domenica 7 giugno 2026

Il Mulino Vettabbia Destra di via Ripamonti di Roberto Bagnera e Filomena Schiattone

Il Mulino sulla Vettabbia in via Ripamonti in un'immagine fine Ottocento

Milano, si sa, è una città che si è continuamente modificata nel corso dei secoli, cambiando funzioni, vocazioni e situazioni con il variare delle convenzioni sociali e delle contingenze storiche, trasformazioni che, accompagnate dal famigerato "piccone demolitore", hanno cancellato testimonianze del passato, a volte preservandone lacerti e tracce, a volte, stranamente, conservando esempi cospicui del passato, spesso lasciati colpevolmente al degrado del tempo e dell'incuria, altre volte con illuminato spirito reinventati alla fruizione moderna. tutto questo genera una sequenza di contrasti spazio-temporali che sono in definitiva la vera caratteristica del capoluogo lombardo, contrasti architettonici, storici, spaziali, che a volte confondono, straniano, e pure straziano il nostro cuore di archeologi metropolitani.

Lavori di costruzione del nuovo ponte sulla Vettabbia in via Ripamonti, in questa foto del 1931 di E. Montesi si riconoscono sulla sinistra le strutture del Mulino sulla Vettabbia

Uno dei percorsi più interessanti in quest'ottica è quello legato al mondo delle cascine, e quindi del passato agricolo della città, edifici funzionali all'agricoltura la cui proliferazione fu dovuta alla ricchezza di corsi d'acqua, fontanili e risorgive di cui il territorio era abbondantemente dotato, fino alla fine del secolo scorso scampoli architettonici di questo operoso passato erano ancora leggibili fra le pieghe della cortina urbana anche nelle zone più centrali, molti poi sacrificati dalla necessità di nuove costruzioni. Il mondo delle cascine rimano oggi relegato ad alcune realtà periferiche che proseguono tutt'oggi le attività agricole nelle propaggini estreme della città, fra Barona, Baggio, Vigentino e antichi borghi oggi inurbati. 

Via Ripamonti, la cascina Molino Vettabbia Destra, anni 60, Archivio ACAdeMI

Percorrendo la via Ripamonti in direzione periferia, oltre la circonvallazione dei viali, poco dopo il ponte sulla ferrovia, poco oltre l'incrocio con la via Serio, sulla sinistra, sarà facile imbattersi in un viottolo dall'andamento curvo, la targa viaria cita: i numeri civici 101 e 103 di via Ripamonti, lambito sul lato sinistro dal letto della Vettabbia, ci conduce verso un piccolo edificio dall'aria vetusta, per quanto ben tenuto e recentemente restaurato, che rappresenta un'autentica sorpresa nel panorama degli edifici storici legati al passato agricolo cittadino: la struttura di un mulino un tempo operosa fucina di macinazione di cereali, frumento e risi. 

Scorcio del viottolo di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Via Ripamonti, il Mulino in una foto del 1983, Archivio ACAdeMI - Franco Mauri

Non tutti Sanno che la roggia Vettabbia era un'importante arteria nel sistema idrologico di Milano, raccogliendo il flusso di altri corsi, Seveso, Sevesetto, Nirone, Molia, Garbogera, per poi sfociare nel Lambro a Melegnano. il nome di questo canale ci racconta Landolfo Seniore, vissuto nel secolo XI, deriva dalla parola latina vectabilis, ovvero trasportabile, capace di trasportare, questo perché al tempo dei Romani era navigabile e raggiungeva il Po attraverso l'apporto del fiume Lambro. 

Scorcio della Vettabbia in via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Oltre a questo la Vettabbia riceveva anche le acque dell’Olona, un tempo deviate per far entrare il fiume in città all’altezza dell’attuale piazza Tripoli, generando il canale detto Vepra, che scorreva fino a piazza Vetra ove si congiunge alla Vettabbia. Nel dipanarsi del suo percorso attraverso la città la Vettabbia attraversava poderi e mulini che attingevano alle sue acque rispettando un rigoroso codice di approvvigionamento, gestito dal Consorzio Venerando della misericordia, che faceva capo al Monastero di Chiaravalle, che dettava le regole sul consumo di acqua e gli orari in cui questo era permesso. 

Via Ripamonti, il Mulino in una foto Archivio ACAdeMI - Roberto Bagnera del 2013

Ben 20 bocche di presa e 11 mulini movimentavano questa roggia dall'imprescindibile importanza nell'economia della città di un tempo. Un delle caratteristiche un tempo tramandate relative alla Vettabbia decantava la temperatura delle sue acque, mai troppo fredda, che incrementava la fertilità delle terre fra cui scorreva e favoriva diverse attività che dalle acque traevano vantaggio, fossero conciatori di pellame piuttosto che tintori o fabbricanti di carrozze, contadini e riserie. 

Il Mulino sulla Vettabbia al termine del viottolo di via Ripamonti.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Fra queste attività spiccavano soprattutto quelle relative ai mulini dove i "molendina" esercitavano l'attività di mugnaio ricavando farine da grano, granturco e cereali, talvolta occupandosi di follatura dei tessuti e perfino la lavorazione dei metalli, traendo energia e profitto dalla ruota di legno movimentata dalla corrente, lavori redditizi che durarono finchè, durante l'Ottocento, l'inquinamento del corso non creò una situazione irreversibilmente dannosa.

Stralcio della Mappa di Milano del Catasto Teresiano Lombardo Veneto (1856) riferita al tratto di zona in cui ancora sussiste il mulino oggetto del nostro articolo

L'edificio del Mulino giunto fino a noi presenta dei corpi di fabbrica forse riferibili al 1848 che sono stati oggetto di un risanamento e riadattamento in funzione abitativa avvenuto negli anni fra il 1983 ed il 1989 a cura degli architetti Gian Piero Siemek e Marta Espanet, In precedenza la struttura molitoria aveva già dagli anni 20 del Novecento cessato le sue funzioni primarie, alcuni documenti attestano fino alla fine dell'Ottocento la produzione di farine ed affini, nel corso degli anni ha ospitato una componente urbana mista fra abitazioni private e piccole attività artigianali, nel viottolo da via Ripamonti sussiste ancora la sede di un elettrauto.

All'interno dell'edificio sono conservate alcune fotografie che testimoniano la situazione del mulino prima dei lavori di restauro degli anni 80. foto del 2026 di Filomena Schiattone.

Le architetture preservate con gusto e attenzione filologica sono molto probabilmente quello che ci rimane di un ben più ampio agglomerato agricolo, consultando infatti la cartina più sopra ci suggerisce questa interpretazione anche in virtù della presenza di ben tre soggetti dedicati all'attività molitoria:  "Molino Vettabbia di sopra", "Molino Vettabbia di mezzo" e "Molino Vettabbia di sotto".

Il fronte con l'ingresso e la targa semicancellata dal tempo.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Primo piano della tipica torretta con una graziosa altana.
Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Superata la volta di ingresso ci accoglie una storica e milanesissima rizzada, traccia e testimonianza del tempo agricolo che fu. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra ha origini piuttosto antiche, intorno al Seicento, e viene già attestato nel Catasto Teresiano del 1756, sul fronte dell'edificio è ancora leggibile, sia pur parzialmente una targa che ricorda l'appartenenza amministrativa all'Ottavo Mandamento dei Corpi santi, cioè il comparto di Porta Romana. Un'altra targa fa riferimento ad una sala macchine ma allo stato attuale non sono rimaste tracce né della ruota, né di meccanismi o manufatti riferibili alla funzione primaria dell'edificio.

Affaccio sul cortile. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

La scala, aggiunta durante i restauri per garantire l'accesso indipendente ad uno degli appartamenti ricavati dall'edificio. sulla destra si legge la scritta, anch'essa consunta dal tempo: Sala Macchine. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Un recupero architettonico che definisco decisamente felice che ha riqualificato una struttura di origine manifatturiera ed agricola senza snaturarne l'essenza, ottenendo un impatto visivo ed ambientale gradevole e suggestivo, quante altre cascine abbiamo in Milano che beneficerebbero di queste illuminate ristrutturazioni?

Scorcio dalla corte del Mulino di via Ripamonti. Foto del 2026 di Filomena Schiattone

Il Mulino Vettabbia Destra è testimone silenzioso di una città che fioriva del suo commercio e delle sue produzioni sfruttando la naturale ricchezza delle acque presenti nel suo territorio per generare benessere e vitalità ai suoi abitanti, con un passo non necessariamente più lento rispetto ai ritmi della metropoli odierna, ma sicuramente più rispettoso delle necessità quotidiane dei cittadini ambrosiani di allora.





Alessandro Anzani Pioniere del motore di Roberto Bagnera e Rolando Di Bari

Alessandro Anzani nel 1906 su una motocicletta W3

Fra le tante realtà motoristiche che hanno creato e costituito la sotira della motoristica nella città di Milano, vi sono alcuni protagonisti oggi sconosciuti ai più ma che meritano di essere ricordati per il ruolo di innovazioni e soluzioni tecniche che caratterizzano ancora oggi l'ingegneria meccanica dei trasporti. Fra di essi un posto di rilievo ha il marchio ANZANI, aperta a Milano ed ivi operante negli anni 1923-1924.

Anzani era una piccola azienda milanese che, negli anni Venti, si dedicò alla produzione di cyclecars. Era stata fondata nel 1923 da Alessandro Anzani, tecnico già famoso per aver progettato il motore stellare a tre cilindri montato sull'aereo di Louis Blériot che per primo trasvolò la Manica luglio 1909.

Cartolina commemorativa del 1909 della trasvolata della Manica

Alessandro Anzani nacque a Gorla Primo il 5 dicembre del 1877, era figlio di Teodolinda Bruno ed Angelo Anzani, artigiano impegnato nella riparazione di macchine per cucire, Alessandro fu presto impiegato a Monza presso le officine di un zio materno e lì iniziò ad interessarsi del mondo dei motori divenendo infine titolare dell'azienda, aperta fino all'anno della sua morte, avvenuta in Francia nel 1956.
Monza il retro dei capannoni della ex fonderia Anzani in via Milazzo. Foto del 2013 di Nipas


Alcuni resti di archeologia industriale soppravvivono in triste abbandono a Monza fra le vie Milazzo e Manara, anche se recentemente si parla di inglobarli nel cosiddetto "Parchetto ex Fonderia Alessandro Anzani".

Monza via Milazzo, resti della Fonderia Anzani. Foto del 2019 di Filomena Schiattone

Monza via Milazzo, resti della Fonderia Anzani. Foto del 2019 di Filomena Schiattone

Una volta diventato proprietario della struttura manifatturiera di Monza, Alessandro Anzani si dedicò alla realizzazione di propulsori per motociclette e vetturette, con stabilimenti in Francia e in Inghilterra.

Un esemplare del 1925 di una motocicletta Anzani.

Anzani avviò anche in Italia, nel periodo 1923-24, la produzione di motori e vetture complete, delle quali non sono tuttavia sopravvissute notizie dettagliate, tranne una vetturetta prodotta nel 1958 dalla Anzani UK.

La vetturetta Anzani Astra del 1958


La vetturetta Astra in una foto promozionale d'epoca

Alfa Romeo, Bianchi, Isotta Fraschini, Innocenti, OM, sono i nomi dei più conosciuti interpreti della stagione produttiva automobilistica della città, ma se non ci fosse stato quel plotone semisconosciuto di pionieri ed appassionati della scienza del motore forse non si sarebbe raggiunto lo sviluppo vertiginoso che nei decenni successivi al Secondo Conflitto Mondiale, avrebbe portato la città di Milano nell'olimpo di questo settore industriale. Personaggi geniali ed inventivi come Alessandro Anzani sono stati personaggi fondamentali per la crescita della produzione motoristica e valgono almeno un testo di presentazione sia pur breve e succinto come questo nostro.