venerdì 26 dicembre 2025

Il Presepe Wietzendorf, un presepe di prigionia a S. Ambrogio di Roberto Bagnera

Vista ravvicinata della scena raffigurata nel Presepe Wietzendorf

Wietzendorf, quella che sarebbe usuale definire come una ridente, tranquilla e persin sonnecchiosa cittadina provinciale della Bassa Sassonia, nasconde tra le spire del suo passato, non così remoto, una delle raccapriccianti testimonianze di come la ferocia umana sappia infettare la storia: Oflag 83.

Wietzendorf scorcio di Königstraße Foto del 2014 di Oxfordian Kissut

Questo termine dagli spiccati accenti burocratici, se non altro per l'impersonale numerale che già di suo è però impressionante per l'alta semantica consistenza, è la abbreviazione del termine Offizierslager, ovvero campo ufficiali. La struttura di detenzione era situata a circa un chilometro di distanza dal centro abitato, traeva origine nel corso della prima guerra mondiale ma rivelò la sua efficacia come macchina di morte nel 1941 quando, con il nome di Stalag 310 X D, divenne destinazione specifica per i prigionieri di guerra sovietici catturati lungo il fronte orientale, in assenza di baracche e/o altre costruzioni essi erano costretti a vivere all'addiaccio o in buche da essi stessi scavate sul terreno: ne morirono ben più di 16.000.

Foto scattata da Antonio Argenteri, uno degli ufficiali reclusi, all’interno del campo di prigionia di Wietzendorf poco prima della liberazione da parte degli Alleati. Le due immagini successive, dal WWW. ci mostrano scorci del campo di concentramento durante il periodo di utilizzo dello stesso.




A partire dal Gennaio del 1943 il campo di Wietzendorf fu dedicato agli ufficiali militari italiani che avevano rifiutato di servire nell'esercito della nascente Repubblica sociale di Mussolini e per questo internati senza riconoscimento dello status militare e senza la tutela della Croce Rossa Internazionale.

Successivamente alla fatidica data del 8 Settembre 1943 migliaia di militari italiani vi furono internati, fra di essi spiccano, in un tragico albo storico, i nomi dello scrittore Giovannino Guareschi, creatore di Don Camillo e Peppone, il futuro segretario del Partito Comunista Italiano Alessandro Natta e l'attore Gianrico Tedeschi, che pare abbia iniziato proprio in questo campo di concentramento ad esibirsi come attore recitando improvvisate scene teatrali per risollevare il morale ai propri commilitoni.


Gianrico Tedeschi (Milano 1920 - Pettenasco 2020) in una foto dell'immediato dopoguerra

A tal proposito citiamo uno stralcio dal diario del Tenente Colonnello Pietro Testa, comandante del gruppo di internati italiani: "Fra i reclusi c'erano anche l'attore Gianrico Tedeschi e lo scrittore Guareschi che prepararono una recita nel campo, fingendo un improbabile dialetto sconosciuto ai Tedeschi li presero in giro fra le risate dei commilitoni e i sorrisi sussiegosi dei guardiani, ignari di essere protagonisti di tale rappresentazione".

Lo scrittore Giovanni Guareschi durante il periodo da internato

Nel campo di Wietzendorf le giornate passavano fra fame, freddo, stenti, privazioni, umiliazioni e preghiere, con la disperata ricerca di cibo per alleviare la stretta dello stomaco, si scavavano addirittura dei tunnel per raggiungere di nascosto i bidoni con i rifiuti delle cucine e recuperare magari qualche buccia di patata da raschiare fino all'inverosimile.

Ancora il diario del Tenente Colonnello Pietro Testa ci testimonia della creazione di una curiosa, se non fosse tragicamente originata, figura operativa: l' Acchiquistere.

Il pane veniva consegnato ai prigionieri in pagnotte molto grandi che andavano poi divise fra tutti ed era ovvio che la suddivisione non sarebbe stata perfettamente proporzionata, per cui uno degli internati a turno assumeva questa funzione girandosi di spalle in modo da non poter vedere, e quindi esserne influenzato, i propri compagni, il comandante prendeva in mano un tozzo di pane e chiedeva a chi dovesse esser consegnato e l'acchiquistere pronunciava un nome, così facendo nessuno poteva lamentarsi di presunti favoritismi.


Basilica di S. Ambrogio, la teca che custodisce il Presepe Wietzendorf

La speranza di un futuro fuori dal campo, la forza d'animo, la comunanza fra di loro e la fede, barriera incrollabile a sostener lo spirito, erano le uniche "ricchezze" per gli internati ed ecco che nell'avvicinarsi del secondo Natale passati nel campo di concentramento il comandante Pietro Testa ebbe l'idea di impegnare i propri sventurati uomini nella realizzazione di pupazzetti di fango, unico materiale rinvenibile in grande quantità, con l'ausilio di qualunque altro materiale recuperato, in modo da creare un presepe in ogni baracca.

Un gruppo di statuine in un'immagine ravvicinata dal sito ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati)
Sotto alcuni primi piani dei personaggi dal sito chiesadimilano





Una baracca in particolare si distinse per un'idea operativa che coinvolse tutti i commilitoni: il pittore fidentino Ettore Ponzi ed il sottotenente di artiglieria, nonchè artista milanese, Tullio Battaglia realizzarono alcune figure alte 35 centimetri impastate con fango, legni rubati alle strutture dei giacigli, pezzi di filo spinato recuperati sfidando la sorte e la fucilazione immediata, ogni compagno fornì qualcosa di suo, chi un pezzo di vestito, chi il pendente di un braccialetto di proprietà del tenente artigliere Mendoza di Vigevano, il tenente Bianchi di Milano diede un fazzoletto di seta col quale si realizzò il bambino Gesù, San Francesco viene rivestito con un lembo della tonaca del cappellano Padre Ricci. Con il contributo di tutti, piano piano, al lume di una candela di margarina alimentata da tutti i detenuti che si privarono di una parte del prezioso alimento fu realizzata questa toccante "Natività". Fatto preminente della scena è l'idea che tutta l'Italia, madre patria agognata e rimpianta, dovesse fare omaggio al Redentore: una contadina lombarda vestita di cotone rigato rappresenta l'Italia settentrionale, un zampognaro d'Abruzzo rappresenta l'Italia Centrale mentre un pastore calabrese con una pecora sintetizza l'Italia Meridionale e le isole. Il campo 83 passò sotto il comando dell'esercito inglese che liberò i prigionieri a partire dal maggio 1945 e si occupò della definitiva dismissione del campo che fu raggiunta nell'Agosto del 1945.

Il presepe ed i documenti apposti alla bacheca. Foto dal blog Globus

Una volta finita la stagione bellica la toccante composizione fu donata alla Basilica di Sant'Ambrogio, divenendo parte pregiata del tesoro della chiesa, durante il periodo natalizio viene esposta la preziosa teca, alla destra del Coro, sopra il sarcofago dei Santi Nabore e Felice. La teca è corredata da una serie di fogli, immagini e documenti, sono pensieri, preghiere, poesie, testimonianze degli internati militari che contribuisco a contestualizzare l'opera e la sofferenza di chi contribuì a crearla.

Il bue donato dai cittadini di Wietzendorf. Dal blog Globus

La statuina raffigurante il bue fu intenzionalmente lasciata presso il campo di concentramento a commemorare chi non aveva avuto in sorte di tornare, nel dicembre del 2023 una delegazione della cittadina tedesca venne a donare una copia del bue affinchè una simbolica completezza e un altrettanto simbolico abbraccio salvifico chiudessero nel segno della speranza il cerchio doloroso di questa storia.




lunedì 8 dicembre 2025

Giovanni Barrella e la Lauda del Panatton di Roberto Bagnera

 

Prezioso, goloso, fragrante, profumato, invitante, inimitabile, una sola parola: Panettone

Fra le personalità di grande rilievo per la cultura meneghina spicca decisamente la figura di Giovanni Barrella, (Milano 30/11/1884 . Erba 23/09/1967) , fu poliedrico autore, pittore, poeta, attore teatrale, e poi commediografo e pur regista, partecipò fino agli anni 50 anche a diverse produzioni cinematografiche nel ruolo spesso di caratterista ed ebbe una parte anche nel celeberrimo film del 1937 Felicita Colombo, con Dina Galli e Armando Falconi, diretto da Mario Mattoli. Il suo palmares cinematografico comprende tra le altre anche Teresa Confalonieri, film del 1934 con Marta Abba, Malombra del 1942, con Isa Miranda e Vita da Cani, del 1950 dove recitò al fianco di Aldo Fabrizi, Gina Lollobrigida e Delia Scala.


Giovanni Barrella in un foto ritratto del 1915


Giovanni Barrella fu vivace protagonista del mondo teatrale e attoriale milanese, apportando la sua verve nell'ambiente delle rappresentazioni dialettali, condizione connaturata alla sua storia personale, essendo stato il nonno materno, Giovanni Riccardi, fondatore del Teatrin di Morigg, in seguito diventato Dal Verme, che era frequentato dalla crema degli attori ed autori di Milano, il giovane Giovanni nacque praticamente ed artisticamente su quel palcoscenico, respirandone il clima, l'aria e gli umori che avrebbero poi reso fertile la sua carriera, arricchita anche dall'incontro con il Grande Edoardo Ferravilla che ne fu maestro e che forse gli fece maturare anche quella vena umoristica tanto schietta e tanto squisitamente milanese. Fatto aneddotico a riguardo la targa che volle affiggere sulla porta della propria abitazione:

Bar Rella

ovvero "Bar della Penuria"

Una fine vena di arguzia che mise anche a servizio di prestigiose aziende coniando degli indimenticabili slogan, come ad esempio per il Fernet Branca: "Sont a terra se me manca on gottin de Fernet Branca, ma l'è festa de famiglia se ne compri ona bottiglia", così anche per il Cognac Vecchia Romagna: "'me l'è bon! ma che cuccagna! om cognacch Vecchia Romagna" e via di seguito fino al celeberrimo declamar degli occhiali del Viganò.

La celeberrima reclame dell'Istituto Ottico Viganò riprodotta su di una rivista del 1940

Per una più approfondita conoscenza rimandiamo ad un articolo scritto da Claudio Beretta e pubblicato sulla Martinella di Milano nel Gennaio 1985, qui riproposto sul nostro blog:

https://sdslingo.blogspot.com/2013/12/giovanni-barrella-lultim-brumista-di.html

Giovanni Barrella in una delle sue ultime fotografie, 1967


Autore raffinato ed espressivo Giovanni Barrella trova una felice sintesi fra il suo lato colto e l'eleganza ineguagliabile dell'eloquio milanese nella celebrazione del simbolo più goloso della città: il panettone.



La Lauda del Panatton

Oh, bongiorno!...Leverissi…
Hinn content che son rivaa?
(Vaa che bestia?... mi i stremissi…)
Sì, son mi quell che ha parlaa!...
Mi!...chi dent e l scatolon…
Son mi, sciori!...El panatton!


Cià…su…sveglia…descartemm,
che ‘n poss pù de vess saraa…
Su…femm festa…saludémm
Domandémm come ho viaggiaa!...
Ma sì…cert…l’è educazion,
se saluda el panatton!


Panatton l’è quell amis
Che, s’el riva in d’ona ca,
se anca el riva a l’improvvis,
al va accolt come on pascià!
Perché lu l’è bell, l’è bon,
perché lu l’è el panatton!


Lu l’è ‘l re de l’alegria,
lu l’è ‘l dolz de circostanza,
l’è on bombon de compagnia
che ten viscor l’adunanza:
sempr’alegher, mai passion
in doa riva on panatton!


Senza mi, non gh’è Natal…
Mi troo insemma la famiglia!
Quanti guai e quanti mal,
col suggell d’ona bottiglia,
l’ha giustaa in del moment bon,
on fettin de panatton!


Perché mi son ben levaa…
Sott sta scorza un poo ruspanna,
color tonega de fraa,
mi gh’hoo l’anima ambrosiana
che de foeura l’è a la bonna,
ma de dent l’è panattonna!



Pari sgnuzz…e son legger…
I me ughett, foeura hinn brusaa,
ma de dent hinn on butter
e indolsissen, col cedraa
ch’el profuma de limon
tutte l moll del panatton!


Son de pasta prelibada,
la mia crosta l’è on portent,
se anca l’è on ciccin brusad,
la dà no fastidi ai dent!
Tutt de god…ven finna bon
I fregui del panatton!


E adess basta…ho ditt assee!
Dess ch’emm faa la conoscenza,
trèmm fora del palpee
che ve fo la riverenza,
Eccom…chi…in esposizion,
Sott…chi taja el panatton?


Su…coragg…tocca a lee, sciora,
damm la prima cortellada…
Tocca a lee, come resgiora…!
Na maninna delicada,
la rend dolza e la fa bon
fin la fin d’on panatton!


E, intant, mi, travers i ughett,
guardand tutt la compagnia,
faroo el cunt in quanti fett
spartirii l’anima mia.
Su…coragg!... che mena bon
Tajà a fett el panatton!


Son squisito?...el so anca mi!
Mai mangiato de insci bon?
E, savii perché l’è insci?
Perché sont el panatton,
on bombon de cà, a la man,
che l’è bon me ‘l so Milan




Palpee - Cartoccio
Sgnuzz - Pesante
Viscor - Vivace

Traduzione redatta da Angelo Manzoni, dal sito milanesiabella

venerdì 28 novembre 2025

Conosci Milano: Villa quattrocentesca a Bruzzano di Roberto Bagnera e Franco Tabacci


Tutte le foto di questo post sono di Franco Tabacci

Vicolo Diomede Pantaleoni 4, Bruzzano, ancora sopravvive una struttura architettonica quattrocentesca, con un ingresso ad arco romano, contornato in cotto e due camini sporgenti. Conserva all’interno dei soffitti a cassettoni del Quattrocento, l'edificio fu restaurato negli anni 80, nel Settecento era di proprietà della nobile famiglia Benzone, ma esistono elementi che potrebbero confermare la proprietà originaria alla famiglia Taverna, signori e fondatori del feudo di Bruzzano.






In quello che un tempo era un rigoglioso giardino sussisteva un muro impreziosito da una fascia di affreschi tardo Cinquecenteschi il cui soggetto è una merlatura con sei stemmi nobiliari (Taverna, feudatari di Bruzzano; Leon y Castilla, reali di Spagna e i milanesi: Aliprandi, Casati, Crivelli, Trivulzio), affreschi che sono stati riprodotti nella villa Mirabello in occasione dei restauri di quest'ultima.





Una policroma meridiana affissa sulle mura della corte infine ci ammonisce di quanto a volte sia tiranno il tempo che fugge.



domenica 16 novembre 2025

L'ucronica stazione centrale di viale Premuda di Silvio Gallio

Piazzale Fiume, la vecchia Stazione Centrale, anni 20



Milano Centrale in viale Premuda?

Sarà per celia o un po' per non morire ma ci vogliamo divertire con i nostri preziosi lettori avvalendoci di una piccola ucronia per osservare una: - Storia che non ha sfruttato una Geografia -  e le relative conseguenze di questa scelta, conseguenze forse non auspicabili, ma possibili.

C’è stato un momento in cui la Milano ferroviaria poteva realizzarsi in modo diverso.
Molto diverso. Forse anche migliore e facendo risparmiare somme interessanti. E invece l’attimo è fuggito, il diem non è stato “carpito”. Peccato.
Peccato? Vediamo.
È il 1856, da quattro anni il governo dell’impero austriaco aveva dovuto caricarsi sulla groppa finanziaria le ferrovie in costruzione nel Lombardo-Veneto (Milano-Como e Milano-Venezia) e non solo quelle.

Foto 1 - Ferrovia Milano-Como - Progetto G. Bruschetti- mai realizzato.

Presto comprendendo di aver fatto un pessimo affare, Vienna cercò di liberarsi dal pesante gravame cedendo quasi l’intera struttura ferroviaria imperiale, fatta e da fare, ad un consorzio di finanzieri. Il 14 marzo costoro, sottoscrissero col Governo la Convenzione concernente l’assunzione, la costruzione e l’esercizio delle ferrovie nel Regno Lombardo-Veneto,
Tre giorni dopo, il 17 marzo 1856, assieme agli altri quattro “Eccelsi Governi” (Stato
Pontificio, Granducato di Toscana, Ducato di Modena e Ducato di Parma) Vienna si liberò anche dei gravami provenienti dalla linea Piacenza-Bologna-Pistoia che dal 1851 forniva tanti grattacapi tecnici e finanziari. Soprattutto finanziari. Dopo queste firme il Consorzio dei “sullodati Signori” costituì la Società per le Strade Ferrate del Lombardo-Veneto e dell’Italia centrale.
Le condizioni della Convenzione erano di interesse sia per il governo imperiale che per la costituenda società ferroviaria, che “accettava” (ma quasi certamente richiedeva) “il permesso di costruire intorno a Milano una Strada ferrata di congiunzione e di fabbricare ivi una stazione centrale”. (Convenzione Art. 27).
I virgolettati sono miei in quanto, ad un certo punto, mi sono chiesto: “Perché mai una società ferroviaria, con davanti a sé onerosissimi lavori e investimenti, pur avendo a disposizione impianti già attivi e progetti già pronti (Convenzione, Art. 5. “Si metteranno eziandio a disposizione dei detti Signori tutti gli studi preliminari concernenti la rete delle Strade ferrate Lombardo-Venete, nonchè ogni altro documento relativo esistente presso le autorità…)” ha “accettato”, o meglio ha deciso e richiesto, di costruire una Strada ferrata di congiunzione e, soprattutto, una nuova stazione?”


Foto 2 - Milano dall'alto in una guida per turisti. 1881.

Vediamo la situazione ferroviaria milanese nel 1854-56.

Nel 1850 era stata chiusa la prima stazione di Porta Nuova, quella della linea Milano-Monza aperta nel 1840, ed era stata attivata una seconda “Milano Porta Nuova”, a poche decine di metri di distanza, per gestire il traffico della linea Milano-Monza-Como. Questo impianto era posto in modo da poter (come poi accadde) gestire anche il traffico della costruenda linea “da Milano al confine Sardo presso Buffalora, onde congiungersi colla strada ferrata Sarda per Torino, con una diramazione per Sesto Calende” (Convenzione, Art. 20 b).
Milano Porta Nuova (1850) aveva cinque binari da Como e due o tre perpendicolari in arrivo da Boffalora e Gallarate. Per quanto riguardava l’area nord-ovest quindi, la città non aveva una stringente necessità della nuova stazione Centrale.

Foto 3 – Il fabbricato della stazione si può vedere anche oggi meglio mostrare alcuni antichi dettagli architettonici.

Era però vitale poter far passare i treni da e verso l’area sud-est. Proprio per ottenere questo “Passante” si sarebbe costruita la Strada ferrata di congiunzione. Questa doveva essere una breve ferrovia di un paio di chilometri, di cui si parlava da oltre vent’anni, e che avrebbe dovuto, appunto congiungere Milano Porta Nuova con l’altra stazione in attività: Milano Porta Tosa.


Foto 4 – Schema di un progetto di unione di Porta Nuova
con Porta Tosa (realizzato nel 1859 per alcuni anni)

Milano Porta Tosa, gestendo a malapena tre -a volte quattro- coppie di treni al giorno, dal 1846 serviva solo la tratta Milano-Treviglio, tronco abortito dalla Ferrovia Ferdinandea, Venezia-Milano. Ma la Convenzione prevedeva altre linee interessanti Milano e dirette verso sud: Milano-Piacenza-Bologna, Milano-Genova e altre minori come Treviglio-Soresina. Congiungendo le due stazioni della città si creava il passaggio fra le due linee già attive del Lombardo-Veneto e si ponevano i presupposti per gestire quelle che si prevedeva di costruire. Unico intoppo, la necessità di mantenere due stazioni fra le quali far rimbalzare i treni e le manovre. 


Foto 5 - Manifesto per l'attivazione della linea Treviglio-Soresina (1863) (particolare)

Bene, quindi, la “Strada ferrata di congiunzione”. Ma “Perché una nuova stazione?”
Banalmente, perché, parafrasando, uan is megl che two, una stazione è meglio di due. Una stazione grande ha costi di gestione minori di due piccole.
Banalmente, è sufficiente un Capostazione, basta un Deposito Locomotive. E così via. 
Milano Porta Nuova era di dimensioni piuttosto ridotte e avrebbe faticato ad assorbire il previsto ulteriore traffico oltre a quello proveniente da Como, Torino e
Gallarate. Per di più la Convenzione stessa (Art. 21) prevedeva la pur vaga possibilità di far convergere anche il traffico di Venezia non più su una Porta Tosa che diventava inutile ma, attraverso un molto discusso tracciato -attenzione! - Brescia-Bergamo-Monza-Milano (Porta Nuova).
Se Porta Nuova era un impianto troppo piccolo; Porta Tosa viveva un’esistenza derelitta e provvisoria, con i suoi pochi, limitati, costosi e deficitari treni-spola su Treviglio. Era costosa e quindi dannosa. Da eliminare senza pietà. Anziché una Strada di Congiunzione era preferibile una Linea di Circonvallazione. Quella che venne costruita fino a Bivio Acquabella.

Il risultato fu una rivoluzione ferroviaria.
Uan is megl che two!

Porta Nuova fu alienata. Porta Tosa non fu mai terminata e in seguito l’intera estensione del terreno fu frazionata e venduta. In mezzo a polemiche, progetti, ricorsi e carte bollate che ho narrato in un denso capitolo del libro che troverete citato in calce, si costruì quella Milano Centrale che fu aperta nel 1864 e che in breve tempo si dimostrò, a sua volta, insufficiente.
Con Milano Centrale (1864) i progettisti della Ferrovie del Lombardo-Veneto e dell’Italia centrale volevano una stazione passante, e non di testa per eliminare il problema caratteristico di questo tipo di stazione: il cambio della direzione dei treni, con le manovre, i relativi ingombri di piazzale e perditempi. L’ottennero, ma mancarono di coraggio e preveggenza.


Foto 6 - Facciata della vecchia Stazione Centrale. 1865


Così Milano ebbe, sì, una grandiosa stazione “passante”, ma limitata a sei binari di cui solo quattro dotati di marciapiede e atti al servizio viaggiatori. In breve tempo, poco più di vent’anni, le insufficienze strutturali della vecchia Centrale portarono alla necessità di costruire una nuova Centrale. Quella odierna. Nel 1898 fu formata un’apposita commissione ma per vari motivi la stazione fu aperta solo nel 1931 (così i nostalgici sono convinti che l’abbia costruita LVI).
Anche per questa nuova Centrale le polemiche furono infinite soprattutto perché il progetto poneva l’impianto ancora più lontano dal centro e richiedeva lo spostamento del “Trotter”, la vasta area dedicata all’ippica, al ciclismo e che ha visto le prime partite di calcio del Milan. Così la nuova Milano Centrale tornò a essere una stazione “di testa”. Come Porta Nuova e come Porta Tosa. E allora, tanto valeva, no?
Il mercato ferroviario dell’epoca, però, dava queste indicazioni e la gigantesca evoluzione avvenuta in seguito non poteva essere prevista in un’Italia agricola, poco agganciata alle grandi correnti di traffico, con una rete ferroviaria rachitica e quasi indegna di tale appellativo. Ad un’Italia alle soglie della seconda Guerra d’Indipendenza, in una Milano che chiudeva dentro le mura tutti i suoi circa 170.000 abitanti, più che coraggio sarebbe servita molta fantasia.


Foto 7 - Facciata della Stazione Centrale di G. B. Bossi pensata dentro i Bastioni a pochi metri da Piazza Fontana.



Ci andò vicino l’ingegner G.B. Bossi di Cucciago con il suo progetto, pubblicato nel 1856 ma da lui elaborato anni prima, che proponeva appunto una Centrale a Porta Tosa. Con il torto, però, di una limitatissima e obsoleta visione, ripresa da quella di Carlo Cattaneo, il quale nel 1836, in “Ricerche sul progetto di una strada di ferro da Milano a Venezia”, osservava che: Il pensiero di penetrar nel cuore della città per l’ampio e spopolato Corso di Porta Tosa, è commendevole pel trasporto dei passaggieri, i quali non amano di essere scarrozzati in un remoto sobborgo”.
E l’idea di G.B. Bossi era di portare il Fabbricato Viaggiatori e quindi le vaporiere dentro le mura, dalle parti di Piazza Fontana. Si sarebbero dovuti perforare i Bastioni e gli spazi inedificati erano meno estesi che fuori le mura e quindi più costosi. Inoltre, guarda un po’, sarebbe stata una stazione di testa… Anche lei.


Foto 8 - Milano Porta Tosa nel progetto Bossi.


D’altra parte, oltre che riduttivo, lo sforzo progettuale di Bossi era del tutto inutile perché in quello stesso 1856 era già stato deciso che la Centrale (1864) sarebbe sorta dove poi venne costruita. Con i vantaggi dei binari passanti e gli svantaggi della loro scarsa quantità.
E invece, l’attimo (un attimo di 15 anni) è fuggito e Porta Tosa non ha potuto offrire
alla città i più preziosi servizi che avrebbe potuto dare.
Nel 1856, più ancora dal 1864, e per molti anni a venire, fino alla vendita, l’area della stazione di Porta Tosa era quasi completamente dedicata a campi e sterpaglie; il suo ipotizzabile prolungamento, i terreni verso l’odierno Piazzale Susa, era perfino meno urbanizzato della gigantesca area dove sorse Milano Centrale (1931). E ancora, tenuto conto che l’intera area di Porta Tosa, ovvero circa un terzo della Centrale di oggi, era già di proprietà della Società ferroviaria e sarà poi venduta, nel 1884, per poco più di 200.000 lire (di allora) viene da pensare a quale risparmio si sarebbe generato.


Foto 9 - Area della stazione di Porta Tosa riferita al territorio odierno.

Due impianti di larghezza uguale! E Porta Tosa, usata come “Centrale” avrebbe portato il fabbricato viaggiatori e quindi i treni, tutti i treni, da tutte le direzioni, a pochi metri da viale Premuda e a due passi dal Duomo. Molto più comodo, più… Centrale.
La differenza la fa, naturalmente, la diversa lunghezza delle aree ferroviarie. Il terreno di Porta Tosa era lungo circa 700 metri mentre la Centrale di oggi abbiamo visto quanto sia lunga. Però, per allungare l’area di Porta Tosa lo spazio libero c’era senza spostare gli impianti sportivi, senza abbattere edifici e riqualificando un territorio da sempre considerato poco salubre.
Nella visione collettiva, Porta Tosa, mai terminata, era vista un po’ come sussidiaria
di Porta Nuova e quindi sacrificabile senza rimpianti. Con solo un poco di fantasia non era impossibile, invece, invertire la standardizzata visione e pensare che poteva essere Porta Nuova a scomparire e “inviare i treni” a Porta Tosa, stazione che aveva in nuce tutte le caratteristiche di spazio e posizione per diventare lei “Milano Centrale”. Addirittura. La Centrale 1931. Nel 1856.
Compariamo le dimensioni di Milano Centrale attuale e di Porta Tosa nel 1846.
La Centrale odierna ha un fronte di 230 metri circa e si prolunga con un rettangolo di circa un chilometro e mezzo per arrivare al punto in cui i binari cominciano a divaricarsi.
Per ottenere questo risultato fu distrutta la vecchia Centrale del 1864, allungate e allargate strade, spostato un impianto ippico e sportivo, abbattute alcune case e cascine.
Per contro, Porta Tosa già insisteva su un terreno con un fronte di dimensioni simili,
225 metri, e si protendeva in un rettangolo da viale Premuda per terminare con una punta scambi che sarebbe posta, oggi, fra via Fratelli Bronzetti e la parallela via Poma.


Foto 10 – Il Piazzale interno della stazione di Porta Tosa.

Mantenendo le dimensioni, i binari avrebbero cominciato a divaricarsi più a est di dove oggi (oggi!) abbiamo Piazzale Susa e dove peraltro già passavano i binari della linea di Venezia che si inoltravano dove (oggi!) corre Viale Argonne. La linea di Piacenza poteva essere spostata leggermente più a est rispetto a Piazzale Susa e non lontano dalla linea per Rogoredo costruita nel 1861. Non sarebbe stato difficile riallacciarsi a quella. La sola direttrice che sarebbe notevolmente cambiata sarebbe stata quella per Torino e Como che, partendo circa da oltre Piazzale Susa, poteva percorrere la traccia seguita oggi da viale Romagna o via Aselli per dirigersi a est. Poi lungo l’odierna via Plinio o altro percorso simile, ci si poteva congiungere alla vecchia linea per Torino dalle parti dell’attuale Scalo Certosa.


11 - Anche se la qualità dell'immagine è carente
può dare un'idea delle possibilità proposte.

Copiando la Centrale odierna, inserendola sulla pianta di Milano sul terreno della vecchia stazione di Porta Tosa e facendo in modo che il Fabbricato Viaggiatori sia aderente a Viale Premuda si ottiene un’idea di quanto fosse possibile ottenere nel 1856. Fermo restando che, se necessario e opportuno, si poteva seguire un tracciato più esterno e si potevano costruire una o più stazioni minori con un servizio simil-metropolitano, ad esempio, dove oggi sorge piazza Duca d’Aosta, Farini e così via. Nel 1856! Sei anni prima di Londra, inaugurata 1863.
Un’altra prospettiva che può incuriosire, ma è solo una curiosità scaturita dal gioco delle ipotesi, è lo sviluppo dei binari. Poteva essere diverso in mille modi ma, se mantenuto nella forma e nelle proporzioni come nella figura, sarebbe stato possibile perfino evitare la costruzione del cavalcavia sul Lazzaretto, mantenendo lo storico monumento perfettamente integro con i treni che potevano passare a una buona distanza. E, chissà, forse non sarebbe stato preda di speculazioni edilizie e tenuto ancora lì a ricordare da vicino l’opera di Manzoni.
I milanesi forse rabbrividiscono, ma non vedo nulla di strano; la città si sarebbe solo
evoluta in modo diverso. Ad esempio, Via Gluck forse sarebbe sorta nello stesso luogo ma Celentano non avrebbe cantato l’”amico treno” perché non sarebbe partito da Milano Centrale, vicino a casa sua. Ma forse poteva passare attraverso! Quella strada, quella casa.
Altre erano le necessità, altre erano le possibilità, nessuno ci ha pensato al momento opportuno. Peccato, piccola grande e sfortunata Tosa-Cenerentola.
Vi saluto e vi lascio giocare con la fantasia su quello che poteva essere e non è stato.

Queste righe sono state solo un leggero passatempo, ma pensiamoci bene prima di
chiudere stazioni e linee!
21 ottobre 2025.

Per i vari approfondimenti sulle reali storia e “geografia” della
stazione, rimando al mio recente “Milano Porta Tosa. Alla ricerca di una stazione
scomparsa”, facilmente reperibile qui