sabato 24 dicembre 2011

Quando la crisi non risparmia nessuno

Un gustoso racconto natalizio di Rolando di Bari


Melkon affrettò il passo. La strada da fare per arrivare al punto d’incontro con l’amico era fuori città, e aveva ancora un bel po’ di cammino da percorrere. Ed era in spaventoso ritardo.
Si era fermato al bar a bere un caffè e a chiacchierare con alcuni conoscenti, e non si era reso conto che il tempo passava in fretta. D’altro canto, fuori faceva un freddo polare, tirava un vento gelido e aveva già iniziato a cadere qualche fiocco di neve, mentre l’interno del locale era caldo, accogliente… Imprecò dentro di sé. Proprio una sera simile dovevano scegliere per rendere visita… A qualcuno che nemmeno conoscevano, poi! Ma l’amico che lo attendeva aveva più volte ripetuto e affermato che non si poteva rinviare. A certi eventi bisogna partecipare di persona, e arrivare per tempo.
Era inutile recriminare. Accelerò l’andatura, scivolando spesso sul nevischio che cominciava a ricoprire le strade deserte. A quell’ora, e con quel tempo, la gente se ne stava rintanata in casa, magari con i piedi sotto a una tavola imbandita di ogni ben di dio. Dopo qualche tempo le case cominciarono a diradarsi, fino a scomparire. Nonostante non ci fossero né luna né stelle, né fisse né cadenti, nella semioscurità riconobbe la zona dell’appuntamento.
L’amico era stato più puntuale di lui. Era già lì, in piedi vicino a un albero, nell’esatto punto dove la strada si biforcava, dividendosi in due tronconi che andavano a perdersi nel buio. Balthasar pestava ritmicamente i piedi, nel tentativo di evitare di congelarsi in mezzo a quella tormenta.
« Ciao. Sei in ritardo. »
« Lo so. Scusami. Ho avuto qualche contrattempo. » Il freddo gli gelava anche il cervello, e non riusciva a trovare una scusa più plausibile.
« Ma vedo che non è ancora arrivato neppure Gaspar. La roba l’hai portata? »
« No; ho chiesto a lui di portarla. Dovremmo incontrarlo poco più avanti. Lui è partito prima. Ha detto che, dovendo portare il carico, era più lento di noi.
« Ma sei sicuro che ci si possa fidare? Lo conosci bene, quel nero? »
« Stai tranquillo. Non fare caso al colore della pelle. È un brav’uomo, preciso e affidabile. Vedrai che ha tutto. »
Intanto si erano rimessi in cammino, prendendo la strada che portava verso oriente. Tacquero per un po’, poi Melkon non poté trattenersi dall’esternare le sue perplessità.
« Secondo me sarebbe stato meglio rimandare. Con questo tempo la roba si inumidirà, andrà a male. Faremo una figura meschina. »
Balthasar non rispose. Nel nevischio gli era sembrato di intravedere alcune ombre.
Non si sbagliava. Dopo qualche istante davanti a loro si materializzò un uomo che teneva per le briglie un asino. Dalla groppa del quadrupede pendevano alcune sacche. Melkon si stizzì. Apostrofò l’ombra scura davanti a lui:
« Ma, dico, non potevi prendere l’automobile? Cos’è, ti seccava sprecare la benzina? »
Gaspar sorrise.
« Ma no! Mi è sembrato che questo mezzo fosse più adatto al luogo verso cui stiamo dirigendo e alle persone che dobbiamo incontrare. E con l’asino non c’e il rischio di slittare sul fondo viscido e di finire fuori strada. »
« Avresti potuto montare le catene sulle ruote. In auto, almeno, avremmo patito meno freddo. E la roba che avete deciso di portare in regalo a quella gente non avrebbe corso il rischio di deteriorarsi. »
Balthasar intervenne:
« Finitela. Va bene così. E poi l’oro non si deteriora… »
Gaspar lo interruppe:
« Come, oro? Con tempi che corrono e dopo un’annata come questa? Incenso e mirra potevano anche andar bene, ma l’oro… Io ho cercato di contenere la spesa. Ho portato delle azioni. »
Melkon e Balthasar domandarono all’unisono:
« Azioni? Che azioni? »
« Dubai World. »
E fu così che il piccolo destinario dei regali, nato già di suo non troppo fortunato, nudo, al freddo, senza neppure il materasso ma soltanto un po’ di paglia per giaciglio, povero era e povero rimase.

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