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domenica 16 novembre 2025

L'ucronica stazione centrale di viale Premuda di Silvio Gallio

Piazzale Fiume, la vecchia Stazione Centrale, anni 20



Milano Centrale in viale Premuda?

Sarà per celia o un po' per non morire ma ci vogliamo divertire con i nostri preziosi lettori avvalendoci di una piccola ucronia per osservare una: - Storia che non ha sfruttato una Geografia -  e le relative conseguenze di questa scelta, conseguenze forse non auspicabili, ma possibili.

C’è stato un momento in cui la Milano ferroviaria poteva realizzarsi in modo diverso.
Molto diverso. Forse anche migliore e facendo risparmiare somme interessanti. E invece l’attimo è fuggito, il diem non è stato “carpito”. Peccato.
Peccato? Vediamo.
È il 1856, da quattro anni il governo dell’impero austriaco aveva dovuto caricarsi sulla groppa finanziaria le ferrovie in costruzione nel Lombardo-Veneto (Milano-Como e Milano-Venezia) e non solo quelle.

Foto 1 - Ferrovia Milano-Como - Progetto G. Bruschetti- mai realizzato.

Presto comprendendo di aver fatto un pessimo affare, Vienna cercò di liberarsi dal pesante gravame cedendo quasi l’intera struttura ferroviaria imperiale, fatta e da fare, ad un consorzio di finanzieri. Il 14 marzo costoro, sottoscrissero col Governo la Convenzione concernente l’assunzione, la costruzione e l’esercizio delle ferrovie nel Regno Lombardo-Veneto,
Tre giorni dopo, il 17 marzo 1856, assieme agli altri quattro “Eccelsi Governi” (Stato
Pontificio, Granducato di Toscana, Ducato di Modena e Ducato di Parma) Vienna si liberò anche dei gravami provenienti dalla linea Piacenza-Bologna-Pistoia che dal 1851 forniva tanti grattacapi tecnici e finanziari. Soprattutto finanziari. Dopo queste firme il Consorzio dei “sullodati Signori” costituì la Società per le Strade Ferrate del Lombardo-Veneto e dell’Italia centrale.
Le condizioni della Convenzione erano di interesse sia per il governo imperiale che per la costituenda società ferroviaria, che “accettava” (ma quasi certamente richiedeva) “il permesso di costruire intorno a Milano una Strada ferrata di congiunzione e di fabbricare ivi una stazione centrale”. (Convenzione Art. 27).
I virgolettati sono miei in quanto, ad un certo punto, mi sono chiesto: “Perché mai una società ferroviaria, con davanti a sé onerosissimi lavori e investimenti, pur avendo a disposizione impianti già attivi e progetti già pronti (Convenzione, Art. 5. “Si metteranno eziandio a disposizione dei detti Signori tutti gli studi preliminari concernenti la rete delle Strade ferrate Lombardo-Venete, nonchè ogni altro documento relativo esistente presso le autorità…)” ha “accettato”, o meglio ha deciso e richiesto, di costruire una Strada ferrata di congiunzione e, soprattutto, una nuova stazione?”


Foto 2 - Milano dall'alto in una guida per turisti. 1881.

Vediamo la situazione ferroviaria milanese nel 1854-56.

Nel 1850 era stata chiusa la prima stazione di Porta Nuova, quella della linea Milano-Monza aperta nel 1840, ed era stata attivata una seconda “Milano Porta Nuova”, a poche decine di metri di distanza, per gestire il traffico della linea Milano-Monza-Como. Questo impianto era posto in modo da poter (come poi accadde) gestire anche il traffico della costruenda linea “da Milano al confine Sardo presso Buffalora, onde congiungersi colla strada ferrata Sarda per Torino, con una diramazione per Sesto Calende” (Convenzione, Art. 20 b).
Milano Porta Nuova (1850) aveva cinque binari da Como e due o tre perpendicolari in arrivo da Boffalora e Gallarate. Per quanto riguardava l’area nord-ovest quindi, la città non aveva una stringente necessità della nuova stazione Centrale.

Foto 3 – Il fabbricato della stazione si può vedere anche oggi meglio mostrare alcuni antichi dettagli architettonici.

Era però vitale poter far passare i treni da e verso l’area sud-est. Proprio per ottenere questo “Passante” si sarebbe costruita la Strada ferrata di congiunzione. Questa doveva essere una breve ferrovia di un paio di chilometri, di cui si parlava da oltre vent’anni, e che avrebbe dovuto, appunto congiungere Milano Porta Nuova con l’altra stazione in attività: Milano Porta Tosa.


Foto 4 – Schema di un progetto di unione di Porta Nuova
con Porta Tosa (realizzato nel 1859 per alcuni anni)

Milano Porta Tosa, gestendo a malapena tre -a volte quattro- coppie di treni al giorno, dal 1846 serviva solo la tratta Milano-Treviglio, tronco abortito dalla Ferrovia Ferdinandea, Venezia-Milano. Ma la Convenzione prevedeva altre linee interessanti Milano e dirette verso sud: Milano-Piacenza-Bologna, Milano-Genova e altre minori come Treviglio-Soresina. Congiungendo le due stazioni della città si creava il passaggio fra le due linee già attive del Lombardo-Veneto e si ponevano i presupposti per gestire quelle che si prevedeva di costruire. Unico intoppo, la necessità di mantenere due stazioni fra le quali far rimbalzare i treni e le manovre. 


Foto 5 - Manifesto per l'attivazione della linea Treviglio-Soresina (1863) (particolare)

Bene, quindi, la “Strada ferrata di congiunzione”. Ma “Perché una nuova stazione?”
Banalmente, perché, parafrasando, uan is megl che two, una stazione è meglio di due. Una stazione grande ha costi di gestione minori di due piccole.
Banalmente, è sufficiente un Capostazione, basta un Deposito Locomotive. E così via. 
Milano Porta Nuova era di dimensioni piuttosto ridotte e avrebbe faticato ad assorbire il previsto ulteriore traffico oltre a quello proveniente da Como, Torino e
Gallarate. Per di più la Convenzione stessa (Art. 21) prevedeva la pur vaga possibilità di far convergere anche il traffico di Venezia non più su una Porta Tosa che diventava inutile ma, attraverso un molto discusso tracciato -attenzione! - Brescia-Bergamo-Monza-Milano (Porta Nuova).
Se Porta Nuova era un impianto troppo piccolo; Porta Tosa viveva un’esistenza derelitta e provvisoria, con i suoi pochi, limitati, costosi e deficitari treni-spola su Treviglio. Era costosa e quindi dannosa. Da eliminare senza pietà. Anziché una Strada di Congiunzione era preferibile una Linea di Circonvallazione. Quella che venne costruita fino a Bivio Acquabella.

Il risultato fu una rivoluzione ferroviaria.
Uan is megl che two!

Porta Nuova fu alienata. Porta Tosa non fu mai terminata e in seguito l’intera estensione del terreno fu frazionata e venduta. In mezzo a polemiche, progetti, ricorsi e carte bollate che ho narrato in un denso capitolo del libro che troverete citato in calce, si costruì quella Milano Centrale che fu aperta nel 1864 e che in breve tempo si dimostrò, a sua volta, insufficiente.
Con Milano Centrale (1864) i progettisti della Ferrovie del Lombardo-Veneto e dell’Italia centrale volevano una stazione passante, e non di testa per eliminare il problema caratteristico di questo tipo di stazione: il cambio della direzione dei treni, con le manovre, i relativi ingombri di piazzale e perditempi. L’ottennero, ma mancarono di coraggio e preveggenza.


Foto 6 - Facciata della vecchia Stazione Centrale. 1865


Così Milano ebbe, sì, una grandiosa stazione “passante”, ma limitata a sei binari di cui solo quattro dotati di marciapiede e atti al servizio viaggiatori. In breve tempo, poco più di vent’anni, le insufficienze strutturali della vecchia Centrale portarono alla necessità di costruire una nuova Centrale. Quella odierna. Nel 1898 fu formata un’apposita commissione ma per vari motivi la stazione fu aperta solo nel 1931 (così i nostalgici sono convinti che l’abbia costruita LVI).
Anche per questa nuova Centrale le polemiche furono infinite soprattutto perché il progetto poneva l’impianto ancora più lontano dal centro e richiedeva lo spostamento del “Trotter”, la vasta area dedicata all’ippica, al ciclismo e che ha visto le prime partite di calcio del Milan. Così la nuova Milano Centrale tornò a essere una stazione “di testa”. Come Porta Nuova e come Porta Tosa. E allora, tanto valeva, no?
Il mercato ferroviario dell’epoca, però, dava queste indicazioni e la gigantesca evoluzione avvenuta in seguito non poteva essere prevista in un’Italia agricola, poco agganciata alle grandi correnti di traffico, con una rete ferroviaria rachitica e quasi indegna di tale appellativo. Ad un’Italia alle soglie della seconda Guerra d’Indipendenza, in una Milano che chiudeva dentro le mura tutti i suoi circa 170.000 abitanti, più che coraggio sarebbe servita molta fantasia.


Foto 7 - Facciata della Stazione Centrale di G. B. Bossi pensata dentro i Bastioni a pochi metri da Piazza Fontana.



Ci andò vicino l’ingegner G.B. Bossi di Cucciago con il suo progetto, pubblicato nel 1856 ma da lui elaborato anni prima, che proponeva appunto una Centrale a Porta Tosa. Con il torto, però, di una limitatissima e obsoleta visione, ripresa da quella di Carlo Cattaneo, il quale nel 1836, in “Ricerche sul progetto di una strada di ferro da Milano a Venezia”, osservava che: “Il pensiero di penetrar nel cuore della città per l’ampio e spopolato Corso di Porta Tosa, è commendevole pel trasporto dei passaggieri, i quali non amano di essere scarrozzati in un remoto sobborgo”.
E l’idea di G.B. Bossi era di portare il Fabbricato Viaggiatori e quindi le vaporiere dentro le mura, dalle parti di Piazza Fontana. Si sarebbero dovuti perforare i Bastioni e gli spazi inedificati erano meno estesi che fuori le mura e quindi più costosi. Inoltre, guarda un po’, sarebbe stata una stazione di testa… Anche lei.


Foto 8 - Milano Porta Tosa nel progetto Bossi.


D’altra parte, oltre che riduttivo, lo sforzo progettuale di Bossi era del tutto inutile perché in quello stesso 1856 era già stato deciso che la Centrale (1864) sarebbe sorta dove poi venne costruita. Con i vantaggi dei binari passanti e gli svantaggi della loro scarsa quantità.
E invece, l’attimo (un attimo di 15 anni) è fuggito e Porta Tosa non ha potuto offrire
alla città i più preziosi servizi che avrebbe potuto dare.
Nel 1856, più ancora dal 1864, e per molti anni a venire, fino alla vendita, l’area della stazione di Porta Tosa era quasi completamente dedicata a campi e sterpaglie; il suo ipotizzabile prolungamento, i terreni verso l’odierno Piazzale Susa, era perfino meno urbanizzato della gigantesca area dove sorse Milano Centrale (1931). E ancora, tenuto conto che l’intera area di Porta Tosa, ovvero circa un terzo della Centrale di oggi, era già di proprietà della Società ferroviaria e sarà poi venduta, nel 1884, per poco più di 200.000 lire (di allora) viene da pensare a quale risparmio si sarebbe generato.


Foto 9 - Area della stazione di Porta Tosa riferita al territorio odierno.

Due impianti di larghezza uguale! E Porta Tosa, usata come “Centrale” avrebbe portato il fabbricato viaggiatori e quindi i treni, tutti i treni, da tutte le direzioni, a pochi metri da viale Premuda e a due passi dal Duomo. Molto più comodo, più… Centrale.
La differenza la fa, naturalmente, la diversa lunghezza delle aree ferroviarie. Il terreno di Porta Tosa era lungo circa 700 metri mentre la Centrale di oggi abbiamo visto quanto sia lunga. Però, per allungare l’area di Porta Tosa lo spazio libero c’era senza spostare gli impianti sportivi, senza abbattere edifici e riqualificando un territorio da sempre considerato poco salubre.
Nella visione collettiva, Porta Tosa, mai terminata, era vista un po’ come sussidiaria
di Porta Nuova e quindi sacrificabile senza rimpianti. Con solo un poco di fantasia non era impossibile, invece, invertire la standardizzata visione e pensare che poteva essere Porta Nuova a scomparire e “inviare i treni” a Porta Tosa, stazione che aveva in nuce tutte le caratteristiche di spazio e posizione per diventare lei “Milano Centrale”. Addirittura. La Centrale 1931. Nel 1856.
Compariamo le dimensioni di Milano Centrale attuale e di Porta Tosa nel 1846.
La Centrale odierna ha un fronte di 230 metri circa e si prolunga con un rettangolo di circa un chilometro e mezzo per arrivare al punto in cui i binari cominciano a divaricarsi.
Per ottenere questo risultato fu distrutta la vecchia Centrale del 1864, allungate e allargate strade, spostato un impianto ippico e sportivo, abbattute alcune case e cascine.
Per contro, Porta Tosa già insisteva su un terreno con un fronte di dimensioni simili,
225 metri, e si protendeva in un rettangolo da viale Premuda per terminare con una punta scambi che sarebbe posta, oggi, fra via Fratelli Bronzetti e la parallela via Poma.


Foto 10 – Il Piazzale interno della stazione di Porta Tosa.

Mantenendo le dimensioni, i binari avrebbero cominciato a divaricarsi più a est di dove oggi (oggi!) abbiamo Piazzale Susa e dove peraltro già passavano i binari della linea di Venezia che si inoltravano dove (oggi!) corre Viale Argonne. La linea di Piacenza poteva essere spostata leggermente più a est rispetto a Piazzale Susa e non lontano dalla linea per Rogoredo costruita nel 1861. Non sarebbe stato difficile riallacciarsi a quella. La sola direttrice che sarebbe notevolmente cambiata sarebbe stata quella per Torino e Como che, partendo circa da oltre Piazzale Susa, poteva percorrere la traccia seguita oggi da viale Romagna o via Aselli per dirigersi a est. Poi lungo l’odierna via Plinio o altro percorso simile, ci si poteva congiungere alla vecchia linea per Torino dalle parti dell’attuale Scalo Certosa.


11 - Anche se la qualità dell'immagine è carente
può dare un'idea delle possibilità proposte.

Copiando la Centrale odierna, inserendola sulla pianta di Milano sul terreno della vecchia stazione di Porta Tosa e facendo in modo che il Fabbricato Viaggiatori sia aderente a Viale Premuda si ottiene un’idea di quanto fosse possibile ottenere nel 1856. Fermo restando che, se necessario e opportuno, si poteva seguire un tracciato più esterno e si potevano costruire una o più stazioni minori con un servizio simil-metropolitano, ad esempio, dove oggi sorge piazza Duca d’Aosta, Farini e così via. Nel 1856! Sei anni prima di Londra, inaugurata 1863.
Un’altra prospettiva che può incuriosire, ma è solo una curiosità scaturita dal gioco delle ipotesi, è lo sviluppo dei binari. Poteva essere diverso in mille modi ma, se mantenuto nella forma e nelle proporzioni come nella figura, sarebbe stato possibile perfino evitare la costruzione del cavalcavia sul Lazzaretto, mantenendo lo storico monumento perfettamente integro con i treni che potevano passare a una buona distanza. E, chissà, forse non sarebbe stato preda di speculazioni edilizie e tenuto ancora lì a ricordare da vicino l’opera di Manzoni.
I milanesi forse rabbrividiscono, ma non vedo nulla di strano; la città si sarebbe solo
evoluta in modo diverso. Ad esempio, Via Gluck forse sarebbe sorta nello stesso luogo ma Celentano non avrebbe cantato l’”amico treno” perché non sarebbe partito da Milano Centrale, vicino a casa sua. Ma forse poteva passare attraverso! Quella strada, quella casa.
Altre erano le necessità, altre erano le possibilità, nessuno ci ha pensato al momento opportuno. Peccato, piccola grande e sfortunata Tosa-Cenerentola.
Vi saluto e vi lascio giocare con la fantasia su quello che poteva essere e non è stato.

Queste righe sono state solo un leggero passatempo, ma pensiamoci bene prima di
chiudere stazioni e linee!
21 ottobre 2025.

Per i vari approfondimenti sulle reali storia e “geografia” della
stazione, rimando al mio recente “Milano Porta Tosa. Alla ricerca di una stazione
scomparsa”, facilmente reperibile qui




domenica 23 marzo 2025

Accadde un Quarantotto: minuzie risorgimentali e curiosità riguardo le Cinque Giornate di Roberto Bagnera

 

Una rievocazione d'altri tempi delle 5 Giornate, nella piazza omonima, catturata nel 1923 dall'obiettivo di Arnaldo Chierichetti, per l'occasione viene ricostruita una versione provvisoria della storica Porta Tosa

Accadde un quarantotto, Milano insorse, rombo di cannone e passi cadenzati, tumulto e cuori rivolti alla libertà dal giogo straniero, dal 18 al 22 di Marzo le anime belle e gli spiriti puri della città fecero l'impresa e "Zang Tumb Tumb" come avrebbe poi detto Marinetti: - Ogni 5 secondi cannoni da assedio  sventrare spazio con un accordo tam-tuuumb (...) - .

Il sogno di un' Italia Libera concretizzato in un primo significativo passo, ebbri di vittoria allora e fieri ancora, i Milanesi portano nel cuore questo episodio fondante della propria storia e della propria crescita ancora celebrato ogni anno nella piazza ov'è sito il Monumento scolpito da Giuseppe Grandi che narra e trasfigura le cinque fatidiche Giornate, come nei quartieri che videro la storica insurrezione.

Il nostro non sarà un articolo di celebrazione, ne abbiamo già delineata l'esegesi con post sulla pagina FB Milano Policroma e con altri articoli, vogliamo proporre un bouquet Garni fatto di ricordi e considerazioni meno solite, percorsi meno...percorsi e forse spesso ignorati perfino.

Diamo onor d'apertura ad un esemplare di glorioso vessillo tricolore sventolato durante gli accadimenti delle Cinque Giornate, conservato presso il Museo dei Martinitt e Stelline di corso Magenta.


Bandiera Italiana del 1848, foto di Guru


Il tricolore esposto nella ex sede dell'Associazione Ex Martinitt e Stelline, nell'immagine sotto 2 Martinitt ostentano lo storico vessillo ripresi nel cortile dell'Orfanotrofio di via Pitteri. Foto di proprietà del Museo Martinitt e Stelline, per gentile concessione di Renato Marelli. 


In questa tavola a colori vediamo riprodotti vessilli, palloncini e coccarde tricolori usuali all'epoca della storica insurrezione


Le prime bandiere tricolori, Litografia L. Ronchi Milano 


Il 18 Marzo 1848 la campana della torre del Broletto suona ininterrottamente, forsennatamente, furiosamente, fino ad infrangersi per chiamare a raccolta i cittadini contro il giogo dell'odiato pollino, ovvero tacchino, come i milanesi solevano soprannominare la sbirraglia austriaca. Questo esemplare, opera del 1352 di Ambrogio da Calderara  è custodito presso il Museo del Risorgimento di palazzo Moriggia di via Borgonuovo 23. Nella prima foto e nell'immagine storica ben si vede la storica "ferita"


Foto dal sito del Museo del Risorgimento

Fine Ottocento, foto dell'Agenzia Fotografica La Subalpina

Le truppe austriache naturalmente non stanno a guardare, circondano la città e la stringono d'assedio, i Milanesi non si perdono d'animo, barricate messe su in fretta e furia con tutto quel che si trova, armadi, sedie, barili, carrozze, mobili, tronchi, sorgono ovunque a far da riparo e baluardo ai coraggiosi cittadini, ma forse non sarà sufficiente, occorre chieder rinforzi ma come fare a superare la soverchia guardia del nemico?

Fu Antonio Stoppani, prete nel seminario di corso Venezia a risolvere il problema costruendo dei palloncini aerostatici utilizzando corde, carta e colla che avrebbero veicolato messaggi di aiuto, invito alle armi ed informazioni al vicino contado con l'intento di coinvolgerlo nell'azione liberatrice: - Impugnate le armi contro il nemico, impeditegli ogni approvvigionamento di armi e di cibo -.


Uno dei palloni aerostatici approntati dallo Stoppani, Foto Archivio ACAdeMi

Uno dei manifesti portati fuori città dai palloni aerostatici, Archivio ACAdeMI


Un servizio di messaggistica, come diremmo oggi, di fortuna ma altamente efficace, visto come andarono le cose, del resto uno dei problemi logistici più importanti durante i conflitti e/o gli scontri armati è chiaramente quello di veicolare le comunicazioni fra i vari reparti, in quest'ottica durante gli accadimenti delle Cinque Giornate era di vitale importanza far giungere gli ordini per coordinare gli sforzi alle varie postazioni barricate della Milano insorta, eroici portaordini furono i nostri amatissimi Martinitt, sempre protagonisti del cuore immenso di Milano.

Meno note sono sicuramente le monete da Cinque Lire, ma anche altre in realtà, coniate dal Governo Provvisorio di Milano nel 1848 e recanti la scritta "ITALIA LIBERA DIO LO VUOLE", come spesso accade la numismatica affianca la storia e a sua volta la racconta. Fra il 1846 ed il 1849 in alcuni casi le monete venivano tagliate, diventando scatole, si potevano aprire e chiudere quindi, per ospitare messaggi, dispacci, scritte e anche immagini .


Fronte retro e sezione della moneta da 5 Lire coniata dal Governo Provvisorio di Milano
Foto Numismatica Lottini e Numismatica Mente



Ancora oggi, percorrendo la città potrete imbattervi in numerose tracce residue della Seconda Guerra Mondiale, meno note sicuramente sono quelle ancor conservate relative ai cannoneggiamenti austriaci durante le Cinque Giornate: proiettili raccolti dalle barricate ed incastonati sui muri e architetture scheggiate ma così conservate ad imperitura memoria, eccone alcune qui di seguito.


Corso di Porta Romana 3, Palazzo Acerbi, peraltro famosissima magione meneghina del Diavolo che, secondo popolar leggenda vi soggiornò durante la pestilenza del 1630, sulla facciata, a destra, è incastonata una palla di cannone austriaco, foto di Maurizio Raffaini




Corso Venezia 13, la sbrecciatura lasciata da una palla di cannone, foto dal blog Renato e Milano



Corso Venezia 15, angolo via della Spiga la breccia provocata da una bomba lanciata dagli Austriaci,
 foto di Franz Maniaco



Tracce dei cannoneggiamenti Austriaci nel cortile di via Brera 11, foto di Analia Pierini


Tracce dei cannoneggiamenti Austriaci nel cortile di via Brera 11, foto di Analia Pierini



Proietto conservato nel cortile di via Brera 11, foto di Analia Pierini


Per quanto riguarda questo reperto ad onta della scritta che reca 20 Marzo 1848 ci informa il signor Friedrich Zobel, appassionato di storia risorgimentale, che non è austriaca e non è riconducibile al 1848. È una “palla” francese per cannone rigato sistema La Hitte. Venne usata per la prima volta sui campi di battaglia nella campagna d’Italia del 1859.



Scorcio e dettagli della recinzione di Palazzo De Capitani D'Arzago,in via Santa Valeria angolo via Bernardino Luini. Foto di Riccardo Rivellini  




Il Palazzo De Capitani D'Arzago, edificato nel 1924 con temi ed influssi architettonici secenteschi, opera dell'architetto Carlo Ottavio Marchetti di Montestrutto. Il lato su via Santa Valeria ci regala un giardino con un glicine scenografico racchiuso da una preziosa cancellata originariamente appartenente alla demolita chiesa di S. Protaso ad Monachos.

Sull'angolo del palazzo è posta una singolare edicola votiva in bronzo, composta da due parti, la prima raffigura Sant'Ambrogio in abito pontificale, con la mitra sul capo, il pastorale nella mano sinistra e il tradizionale flagello nella destra, simbolo della lotta all'eresia sopra un baldacchino culminante con la croce, forse per proteggere l'immagine sacra. Sotto alla figura del santo spicca un'incisione in lingua latina su due righe: PER SE - ETENIM DICIT (parla attraverso di sè).
Ulteriore curiosità, sul lato di via Luini ci sono tracce di proiettili esplosi il 19 Marzo 1848 durante le Cinque Giornate, essendo il palazzo edificato successivamente è probabile che il reperto appartenga ad una preesistente architettura, fosse nello stesso luogo della nuova costruzione o sia che provenga da un altro edificio e qui incastonato a ricordo dei fatti.


Via Maspero 6, scorcio della Cascina Mancatutto, foto dal profilo FB Massaie Moderne

Infine a Porta Vittoria, ad un passo dal nuovo Ortomercato, è sita ancor oggi un'antica cascina dal nome un po' inquietante, Cascina Mancatutto, qui, fino a qualche decennio fa, su uno dei muri perimetrali campeggiava una scritta in Latino: CALIDUS FECIT, ci piace pensare che si riferisse ai tumulti dell'insurrezione meneghina.

In via Boschetti angolo Corso Venezia troviamo una targa dedicata al Conte Luigi Torelli, protagonista della vittoriosa insurrezione che ebbe dimora nel palazzo dei conti Ciani. Il palazzo in questione non è quello attuale al 37 di corso Venezia, eclettico anni 20 e impreziosito da un bel mosaico, bensì il singolare edificio che situato nella stessa posizione fu demolito per la nuova costruzione.

La targa dedicata al Conte Luigi Torelli in via Boschetti angolo corso Venezia, foto di Virgilio Carnisio



Via Boschetti Mosaico dell' ex-casa Ciani foto Birgitof


Corso Venezia 37, angolo via Boschetti, oggi ospita il palazzo della Banca Commerciale Italiana, fu edificato nel 1928 nella stessa posizione della demolita Casa Rossa, abitazione dei Conti Ciani, costruita ad opera dell'architetto Gaetano Casati nel 1837, era impreziosita da decorazioni in terracotta di tema risorgimentale opera dei Fratelli Andrea Boni e Giovanni Battista Boni  che portarono a termine la il loro operato nel 1862, proprio la decorazione in terracotta fu cagione del nome popolarmente attribuito al palazzo. Qualche anno più tardi nello stesso edificio ebbe lo studio Filippo Tommaso Marinetti che quivi fondò il movimento Futurista.


Corso Venezia, Casa Ciani, 1898

Filippo Tommaso Marinetti nel suo studio nella Casa Ciani

Prospetto delle decorazioni di casa Ciani, di Andrea Boni, Arc. Cantonetto


Panoramica dell'edificio in una cartolina del 1919



1928, cantiere di ristrutturazione del palazzo, verranno asportate le decorazioni, rialzato il fabbricato ed infine sostituito il tutto con il Palazzo della Banca commerciale, ancora in luogo.



Nelle immagini seguenti alcune istantanee scattate dall'architetto Carlo Meroni per tramandare alcune delle raffinate composizioni dei fratelli Boni, l'ultima immagine è riferita alla cosiddetta finta porta dell'edificio, in effetti l'ingresso era altrove, sul fronte laterale, qui campeggia un'effigie di Giuseppe Garibaldi, personaggio molto amato in città dove innumeri sono le sue raffigurazioni.

Venezia

Roma

Sommità dell'edificio, fra le decorazioni si riconosce l'Italia Turrita,
una gettonatissima allegoria risorgimentale

Vittorio Emanuele Secondo


l'ingresso fittizio e il busto di Giuseppe Garibaldi


Le decorazioni vennero quindi smantellate ma non totalmente perse perchè il valore delle opere della ditta Boni aveva suscitato ammirazione nella cittadinanza tanto da indurre l’amministrazione comunale e successivamente la proprietà stessa dello stabile a salvare almeno una parte della decorazione. Si deve a Giorgio Nicodemi, dirigente all'epoca della Soprintendenza dei Musei Civici di Milano ad interpellare il Museo del Risorgimento per stabilire quali fra i vari dettagli della Ca Rossa fossero meritevoli di esser preservati, una volta definito un preciso elenco i reperti furono inviati al Castello Sforzesco, il 19 Febbraio 1929,  accolti nella collezione della gipsoteca civica e sistemati nei sotterranei. La triste notizia è che tali manufatti non sono reperibili e con buona probabilità sono andati dispersi, a parziale scusante i bombardamenti del 1943 fecero un vero disastro in buona parte delle istituzioni cittadine.

L’Istituto Italiano di Previdenza, committente per la nuova sistemazione e già proprietario di Casa Ciani, sulla spinta dell'iniziativa comunale, si produsse al salvataggio di altri frammenti: decise di salvare altre parti di quell’ornato: le cornici di due finestre del piano terra, una elaborata lesena e l’imponente portale istoriato, addossate ad una parete del giardino del palazzo attuale, verso la via Boschetti, ancora oggi si conservano in buono stato.



Corso Venezia 37, angolo via Boschetti, nel giardino del palazzo della Banca Commerciale Italiana, sono ancora conservate le decorazioni provenienti dalla Ca Rossa. Foto di Alessandra Molinelli

Ecco qualche foto ravvicinata di alcuni dei manufatti conservati nel Palazzo della Banca Commerciale, fra cui il sontuoso portale che costituiva un falso ingresso del palazzo. Arc. Cantonetto








Disegno di Andrea boni che riproduce il portale di Casa Ciani e che faceva parte
di un opuscolo catalogo dei lavori, stampato dalla ditta A. Boni e C.



 I sei riquadri che danno vita al portale sono idealmente suddivisi in due sezioni tematiche, i primi quattro testimoniano episodi rilevanti dell’epopea risorgimentale, e in ognuno di essi campeggia un diverso protagonista di quegli anni: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Garibaldi, Napoleone III e Camillo Benso conte di Cavour. I riquadri centrali sono occupati da rappresentazioni allegoriche di Venezia e Roma proposte come gentildonne, ricoperti da una vernice verde che simula l'effetto del bronzo sono completamente opera di Andrea Boni.


Porzione di lesena con figura acefala di soldato. Arc. Cantonetto



Altri pezzi sono sopravvissuti, furono custoditi negli uffici dell’istituto proprietario. È il caso ad esempio di una porzione di lesena raffigurante un soldato. Altri elementi decorativi della Casa Ciani furono così apprezzati da essere riproposti sulle facciate di altri edifici, i cui proprietari si avvalsero degli stampi eseguiti dalla ditta Boni su incarico del barone Ciani, quindi non degli originali ma delle fedeli copie che sottolineano il successo riscosso dall'edificio originale.
Due riferimenti assodati a tale modalità sono riscontrabili nella facciata del Teatro Fossati in corso Garibaldi e nella scenografica Casa Venzi, detta anch'essa Casa Rossa di Bellinzona.


Corso Garibaldi, la facciata del Teatro Fossati. Foto di alba Banzi

Bellinzona, in via Nosetto sussiste, recentemente restaurato, lo storico edificio eretto nel 1864 quale abitazione e spezieria di Tranquillo Venzi, oggi di proprietà dell'Istituto di Previdenza del Canton Ticino che ha commissionato i restauri, anche se, di originale, è rimasta la sola facciata. Casa Venzi, tutelata dal 1955 come bene monumentale della Federazione Svizzera, fu l'ingegnere milanese Lodovico Manzi a progettarla ed edificarla avvalendosi di un'importante decorazione a terracotta che ricalca particolari della coeva omonima casa di Ippolito Gaetano Ciani, entrambe decorate dalla Ditta milanese dello scultore Andrea Boni, che dà vita ad un repertorio, debitore del gusto tardogotico lombardo in auge in quegli anni, costituito da cornici di portali e finestre, da sculture con teste di leone, figure allegoriche, draghi e altri particolari, insieme ad emblemi farmaceutici e della tradizione patriottica elvetica, come il busto di Guglielmo Tell e lo stemma del cantone. Di seguito alcune istantanee della Casa Rossa di Bellinzona.

La casa Rossa di via Nosetto a Bellinzona in alcune foto scattate da permia





A ricordo dell'eroica impresa del 18 - 22 Marzo 1848 in città sono state affisse diverse targhe e lapidi a memoria dei protagonisti di quei fatti, alcuni anche poco conosciuti ai più, in via Lupetta 8, in quella che fu la sua casa natale, troviamo quella dedicata a Giovanni Battista Prandina, patriota risorgimentale, combattente durante le Cinque Giornate, partecipante alla Spedizione dei Mille, amico personale e medico di Giuseppe Garibaldi. 


Lapide di via Lupetta, foto di fi_decorso, e ritratto di G. B. Prandina dall'archivio iCharta







Fra i protagonisti delle Cinque Giornate, un ruolo di rilievo lo rivestì Luciano Manara che durante l'insurrezione capeggiò un gruppo di coraggiosi cittadini che riuscirono nell'impresa di conquistare la Porta Tosa, che da quel momento prese il nome di Porta vittoria, proprio per commemorare l'azione bellica vittoriosa. Luciano Manara si mise poi al servizio del Governo Provvisorio radunando intorno a un gruppo di 500 volontari: i Bersaglieri Lombardi, che avrebbero poi partecipato alla prima Guerra di Indipendenza. Nei Giardini Pubblici di Porta Venezia troviamo il suo monumento celebrativo, l'eroe è raffigurato con la divisa da bersagliere. Il monumento,  progettato dallo scultore Francesco Barzaghi fu inaugurato ufficialmente il giorno 8 Giugno del 1894, quando l'artista era già deceduto, l'opera fu portata a termine dal suo allievo Enrico Cassi che portò a termine anche i due bassorilievi incastonati nel piedistallo, uno dei quali rappresenta proprio il nostro eroe alla guida degli insorti ed alla conquista di Porta Tosa.

Giardini Pubblici di Porta Venezia, Monumento a Luciano Manara. Foto di fi_decorso


Giardini Pubblici di Porta Venezia, Monumento a Luciano Manara. Bassorilievo raffigurante la Presa di Porta Tosa, riproduzione a stampa dell'epoca



Sempre nei giardini pubblici di Porta Venezia è ospitato anche il monumento dedicato ai martiri dello Spielberg, uomini che a inizio Ottocento vennero arrestati dalle autorità austriache per aver sostenuto l'indipendenza italiana.
Realizzata nel 1850 da Alessandro Puttinati, fu finanziata da una sottoscrizione popolare, essendo che la città di Milano si trovava ancora sotto la dominazione austriaca, la statua venne conservata in una casa privata e infine collocata nei giardini pubblici dopo l'Unità d'Italia. L'Italia turrita, ovvero la personificazione simbolica dell'Italia, raffigurata con un piede sul globo ed  intenta a scrivere su una tavoletta, forse le pagine della Storia, oppure i nomi dei martiri.




Giardini Pubblici di Porta Venezia, Monumento ai Martiri dello Spielberg
Foto ed informazioni dal profilo Instagram omonimo


La raffigurazione dell'Italia nelle sembianze femminili ha radici antiche: ricorda Tyche, divinità greca, nume tutelare della prosperità degli stati, che indossava una corona rappresentante le mura della città; la "corona muraria" era un attributo anche della dea Cibele, la Magna Mater dei Romani.
Nella simbolica risorgimentale, ispirata al modello della Rivoluzione francese e trasmigrata nello Stato Italiano, secondo cui era fondamentale la creazione di un patrimonio di ideali laici condivisi, fatto di allegorie, santi martiri ed esempi eroici, l'Italia è raffigurata come una matrona classica, dal corpo rigoglioso e con i tipici attributi mediterranei quali la carnagione colorita e i capelli scuri, e sul capo turrito spesso una stella a cinque punte, il cosiddetto "stellone d'Italia", uno degli elementi araldici dello stemma reale di Casa Savoia.



Stampa del 1911, Allegoria dell'Italia turrita con scene degli episodi fondanti dell'Italia Unita, fra di esse un episodio delle cinque Giornate di Milano, ed il ritratto dei Reali e dei protagonisti di quella tumultuosa stagione



La scrittrice Carolina Invernizio ambientò a Milano immediatamente dopo i fatti delle Cinque Giornate il suo romanzo storico "La Trovatella di Milano" pubblicato nel 1889 da Carlo Barbini, editore in Milano, via Chiaravalle 9, qui sotto la riproduzione della storica copertina originale.





Dal racconto di Carolina Invernizio viene girato nel 1956 l’omonimo film di Giorgio Capitani (le riprese furono iniziate da Carlo Campogalliani, poi sostituito) narra le gesta nel 1848 di una giovane Trovatella (Maria) durante l'occupazione Austriaca a Milano che suo malgrado viene coinvolta in attivita Carbonare, innamoratasi di uno degl insurrezionisti (Gabriele) , viene catturata dagli austriaci e viene condannata a morte, ma il caso vuole che il suo più spietato accusatore (Conte Patti) scopre che è sua figlia salvatasi da un incendio qualche anno prima, era stata affidata al collegio dei "Martinitt", viene così salvata dal conte stesso facendola scappare in tempo, mentre in Città stanno scoppiando le Cinque Giornate di Milano. Film tutto sommato noisoso e fatto con approssimazione, ben al di sotto dei famosi romanzi d'appendice di Carolina Invernizio. come ci testimonia l'amico Paolo Misul.
Di seguito la trama che sviluppa un percorso ben diverso dal romanzo originale:
A Milano, nel 1848, i carbonari preparano l'insurrezione contro il governo austriaco. Le riunioni segrete dei rivoluzionari hanno luogo nei sotterranei del collegio dei "martinitt", che ospita, tra gli altri, una giovane trovatella, Maria. Questa ha scoperto per caso il segreto dell'attività insurrezionale ed ha avuto occasione d'avvicinare il giovane capo dei carbonari, Gabriele: tra i due giovani è sbocciato l'amore. Mentre prepara l'insurrezione, Gabriele è in grado di controllare il campo nemico, avendo avuto l'abilità di divenire, sotto il nome di Kruber, il segretario del conte Patti, capo della polizia. Malgrado questo, un brutto giorno i carbonari sono sorpresi dalle pattuglie austriache, comandate dal tenente Han, promesso alla nipote del Conte Patti, la quale invece e innamorata del segretario Kruber, cioè di Gabriele. I carbonari riescono a salvarsi, solo Maria viene arrestata e sottoposta a processo. Il suo più spietato accusatore è il conte Patti, che ottiene la sua condanna a morte. Ma quando già la condanna è stata pronunciata, Patti apprende che Maria è sua figlia. La verità gli viene rivelata dalla sua seconda moglie, Corinna. Molti anni prima, il di lei fratello, Diego, era penetrato nella villa del conte, per derubarlo. Scoperto, aveva dato fuoco alla villa: la moglie del conte era morta nell'incendio, mentre Maria, la loro figlioletta, era stata salvata da Corinna, per caso presente, che l'aveva affidata al collegio dei "martinitt". Del delitto furono incolpati allora i carbonari, contro i quali s'era accanito l'odio del conte Con l'aiuto di Gabriele, il conte riesce a far fuggire Maria, strappandola agli sgherri, che la portavano al supplizio. Scoppia intanto tra gli insorti e le truppe il conflitto, col quale s'iniziano "le cinque giornate": il conte è il primo ad offrire il petto alle fucilate austriache.
Di seguito la locandina del film ed alcune foto di scena dal sito Livid.










Rileviamo l'esistenza anche di un  Gioco di società ambientato durante le 5 giornate di Milano, ideato da Alberto Barbieri e Marco Garav dal suggestivo nome di Radetzky.












Una curiosità finale, legata al Risorgimento la dedichiamo a Garibaldi, un suo busto compare al centro della facciata di un edificio di via Don Luigi Guanella a Precotto, un tempo il piazzaletto antistante presentava due colonne di confine dipinte col tricolore, le colonne ed il busto ci sono ancora, la pittura tricolore invece no.



Omaggio a Giuseppe Garibaldi in via Don Guanella 42, foto anni 80, Archivio ACAdeMI - Franco Mauri Sotto una foto recente dello stesso luogo di Filomena Schiattone