martedì 21 aprile 2026

Il Pan de Mej di Roberto Bagnera


Pan de Mej e Panera. Foto Associazione SAN MARCO RHO


Pan de Mej, Pan Meino, Panigada, Pangialdina, il nome di questo antico dolce cambia a seconda della zona ove viene gustato e prodotto, è diffuso un po' in tutta la regione lombarda e specialmente nelle provincie di Lecco, Como, Lodi, Pavia, Monza Brianza e, naturalmente, Milano. Il suo nome deriva dalla parola Miglio, Mej in lingua meneghina, ed è un ingrediente che nell'antichità era usato spessissimo, lo si utilizzava generalmente per produrre il pane, mischiandolo ad altre farine. Il pane di miglio era un tempo il più economico degli alimenti. Era un pane giallo, originariamente a grande taglio, che si confezionava in forme a tronco di cilindro, denominate ruote, da qui il modo di ordinarle dal fornaio: una roeuda de pan de mèj. (Una ruota di Pan di Miglio)

Pan Meini appena sfornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di piazza Salgari.


Dal fornaio lo acquistavano i poveri, perché costava meno del pane di farina di frumento.
Per l'originale umiltà di questo alimento a Milano si soleva dare del ladro di pan di miglio al poveracci, ai quali non si può quasi far colpa di un peccato, perché lo commettono per disperazione,  da qui il detto "On lader de pan de mèj". Con il tempo, il normale pane di miglio, si trasformò in un delicato dolce zuccherato che, secondo la tradizione, veniva preparato il giorno di San Giorgio, 23 aprile per il calendario ambrosiano, data antica in cui si stipulavano i contratti per la fornitura di latte tra mandriani e lattai.
Un tempo la ricorrenza si legava alla transumanza dei Bergamini, pastori, che dalle provincie di Bergamo, Brescia, Lecco e viciniori, iniziavano il viaggio verso Milano per approvvigionare la città con il latte delle proprie bestie e vi giungevano proprio nel giorno dedicato al santo.

Pronti per essere infornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di piazza Salgari



Un'altra versione riferisce di un'origine un po' più truculenta per questa tradizione e si lega al quartiere ancor oggi chiamato Morivione.

In via dei Fontanili, al Vigentino,  sopravvivono i resti di una chiesetta rurale detta Sacra Famiglia in Morivione, restaurata da privati in anni recenti.
Il Ponzoni, nel suo libro “Chiese di Milano” lo data al 1786 anche se da alcuni documenti risulta essere più antico se fu ampliato nel 1676 (Archivio Curia Arcivescovile).
E’ una chiesetta a navata unica, con il tetto sporgente ed una facciata sobria, ha una pregevole pala a bassorilievo che rappresenta la sacra famiglia.
Il nome deriva dal testo di una lapide “Qui Morì Vione”, che in tempi antichi indicava il luogo ove questo personaggio passò a miglior vita, e finì per indicare il circondario stesso.

Scorcio di via dei Fontanili e la chiesetta della Sacra Famiglia in Morivione, Foto di Giancarlo Mainardi

Vione, chi era costui?
Esistono diverse versioni a tal proposito Forse Vione era un generale Franco che rimase ferito durante i sanguinosi combattimenti contro i longobardi di re Alboino e che giunse stremato durante la ritirata a Milano solo per morire di cancrena sulle rive del Ticinello.
Secondo un’altra tradizione tal Vione Squilletti era un mercenario veneto che alla guida dei suoi sgherri saccheggiava il territorio del milanese finchè non fu sconfitto ed ucciso dalle truppe di Luchino Visconti nella località suddetta.
Terza versione, quella popolare e quindi per noi più accreditata, tramanda che questo Vione fosse un feroce bandito che alla guida di 600 masnadieri avrebbe tentato addirittura di impadronirsi della città, era il 1236 ed il 23 aprile, giorno di San Giorgio, unico punto in cui le tre versioni trovano accordo, ed il brigante trovò la morte in quel borgo racchiuso fra la Vettabbia ed il Ticinello, e qualcuno per rammemorare la sospirata liberazione dalle angherie di quel losco figuro incise la lapide di cui sopra.
Si dice che in quel giorno le campane suonassero a festa e che le donne del borgo offrirono ai soldati che le avevano liberate latte fresco, panna e uova.
Nacque così una festa che ancora negli anni venti del secolo scorso faceva accorrere famiglie a frotte nelle osterie del Vigentino: La Panerada, festa della panna, dove il dolce nettare veniva servito nelle tazze di maiolica e accompagnato dal prelibato Pan de mej dolz, il tipico dolce di farina di miglio e fior di sambuco.
Da quel giorno San Giorgio venne assunto come protettore dei lattai che abitavano la zona.

Appena sfornati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di Piazza Salgari


Un'antica tradizione, ancora in auge nel secondo dopoguerra, consisteva nell'offrire un dolcetto ed una tazza di panna nel giorno dedicato a San Giorgio in questo modo i lattai si ingraziavano il santo protettore, un po' come avveniva a Natale quando i fornai erano usi offrire una fetta di panettone come buon auspicio, oggidì non accade più, con rammarico e nostalgia per le usanze e i modi di convivenza sociale trasformati sempre più in pallidi ricordi.

Oggi il prelibato dolce compare a profusione nelle panetterie e pasticcerie delle zone vocate ed allieta con colore e profumo vetrine ed animi nei giorni vicini alla ricorrenza di San Giorgio, ancora qualche abile signora si ingegna a produrlo in casa e noi volendo favorire questa gradita iniziativa, ben volentieri proponiamo la ricetta tipo del Pan de Mej.


Fragranti e profumati. Foto di Ornella Anfossi della Pasticceria Anfossi di Piazza Salgari

Ingredienti:

100 g di farina bianca
100 g di farina gialla a grana grossa
100 g di burro
100 g di zucchero
4 uova
1 pizzico di sale
1 cucchiaino di lievito in polvere
panna

Lavorate a lungo i tuorli con lo zucchero fino a ottenere un composto gonfio e spumoso, aggiungetevi il burro ammorbidito, le due farine, il sale, il lievito.

Fate riposare la pasta e poi suddividetela in sei parti.

Date a ogni porzione di pasta la forma di una palla e poi schiacciatele come se fossero pizzette.

Cuocete in forno già caldo a 160 gradi per quindici minuti: devono prendere un bel colore dorato.

Sfornate, fate raffreddare e servite con panna liquida freschissima.







la Panerada.
Si celebrava il 23 aprile, San Giorgio, che a Milano, per via del Rito Ambrosiano, cadeva un giorno prima che nel resto del mondo Cristiano.
Nei forni pubblici si sfornavano tonnellate di biscotti detti pan de mej, cioè pane di miglio, col tipico colore giallognolo e aromatizzati coi fiori di sambuco, che sbocciavano proprio in quelle settimane prima della festa.
I biscotti erano poi "pucciati" nella panera, cioè nella tipica panna prodotta durante la prima bollitura del latte.
Le origini delle Panerada vanno cercati tra l'antica usanza dei Bergamini di iniziare la transumanza dalla Pianura Padana attorno a Milano verso le Alpi proprio nel giorno di San Giorgio; nello stesso giorno, prima della partenza, i Bergamini, cioè gli allevatori bergamaschi, bresciani e lecchesi, firmavano gli accordi coi lattai milanesi. Per celebrare l'accordo raggiunto sul costo al litro del latte fresco, veniva bevuta una tazza di panera fresca.
Il fatto che proprio negli stessi giorni venissero sfornati i tipici dolcetti, finì per unire le due tradizioni.
Vi è poi una seconda ipotesi circa l'origine della Panerada ed è legata al quartiere storico di Morivione, oggi tra via Bazzi, via dei Fontanili e via Bernardino Verro.

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