mercoledì 31 dicembre 2025

L'Antica Carsenza e il Capodanno Meneghino di Roberto Bagnera

 

Golosa ed invitante, la Carsensa ci ricorda di un'antica tradizione ambrosiana per il Capodanno
(Foto dall'archivio della rivista La cucina Italiana)

Forse non tutti sanno (lo ammetto, provo una recondita soddisfazione nel principiare questo breve scritto con questa frase abusata) che ci fu un tempo in cui l'anno nuovo non cominciava il primo giorno di Gennaio, la ricorrenza poteva cadere in ognuno dei giorni di festa, persino il giorno del Santo Natale, a seconda delle proprie credenze ed usanze, fino al 1575, anno in cui la Chiesa di Roma stabilì la data ancor oggi rispettata.

L'inizio di un nuovo anno, un po' per il retroterra culturale religioso, un po' per radicata superstizione ha sempre portato con sè il timore per l'ignoto e tutta una congerie di riti scaramantici per scongiurare il mala e le disgrazie, il lancio di oggetti, piatti e vecchie cose perchè rimanessero confinati nell'anno vecchio è forse quello più noto, ma ve ne sono anche altri, ad esempio era uso lasciare delle vivande e bevande davanti all'uscio, o sul davanzale di casa perchè eventuali demoni cibandosene restassero alfin rabboniti e non indotti a generar danni.

Sempre nel solco delle credenze radicate le giovani e le dame cercavano di portare a termine i lavori di casa, i rammendi, i pizzi e qualsivoglia cucito che non doveva trascinarsi nell'anno nuovo, parimenti all'uso di saldare i propri debiti economici perchè non intaccassero il buon esito dell'anno che andava ad incominciare.

Il mattino del Primo Gennaio era uso andare alla Santa Messa portando un santino del proprio protettore affichè venisse benedetto e si diceva che uscendo di casa fosse di buon auspicio incontrare un bambino o meglio ancora un gobbo, cosa che avrebbe reso certamente positivo il bell'avvenire futuro.

Naturalmente anche l'antico rito di propiziazione della fertilità trovava una rivisitazione casalinga fra le costumate, e forse definitivamente abbandonate, gestualità scaramantiche: il lancio dalla finestra della pantofola che tutte le ragazze milanesi in età da marito esperivano con trepidazione malcelata indagando la sorte sul futuro incombente da spose o da zitelle: la punta della pantofola doveva cadere in modo che fosse rivolta verso di loro ed in questa evenienza il gaudio riempiva il cuore di quelle fanciulle dall'animo semplice, il responso positivo prediceva un bel matrimonio entro l'anno.

La Carsenza in una versione monodose

Durante la dominazione austriaca il giorno di San Silvestro era l'occasione privilegiata per veglioni, feste e celebrazioni sontuose durante le quali usava far sfoggio di lusso e ricchezza per ben invogliare la propria crescita anche nell'anno a venire e, come in tutte le festività, si sfoggiava la bravura pasticciera dei mastri milanesi attraverso il dolce d'elezione di questa ricorrenza, la Veneziana, soffice e lievitata con la golosa glassa e senza uvette a differenza del panettone, un uso chiaramente importato dalla città lagunare, non per nulla perla e capitale del regno Austro Ungarico.

Sempre legato agli austriaci era poi il tradizionale augurio di capodanno: 

Bon prenzippi e bonna fin 

e bonna carna de pollin

Cartolina commemorativa pubblicata in occasione del 50° Anniversario:
I cittadini sciabolati dalle truppe austriache in piazza Mercanti

Essendo il Pollin, ovvero il tacchino, simbolo di abbondanza e ricchezza, ma anche il soprannome con il quale i milanesi apostrofavano i gendarmi austriaci in divisa con le pance prominenti da bevitori di birra.

 Anche il mondo contadino aveva le sue consuetudini gastronomiche per festeggiare l'arrivo del nuovo anno, persino nelle più povere case contadine si usava consumare un grappolo d'uva allo scadere della mezzanotte, composto di 12 acini a simboleggiare ogni mese a venire perchè tutti e 12 portassero prosperità e salute.

In questi stessi ambienti contadini nasce l'uso della Carsenza, un dolce di recupero, quando si panificava solo una volta alla settimana, nel forno di cascina, o nel forno comune del paese, a Natale il pane che si cuoceva era bianco e veniva benedetto durante la Santa Messa, quel che restava veniva poi reimpastato con uva, fichi, frutta secca, zucchero e burro, creando un capolavoro di dolcezza per la gioia dei bimbi, e anche degli adulti. Era uso nascondere nell'impasto un cece, piuttosto che un fagiolo, o una moneta, per chi se la poteva permettere affinchè fosse segno di un prospero anno nuovo per il fortunato che avrebbe trovato l'agognato oggetto.

La Carsenza è un dolce quindi nato dal recupero del pane avanzato ed integrato da quel che passava il Convento, ovvero con le poche risorse disponibili nelle povere cucine del contado, pere, uva appassita, fichi, noci, tanto amore e tanta passione nelle mani per render felice la famiglia, ma anche un personaggio d'alto rango come il conte Alessandro Manzoni ne andava ghiotto, tanto da menzionare spesso questa specialità nel proprio carteggio famigliare, citandola in molte lettere.

Le Carsenze prodotte dalla Pasticceria Bonfiglio di Bareggio  

La Carsenza fa il suo ingresso linguistico nel Vocabolario Milanese-Italiano compilato ed edito nel 1814 dal letterato Francesco Cherubini che la definisce come una focaccia che nel contado è spesso di farina di mais e spezie, mentre in città si usa la farina di grano, più raffinata e introduce la presenza di una sorella dolce, per Capodanno e per la Befana che chiama Carsenza di Bombon, e quindi il nostro dolce è uno e trino, nel pieno rispetto della ritualità popolare, veniva cotta al forno, oppure fritta, oppure in padella, a seconda dell'estro della massaia ed era di pasta dura, pasta sfoglia, pasta matta e talvolta frolla, a seconda delle consuetudini e/o delle disponibilità; benchè curiosamente assente nei comuni ricettari della cucina meneghina era invece radicata nell'uso comune tanto che il poeta dell'Ottocento Giovanni Rajberti la cita in un suo componimento: El primm de l'ann se comenza a mangià la Carsenza.

Tradizione ormai quasi scomparsa a Milano ma ancora viva nell'Abbiatense e  nei centri occidentali del Ticino dove si rinnova la consuetudine di consumare il primo giorno dell'anno questo dolce povero, nato dalla fantasia delle nostre contadine guidate dalla necessità di non sprecare quel poco cibo che avevano tra le mani, fondamentalmente è una base lievitata, una crescenza, termine che indica crescita, lievitazione, se ne avanzava una parte dall'infornata settimanale veniva conservata un paio di giorni e successivamente rilavorato con l'aggiunta di qualche frutto, ad essere utilizzati in primis erano ovviamente i primi frutti caduti dagli alberi, quelli già bacati e destinati ad un veloce deperimento, anche l'uva utilizzata era solamente l'ultima della stagione.

Nel tempo anche la Carsenza ha risentito dell'evoluzione e del miglioramento del tenore di vita della popolazione lombarda, di conseguenza altri tipi di frutta, soprattutto pere e fichi, hanno trovato spazio nell'impasto che nel correr degli anni si è arricchito via via di zucchero, lievito e burro, ingredienti questi che lo hanno reso simile alla Piota di Inveruno, dolce natalizio tipico di questa località.

La Piota di Inveruno che annovera fra gli ingredienti anche il grasso d'oca
(Foto da Antico Forno Garavaglia)

La Carsenza è un dono tramandatoci dalla società contadina per non dimenticare di quanta dignità trasudasse nel nostro passato quando in regime di povertà e difficoltà nulla andava sprecato, Milano nasce pur sempre come centro di un fiorente mondo agricolo e forse questo monito oggi più che mai è coerente con una mentalità che sia rispettosa e consapevole che le risorse non sono infinite e che gli sprechi tipici del modo di vivere del mondo occidentale non abbian più ragion d'essere.

Di seguito la ricetta redatta da Annalisa Panigada

Il risultato finale sarà un dolce goloso e bello 


Ingredienti: (non ci sono dosi, le quantità variano a seconda della quantità di
pane bianco utilizzato)
• Pezzetti di pane bianco avanzati il giorno di Natale
• Latte
• Farina bianca
• Uova
• Lievito di birra
• Zucchero
• Vanillina
• Burro morbido
• Panna
• Uvette, a piacere un po’ di rum
• Pinoli e scorza di limone tritata (non grattugiata, si devono sentire i pezzettini)

Mettete in una ciotola capiente il pane bianco e copritelo con latte e panna.
Lasciatelo riposare fino a quando sarà possibile lavorarlo con una forchetta per ottenere una crema morbida.

Nel frattempo avrete sciolto il lievito di birra in poco latte tiepido. Aggiungetelo al composto di pane, al quale aggiungerete poi le uova intere, il burro, lo zucchero, la vanillina e la farina, continuando ad impastare con un mestolo di legno prima e con le mani poi. Dovrete continuare ad aggiungere farina fino ad aver ottenuto un impasto morbido (tipo pasta di pane).
 
Da ultimo, aggiungete la scorza di limone tritata, i pinoli e l’uvetta precedentemente ammollata nell’acqua o, a piacere, nel rum.

A questo punto formate una palla e ponete l’impasto a lievitare in una ciotola foderata con un tovagliolo. Incidete una croce sulla pasta e coprite con un altro tovagliolo.

Lasciate riposare vicino ad una fonte di calore per almeno mezza giornata (la preparazione avviene per tradizione la sera dell’ultimo dell’anno, quando tutti i bambini sono già a dormire, e si lascia riposare l’impasto durante la notte).


Servirla ben calda cosparsa di abbondante zucchero semolato.

venerdì 26 dicembre 2025

Il Presepe Wietzendorf, un presepe di prigionia a S. Ambrogio di Roberto Bagnera

Vista ravvicinata della scena raffigurata nel Presepe Wietzendorf

Wietzendorf, quella che sarebbe usuale definire come una ridente, tranquilla e persin sonnecchiosa cittadina provinciale della Bassa Sassonia, nasconde tra le spire del suo passato, non così remoto, una delle raccapriccianti testimonianze di come la ferocia umana sappia infettare la storia: Oflag 83.

Wietzendorf scorcio di Königstraße Foto del 2014 di Oxfordian Kissut

Questo termine dagli spiccati accenti burocratici, se non altro per l'impersonale numerale che già di suo è però impressionante per l'alta semantica consistenza, è la abbreviazione del termine Offizierslager, ovvero campo ufficiali. La struttura di detenzione era situata a circa un chilometro di distanza dal centro abitato, traeva origine nel corso della prima guerra mondiale ma rivelò la sua efficacia come macchina di morte nel 1941 quando, con il nome di Stalag 310 X D, divenne destinazione specifica per i prigionieri di guerra sovietici catturati lungo il fronte orientale, in assenza di baracche e/o altre costruzioni essi erano costretti a vivere all'addiaccio o in buche da essi stessi scavate sul terreno: ne morirono ben più di 16.000.

Foto scattata da Antonio Argenteri, uno degli ufficiali reclusi, all’interno del campo di prigionia di Wietzendorf poco prima della liberazione da parte degli Alleati. Le due immagini successive, dal WWW. ci mostrano scorci del campo di concentramento durante il periodo di utilizzo dello stesso.




A partire dal Gennaio del 1943 il campo di Wietzendorf fu dedicato agli ufficiali militari italiani che avevano rifiutato di servire nell'esercito della nascente Repubblica sociale di Mussolini e per questo internati senza riconoscimento dello status militare e senza la tutela della Croce Rossa Internazionale.

Successivamente alla fatidica data del 8 Settembre 1943 migliaia di militari italiani vi furono internati, fra di essi spiccano, in un tragico albo storico, i nomi dello scrittore Giovannino Guareschi, creatore di Don Camillo e Peppone, il futuro segretario del Partito Comunista Italiano Alessandro Natta e l'attore Gianrico Tedeschi, che pare abbia iniziato proprio in questo campo di concentramento ad esibirsi come attore recitando improvvisate scene teatrali per risollevare il morale ai propri commilitoni.


Gianrico Tedeschi (Milano 1920 - Pettenasco 2020) in una foto dell'immediato dopoguerra

A tal proposito citiamo uno stralcio dal diario del Tenente Colonnello Pietro Testa, comandante del gruppo di internati italiani: "Fra i reclusi c'erano anche l'attore Gianrico Tedeschi e lo scrittore Guareschi che prepararono una recita nel campo, fingendo un improbabile dialetto sconosciuto ai Tedeschi li presero in giro fra le risate dei commilitoni e i sorrisi sussiegosi dei guardiani, ignari di essere protagonisti di tale rappresentazione".

Lo scrittore Giovanni Guareschi durante il periodo da internato

Nel campo di Wietzendorf le giornate passavano fra fame, freddo, stenti, privazioni, umiliazioni e preghiere, con la disperata ricerca di cibo per alleviare la stretta dello stomaco, si scavavano addirittura dei tunnel per raggiungere di nascosto i bidoni con i rifiuti delle cucine e recuperare magari qualche buccia di patata da raschiare fino all'inverosimile.

Ancora il diario del Tenente Colonnello Pietro Testa ci testimonia della creazione di una curiosa, se non fosse tragicamente originata, figura operativa: l' Acchiquistere.

Il pane veniva consegnato ai prigionieri in pagnotte molto grandi che andavano poi divise fra tutti ed era ovvio che la suddivisione non sarebbe stata perfettamente proporzionata, per cui uno degli internati a turno assumeva questa funzione girandosi di spalle in modo da non poter vedere, e quindi esserne influenzato, i propri compagni, il comandante prendeva in mano un tozzo di pane e chiedeva a chi dovesse esser consegnato e l'acchiquistere pronunciava un nome, così facendo nessuno poteva lamentarsi di presunti favoritismi.


Basilica di S. Ambrogio, la teca che custodisce il Presepe Wietzendorf

La speranza di un futuro fuori dal campo, la forza d'animo, la comunanza fra di loro e la fede, barriera incrollabile a sostener lo spirito, erano le uniche "ricchezze" per gli internati ed ecco che nell'avvicinarsi del secondo Natale passati nel campo di concentramento il comandante Pietro Testa ebbe l'idea di impegnare i propri sventurati uomini nella realizzazione di pupazzetti di fango, unico materiale rinvenibile in grande quantità, con l'ausilio di qualunque altro materiale recuperato, in modo da creare un presepe in ogni baracca.

Un gruppo di statuine in un'immagine ravvicinata dal sito ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati)
Sotto alcuni primi piani dei personaggi dal sito chiesadimilano





Una baracca in particolare si distinse per un'idea operativa che coinvolse tutti i commilitoni: il pittore fidentino Ettore Ponzi ed il sottotenente di artiglieria, nonchè artista milanese, Tullio Battaglia realizzarono alcune figure alte 35 centimetri impastate con fango, legni rubati alle strutture dei giacigli, pezzi di filo spinato recuperati sfidando la sorte e la fucilazione immediata, ogni compagno fornì qualcosa di suo, chi un pezzo di vestito, chi il pendente di un braccialetto di proprietà del tenente artigliere Mendoza di Vigevano, il tenente Bianchi di Milano diede un fazzoletto di seta col quale si realizzò il bambino Gesù, San Francesco viene rivestito con un lembo della tonaca del cappellano Padre Ricci. Con il contributo di tutti, piano piano, al lume di una candela di margarina alimentata da tutti i detenuti che si privarono di una parte del prezioso alimento fu realizzata questa toccante "Natività". Fatto preminente della scena è l'idea che tutta l'Italia, madre patria agognata e rimpianta, dovesse fare omaggio al Redentore: una contadina lombarda vestita di cotone rigato rappresenta l'Italia settentrionale, un zampognaro d'Abruzzo rappresenta l'Italia Centrale mentre un pastore calabrese con una pecora sintetizza l'Italia Meridionale e le isole. Il campo 83 passò sotto il comando dell'esercito inglese che liberò i prigionieri a partire dal maggio 1945 e si occupò della definitiva dismissione del campo che fu raggiunta nell'Agosto del 1945.

Il presepe ed i documenti apposti alla bacheca. Foto dal blog Globus

Una volta finita la stagione bellica la toccante composizione fu donata alla Basilica di Sant'Ambrogio, divenendo parte pregiata del tesoro della chiesa, durante il periodo natalizio viene esposta la preziosa teca, alla destra del Coro, sopra il sarcofago dei Santi Nabore e Felice. La teca è corredata da una serie di fogli, immagini e documenti, sono pensieri, preghiere, poesie, testimonianze degli internati militari che contribuisco a contestualizzare l'opera e la sofferenza di chi contribuì a crearla.

Il bue donato dai cittadini di Wietzendorf. Dal blog Globus

La statuina raffigurante il bue fu intenzionalmente lasciata presso il campo di concentramento a commemorare chi non aveva avuto in sorte di tornare, nel dicembre del 2023 una delegazione della cittadina tedesca venne a donare una copia del bue affinchè una simbolica completezza e un altrettanto simbolico abbraccio salvifico chiudessero nel segno della speranza il cerchio doloroso di questa storia.




lunedì 8 dicembre 2025

Giovanni Barrella e la Lauda del Panatton di Roberto Bagnera

 

Prezioso, goloso, fragrante, profumato, invitante, inimitabile, una sola parola: Panettone

Fra le personalità di grande rilievo per la cultura meneghina spicca decisamente la figura di Giovanni Barrella, (Milano 30/11/1884 . Erba 23/09/1967) , fu poliedrico autore, pittore, poeta, attore teatrale, e poi commediografo e pur regista, partecipò fino agli anni 50 anche a diverse produzioni cinematografiche nel ruolo spesso di caratterista ed ebbe una parte anche nel celeberrimo film del 1937 Felicita Colombo, con Dina Galli e Armando Falconi, diretto da Mario Mattoli. Il suo palmares cinematografico comprende tra le altre anche Teresa Confalonieri, film del 1934 con Marta Abba, Malombra del 1942, con Isa Miranda e Vita da Cani, del 1950 dove recitò al fianco di Aldo Fabrizi, Gina Lollobrigida e Delia Scala.


Giovanni Barrella in un foto ritratto del 1915


Giovanni Barrella fu vivace protagonista del mondo teatrale e attoriale milanese, apportando la sua verve nell'ambiente delle rappresentazioni dialettali, condizione connaturata alla sua storia personale, essendo stato il nonno materno, Giovanni Riccardi, fondatore del Teatrin di Morigg, in seguito diventato Dal Verme, che era frequentato dalla crema degli attori ed autori di Milano, il giovane Giovanni nacque praticamente ed artisticamente su quel palcoscenico, respirandone il clima, l'aria e gli umori che avrebbero poi reso fertile la sua carriera, arricchita anche dall'incontro con il Grande Edoardo Ferravilla che ne fu maestro e che forse gli fece maturare anche quella vena umoristica tanto schietta e tanto squisitamente milanese. Fatto aneddotico a riguardo la targa che volle affiggere sulla porta della propria abitazione:

Bar Rella

ovvero "Bar della Penuria"

Una fine vena di arguzia che mise anche a servizio di prestigiose aziende coniando degli indimenticabili slogan, come ad esempio per il Fernet Branca: "Sont a terra se me manca on gottin de Fernet Branca, ma l'è festa de famiglia se ne compri ona bottiglia", così anche per il Cognac Vecchia Romagna: "'me l'è bon! ma che cuccagna! om cognacch Vecchia Romagna" e via di seguito fino al celeberrimo declamar degli occhiali del Viganò.

La celeberrima reclame dell'Istituto Ottico Viganò riprodotta su di una rivista del 1940

Per una più approfondita conoscenza rimandiamo ad un articolo scritto da Claudio Beretta e pubblicato sulla Martinella di Milano nel Gennaio 1985, qui riproposto sul nostro blog:

https://sdslingo.blogspot.com/2013/12/giovanni-barrella-lultim-brumista-di.html

Giovanni Barrella in una delle sue ultime fotografie, 1967


Autore raffinato ed espressivo Giovanni Barrella trova una felice sintesi fra il suo lato colto e l'eleganza ineguagliabile dell'eloquio milanese nella celebrazione del simbolo più goloso della città: il panettone.



La Lauda del Panatton

Oh, bongiorno!...Leverissi…
Hinn content che son rivaa?
(Vaa che bestia?... mi i stremissi…)
Sì, son mi quell che ha parlaa!...
Mi!...chi dent e l scatolon…
Son mi, sciori!...El panatton!


Cià…su…sveglia…descartemm,
che ‘n poss pù de vess saraa…
Su…femm festa…saludémm
Domandémm come ho viaggiaa!...
Ma sì…cert…l’è educazion,
se saluda el panatton!


Panatton l’è quell amis
Che, s’el riva in d’ona ca,
se anca el riva a l’improvvis,
al va accolt come on pascià!
Perché lu l’è bell, l’è bon,
perché lu l’è el panatton!


Lu l’è ‘l re de l’alegria,
lu l’è ‘l dolz de circostanza,
l’è on bombon de compagnia
che ten viscor l’adunanza:
sempr’alegher, mai passion
in doa riva on panatton!


Senza mi, non gh’è Natal…
Mi troo insemma la famiglia!
Quanti guai e quanti mal,
col suggell d’ona bottiglia,
l’ha giustaa in del moment bon,
on fettin de panatton!


Perché mi son ben levaa…
Sott sta scorza un poo ruspanna,
color tonega de fraa,
mi gh’hoo l’anima ambrosiana
che de foeura l’è a la bonna,
ma de dent l’è panattonna!



Pari sgnuzz…e son legger…
I me ughett, foeura hinn brusaa,
ma de dent hinn on butter
e indolsissen, col cedraa
ch’el profuma de limon
tutte l moll del panatton!


Son de pasta prelibada,
la mia crosta l’è on portent,
se anca l’è on ciccin brusad,
la dà no fastidi ai dent!
Tutt de god…ven finna bon
I fregui del panatton!


E adess basta…ho ditt assee!
Dess ch’emm faa la conoscenza,
trèmm fora del palpee
che ve fo la riverenza,
Eccom…chi…in esposizion,
Sott…chi taja el panatton?


Su…coragg…tocca a lee, sciora,
damm la prima cortellada…
Tocca a lee, come resgiora…!
Na maninna delicada,
la rend dolza e la fa bon
fin la fin d’on panatton!


E, intant, mi, travers i ughett,
guardand tutt la compagnia,
faroo el cunt in quanti fett
spartirii l’anima mia.
Su…coragg!... che mena bon
Tajà a fett el panatton!


Son squisito?...el so anca mi!
Mai mangiato de insci bon?
E, savii perché l’è insci?
Perché sont el panatton,
on bombon de cà, a la man,
che l’è bon me ‘l so Milan




Palpee - Cartoccio
Sgnuzz - Pesante
Viscor - Vivace

Traduzione redatta da Angelo Manzoni, dal sito milanesiabella

venerdì 28 novembre 2025

Conosci Milano: Villa quattrocentesca a Bruzzano di Roberto Bagnera e Franco Tabacci


Tutte le foto di questo post sono di Franco Tabacci

Vicolo Diomede Pantaleoni 4, Bruzzano, ancora sopravvive una struttura architettonica quattrocentesca, con un ingresso ad arco romano, contornato in cotto e due camini sporgenti. Conserva all’interno dei soffitti a cassettoni del Quattrocento, l'edificio fu restaurato negli anni 80, nel Settecento era di proprietà della nobile famiglia Benzone, ma esistono elementi che potrebbero confermare la proprietà originaria alla famiglia Taverna, signori e fondatori del feudo di Bruzzano.






In quello che un tempo era un rigoglioso giardino sussisteva un muro impreziosito da una fascia di affreschi tardo Cinquecenteschi il cui soggetto è una merlatura con sei stemmi nobiliari (Taverna, feudatari di Bruzzano; Leon y Castilla, reali di Spagna e i milanesi: Aliprandi, Casati, Crivelli, Trivulzio), affreschi che sono stati riprodotti nella villa Mirabello in occasione dei restauri di quest'ultima.





Una policroma meridiana affissa sulle mura della corte infine ci ammonisce di quanto a volte sia tiranno il tempo che fugge.