell'edificio che riproducono le effigi dei primi 4 presidenti degli Stati Uniti d'America, un vero primato quindi visto che casa Ciminaghi Gatti è del 1910, contro il 1941 del complesso di Monte Rushmore. 


I 4 Busti all'angolo fra le vie Digione e Washington. Foto dal sito Filcasa

Qui di seguito le effigi scultoree di George Washington, John Adams, Thomas Jefferson e James Madison negli scatti di Giovanni Fanelli.















L'architetto Enrico Zanoni non è del tutto nuovo nel citare l'epopea del Nuovo Mondo, come un tempo si soleva chiamare il continente Americano, anche in un altro edificio da lui progettato in quegli stessi anni, campeggia come omaggio il busto del grande Navigatore Cristoforo Colombo, al centro della facciata dell'edificio in stile Liberty di via Vigevano 32.

Via Vigevano 32, primo piano del busto di Cristoforo Colombo e
vista parziale della facciata dell'edificio. Foto di Giovanni Fanelli



Dulcis in fundo ecco l'effigie del presidente americano Abraham Lincoln scolpito su una cresta degli archi del Duomo in 2 immagini dal sito della Cattedrale.