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martedì 25 dicembre 2018

Il Liberty a Vigevano di Rolando di Bari

Copertina del mensile Vigevano Mese, ideato e diretto da Franco Fava, Villa Erminia in via Cairoli, foto di Marco Currò
A Vigevano il Liberty si affaccia nei primi anni del 900, a sostituire gradualmente l'usato ed abusato Neoclassicismo, da cui resterà ancora a lungo contaminato, nell'architettura locale.
Fra le prime realizzazioni dell'edilizia Liberty sono da annoverare due splendide ville, l'una al numero civico 2 di corso Pavia, l'altra al numero 34 di via Cairoli. quest'ultima, che ha un maggiore sviluppo verticale, presenta un'eleganza sobria, gradevolmente in equilibrio tra vecchio e nuovo, ove il "nuovo" è rappresentato dalle decorazioni floreali che interessano un'area minima della superficie esterna; notevoli sono le vetrate, in parte colorate e in parte decorate con motivi floreali. Quella di corso Pavia 2 segue più da vicino i canoni del Modern Style: i motivi floreali sono presenti in ogni componente della costruzione, nelle decorazioni, nella cancellata esterna in ferro battuto, nei balconi, nei vetri delle finestre, nelle inferriate di protezione delle finestre stesse; più ricca ed elaborata della precedente, conserva elementi caratteristici del Romanticismo di fine Ottocento, che ben si sposa al Liberty italiano. Ambedue le costruzioni risalgono al 1902.


Villa in corso Pavia 2, particolari della ringhiera e dell'inferriata di una finestra




I primi due decenni del secolo vedono l'affermazione massiccia dello Stile Floreale: non vi è - o quasi - costruzione eretta in tale periodo che, per quanto semplice o povera, non presenti in qualche sua parte caratteri pur minimi riconducibili al Liberty.
Balconi, finestre, ornati sottogronda (monocromi, policromi, bassorilievi, graffiti), mensole di supporto dei tetti, davanzali, intonaci, ringhiere, cancellate; perfino le colonne di sostegno dei cancelli e cancellate sono talvolta decorate con motivi floreali. Negli ornati sottogronda, costituiti spesso da motivi decorativi estremamente complessi, vere e proprie piccole opere d'arte, sopravvivono elementi mitologici; in qualche caso riappare la decorazione "a grottesca" cara ai decoratori rinascimentali, i quali, a loro volta, già l'avevano presa a prestito dalla Domus Aurea neroniana.

Tipico edificio Liberty al civico 7 di corso Genova

Non sfuggono alla moda le abitazioni multifamigliari, gli edifici di rappresentanza o di uso pubblico.
A Vigevano non furono presenti grossi nomi dell'architetture Liberty nazionale; ciò nonostante i risultati della progettazione e dell'edificazione locale furono sempre degnissimi, gradevoli e, spesso, in grado di reggere il confronto con i maggior architetti italiani e d'oltralpe.
Numerosi sono gli edifici che meritano una segnalazione, tra questi uno stupendo palazzo al numero 2 di via Madonna degli Angeli, in cui pure è osservabile la contaminazione neoclassica rappresentata dai finti capitelli sommitali, posti in angolo della costruzione. Ancor più numericamente rilevanti le ville, tra le quali e forse impossibile effettuare una scelta; segnaliamo i numeri 13 e 15 di corso Torino, i numeri 5 e 7 di via Trieste, il 14, il 17 e il 20 di via Madonna Sette Dolori, il numero 17 di via De Amicis, il 5 in via Trento. Ancora, tra i palazzi, il numero 4 in via del Convento e il 14 in viale Leonardo da vinci.


La villa di via Madonna 7 Dolori 17, sotto: un particolare della decorazione muraria esterna



Ad un censimento del Liberty vigevanese non potrebbero sfuggire i numeri civici 46 di corso Pavia, 16 di via Manara Negrone, 5 di via Diaz, 9 di via Madonna degli angeli, 81 di corso Novara.
Una menzione particolare merita l'abitazione posta al numero 7 di corso genova, del 1904, a nostro parere la più efficace interpretazione vigevanese della rivisitazione italiana del Liberty.
Con l'avvento del Fascismo trovano buona accoglienza e diffusione nuovi canoni stilistici che, in campo architettonico, sostituiscono ma, più spesso, si sovrappongono agli ormai classici caratteri del Liberty italiano ed internazionale, dai quali invece l'architettura fascista vorrebbe invece affrancarsi.
Le linee degli edifici divengono ancor più rigidamente geometriche, squadrate, fredde, ma negli elementi accessori continua a far capolino lo Stile Floreale. Né manca inevitabilmente la celebrazione: in molti ornati sottogronda, incorniciate in serti d'alloro, appaiono le effigi del "Grandi Italiani".

Villa in via De Amicis 17
Significativo, a tale proposito, un edificio al numero civico 11 di vicolo Venturini, ove sono osservabili, nello stile descritto, i volti di Leonardo, Cristoforo Colombo ed altri.
Nonostante il "gusto di regime" imponga linee sobrie ed edifici disadorni, ancora negli anni Trenta appaiono costruzioni degne di nota che, pur rappresentando una deformazione dei concetti originari del movimento Liberty, rimangono ottimi esempi di coerenza stilistica e, soprattutto, di buon gusto. Meritano una citazione il numero 19a di via San Giovanni e la splendida villa al 57 di corso Novara,datata 1937, che anche all'interno conserva una ricca decorazione d'epoca.


Villa in corso Novara 57

L'ultima guerra decreta la morte dello Stile Floreale, anche se esso riappare sporadicamente nell'immediato dopoguerra in qualche elemento accessorio di costruzioni minori.
E' importante notare come la conservazione di tutto questo enorme ed importante patrimonio architettonico ed artistico,, le segnalazioni qui indicate rappresentano una minima parte degli edifici vigevanesi nel contesto Liberty, non sia mai stata tutelata.
Gli stessi organi competenti hanno scarsamente preso in considerazione questo, forse troppo recente, periodo della storia artistica del nostro paese. Le amministrazioni locali non hanno mai posto limiti alla ricostruzione o ristrutturazione di edifici che andavano altrimenti tutelati. La buona conservazione dei quali è rimasta dunque affidata all'intelligenza ed al buon gusto dei proprietari. Intere ville sono state abbattute per far posto a complessi residenziali e condomini; interessanti decorazioni sono scomparse sotto frettolosi intonaci; facciate in stile sono state inopinatamente sostituite da altre di aspetto più moderno. E' significativo quanto è avvenuto in via Aguzzafame: l'edificio al numero 45 è stato interamente intonacato a nuovo, ma la bella fascia ornamentale sottogronda è stata salvata e rinfrescata; l'edificio confinante (al numero 4 di via Tre Moroni) è ugualmente stato intonacato con la copertura dell'ornato sottogronda.


Villa in corso Novara 81

In tutta la città, sotto l'azione demolitrice degli agenti atmosferici e dell'inquinamento, i caratteri rappresentativi di una stagione architettonica felice e prolifica stanno svanendo; gli intonaci cadono, le decorazioni svaniscono, i basso rilievi si smussano, i graffiti vengono cancellati.
A quando una politica concreta di salvataggio di queste opere?


Testo e foto, 1988, di Rolando di Bari


giovedì 27 febbraio 2014

Breve Historia del Carnevale Ambrosiano di Franco Fava


Milano è forse stata la prima città d'Italia ad istituire il Carnevale come oggi lo intendiamo, nel secolo XI, e più precisamente intorno agli anni in cui le redini del potere erano saldamente tenute dal famoso arcivescovo Ariberto da Intimiano.

Il Carnevale ambrosiano nel 1950 (Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli)

 Nelle epoche viscontea e sforzesca (XIV‑XV sec.) le manifestazioni carnevalesche a Milano erano sfarzose e imponenti. La città si trasformava in una bolgia infernale, nelle strade spadroneggiavano individui senza scrupoli che indossavano maschere per il viso, confezionate con tela incerata, contro l'uso delle quali si scagliavano, con scarso successo, le autorità, nell'intento di colpire coloro che ne abusavano per compiere misfatti e ladrocini. Mentre nelle strade impazzava il Carnevale del popolo, a corte e nei palazzi patrizi si organizzavano feste e spettacoli, "gestiti da veri e propri coreografi e scenografi. Fra questi ricordiamo nientemeno che Leonardo da Vinci, chiamato a Milano dall'ambizioso Ludovico il Moro non tanto per le sue doti artistiche, bensì proprio in qualità di organizzatore di spettacoli.
Nel corso del Carnevale venivano inoltre rappresentati, nelle piazze di Milano, rozzi spettacoli teatrali burleschi,satirici, scollacciati e spesso volgari.
Dopo un periodo abbastanza buio e tribolato, seguito alla caduta di Ludovico il Moro (1499) e alla presa del potere da parte dei francesi prima e in seguito degli spagnoli, nella seconda metà del Cinquecento il Carnevale riprese vigore, soprattutto per merito di un'accademia burlesca, detta "dei Facchini della val di Blenio ", costitui­ta dal pittore e poeta Gian Paolo Lomazzo, e animata da nobili e artisti che assumevano lafoggia dei popolani della val di Blenio, i quali erano soliti "calare" a Milano a cercar lavoro come facchini e brentatori. Gli accademici avevano mutuato dai bleniesi dialetto, abiti e comporta­menti, dando vita a manifestazioni grottesche e spassosis­sime, nettamente in contrasto con quelle delle accademie letterarie tradizionali. Nacque in tal modo la ':facchinata", elemento che da allora divenne insostituibile in ogni manifestazione carnevalesca. In seguito fece la sua comparsa una seconda accademia burlesca, sulla falsariga dell'Ac­cademia della val di Blenio: la Wagnifica Badia dei Facchini del Lago Maggiore".

 
Il balcone del "giurì" della sfilata dei carri in un Carnevale milanese agli inizi del secolo scorso

Nonostante ciò il "corso mascherato" a Milano non riuscì mai ad acquisire l'importanza e la grandiosità che assunse in altre città italiane, quali Roma, Firenze e Venezia. Ricordiamo, a tal proposito, che il "corso" nei primi tempi si svolgeva lungo la stretta contrada che dal Duomo conduceva alla Porta Ticinese. Solo in seguito fu scelta la corsia di Porta Romana, ragion per cui si dovette giocoforza allargare il vicolo che la congiungeva al centro della città, che si chiamò via Velasca, dal nome del governatore spagnolo dell'epoca, Giovanni Velasco.
Contro le intemperanze carnascialesche e il tradizionale “prolungamento"del Carnevale ambrosiano (che, comunque, in realtà, come ricorda Raffaele Bagnoli, "non è un allungamento arbitrario del Carnevale comune, bensì un'inalterata osservanza della durata originale di questo, onde non siamo noi milanesi che abbiamo allungato il Carnevale, bensì gli altri che lo hanno accorciato”) si scagliò con scarsi risultati ma fiero cipiglio il santo arcivescovo cardinale Carlo Borromeo, più e più volte, minacciando addirittura torture e morte.

In periodo spagnolo, nonostante la severità delle gride governative in proposito, le quali arrivavano ad impedire di mascherarsi, di ballare nelle strade, di portare armi e bastoni, nonché di dire parolacce, i "corsi" carnevaleschi erano teatro dei più suggestivi eccessi. Dai carri (i cosiddetti “barconi”) e dai balconi venivano lanciate tra la folla uova marce o ripiene di liquidi maleodoranti, ladri e malfattori mascherati terrorizzavano la popolazione, ovunque infuriavano violente scazzottate, nel corso delle quali non raramente ci scappava il morto.
Nel Settecento venne importato dalla Francia l'uso delle "maschere‑ritratto" che, eseguite da valenti pittori, riproducevano le fattezze di personaggi famosi e non; fino a che non vennero proibite, con ordinanza governativa del 12 marzo 1749, furono strumento di disordini, imprese truffaldine ed efferati delitti.

Intorno alla metà del XVIII secolo il pittore milanese Francesco Londonio fondò, ispirandosi all’Accademia dei Facchini della Val di Blenio", la "Compagnia dei Foghetti" ' congrega di artisti bontemponi che organizzavano il corso mascherato e varie sfilate per le vie cittadine, durante le quali veniva portato a spalle dai “Foghetti" una sorta di teatrino portatile, che attraverso un ingegnoso sistema e una lanterna magica, riusciva a creare vivaci figurazioni e suggestioni, suscitando l'entusiasmo degli spettatori: insomma, Milano nel Settecento aveva già il suo cinematografo.
Tra le altre compagnie e accademie che animarono i Carnevali milanesi del XVIII e XIX secolo, meritano un ricordo, di più non è purtroppo possibile, l' "Accademia degli Spensierati" e la celeberrima “Compagnia della Teppa" (il cui nome deriva dal luogo prescelto per i loro incontri notturni, uno spalto del castello ricoperto di muschio, in lingua milanese "teppa", da cui poi il termine, che ha valicato gli angusti confini cittadini, "teppista').
Tra gli elementi curiosi che caratterizzavano i Carnevali milanesi dell'Ottocento, ricordiamo i famosi "benis de gess", confetti di gesso e i coriandoli, che però in quei tempi erano esattamente ciò che era indicato dal loro nome, autentici semi di coriandolo, tuffati nel gesso e lasciati seccare. Tra gli oggetti che venivano lanciati dai "barconi” tra la folla, una menzione particolare, se non altro per la singolarità, meritano le monete, autentiche, di corso legale, ma... roventi! Si provi un po' ad immaginare la reazione dello sprovveduto che tentava di raccoglierle.

 
Mademoiselle Troupel Louzeaux, una Miss parigina ammiratissima al Carnevalone del 1905

Nel 1870 Milano, che aveva ormai acquistato grande fama per i suoi festosi "corsi" carnevaleschi, si gemellò con Torino. Meneghino fu accolto nel capoluogo pemontese da Gianduja e insieme guidarono un festosissimo corteo fino a palazzo Carignano. Gianduja venne poi a sua volta accolto con entusiasmo a Milano nel corso di un corteo chiamato "Gran Rabadan".
Sono gli anni della "Scapigliatura", che diede, con la follia dei suoi adepti, primo fra tutti Cletto Arrighi, un suo importante contributo per mantenere vive le tradizioni carnevalesche. E anche dei cosiddetti "veglioni", organizzati senza badare a spese dalle varie associazíoní (tra le quali una menzione particolare merita la "Società degli Artisti”) oltre che nelle loro sedi ufficiali anche nei teatri cittadini, Scala, Cannobiana, Carcano, ed in locande e sale popolari.
A Milano, sempre in tema di Carnevale, si deve un altro singolare primato: quello dell'invenzione dei coriandoli di carta, che finirono col sostituire i già citati coriandoli di gesso, i quali nel tempo avevano subìto varie trasformazioni fino a diventare, in taluni casi, pericolosi proiettili, tanto che i passanti, durante i corsi mascherati, erano costretti a munirsi di ombrelli per ripararsi dai lanci indiscriminanti: "i ombrell del Sabet Grass". L'invenzione dei coriandoli di carta viene per la precisione tuttora contesa da due personaggi: Enrico Mangili, che certamente fu il padre delle stelle filanti, ispirategli dai nastri di carta del telegrafo, e l'ing.Ettore Fonderi, mancato alla veneranda età di 104 anni nel 1967.
Verso la fine del secolo il Carnevale spostò il suo centro di attrazione a Porta Genova, dove si teneva una seguitissíma fiera, che divenne, e rimase per molti anni, il punto di arrivo del tradizionale corteo di Meneghíno e Cecca.


Sfilata dei carri durante il Carnevale del 1866 (Civica Raccolta delle Stampe Bertarelli)
La storia volge al termine. Giusto il tempo di ricordare, tra le tradizioni carnevalesche che anche in anni di crisi riuscirono a sopravvivere, il "veglione dei giornalisti, a cui arrise enorme fortuna specie nei primi anni del secolo; in particolare, nel 1909, ebbe uno strepitoso successo quello che fu chiamato profeticamente "veglion menabon".

venerdì 6 dicembre 2013

Sant'Ambrogio La leggenda del Santo Chiodo di Franco Fava e Carlo Bosetti





Pubblicato nel 1997 per le Edizioni Bernardo Stroppi di Abbiategrasso, questo opuscolo si fregia di un'agile sceneggiatura di Franco Fava, magistralmente illustrata dai disegni di Carlo Bosetti.
Una piacevole, quanto insolita, riproposizione di un episodio della vita di Sant'Ambrogio.






 





















venerdì 22 febbraio 2013

Franco Fava una breve biografia di Rolando di Bari e Roberto Bagnera




Franco Fava, scrittore, storico, giornalista, commediografo, regista teatrale, divulgatore e animatore culturale, ha riservato grande parte della sua esistenza professionale allo studio e alla divulgazione della storia e del folclore milanese.
Per decenni direttore editoriale della Libreria Milanese - Edizioni Meravigli e La Spiga, ha diretto anche la più prestigiosa delle riviste ambrosiane, la “Martinella di Milano”
Molte le pubblicazioni da lui dedicate alla metropoli lombarda; tra i tanti titoli ricordiamo Storia di Milano, I navigli del Milanese, Leggende e storie milanesi, Tradizioni e feste popolari milanesi, Milano gotica, longobarda, carolingia, Milano magica & fantastica

Si è anche dedicato alla cultura popolare lombarda in genere; da questo interesse sono nati molti altri testi, quali Antichi proverbi comaschi, Antichi proverbi bergamaschi, Bergamo a tavola, Motti e detti bresciani, Tutta la Brianza a tavola.
Numerosi sono, inoltre, i titoli di cui è coautore: con Francesco Ogliari ha firmato, tra gli altri, La Milano del pret de Ratanà, Milano e i Promessi sposi, I proverbi de Milán, A Milán se dis inscì, Milano storia di strade. Con Rolando Di Bari ha firmato Storia (e storie) di Milano; insieme con Di Bari e Ogliari ha curato una riedizione della Cronologia di Milano dalle origini al 1860, di Giuseppe Gargantini, arricchita con immagini e note.


Negli ultimi decenni grande attenzione ha riservato anche alla storia e alle tradizioni della sua terra natale: Vigevano, la Lomellina, la provincia di Pavia. Non meno numerose, in tale contesto, sono le pubblicazioni da lui firmate o cofirmate. Con Rolando Di Bari ha lavorato a Vigevano al lavoro, Vigevano in famiglia, Donne a Vigevano, Storia della provincia di Pavia, La provincia di Pavia comune per comune, Cronologia della provincia di Pavia dal 1859 a oggi e a molti altri titoli, tra i quali, per le Edizioni Selecta, i volumi della prestigiosa collana Pavia e la sua provincia. A Vigevano è stato anche fondatore e direttore delle riviste “Vigevano Mese” e “Tutto Vigevano“.
Sempre a Vigevano è stato pure ideatore, fondatore e curatore del Museo della vita quotidiana e della Grande Guerra – Le tracce di ieri, che dopo la scomparsa gli era stato intitolato.
Nel corso della sua lunga esperienza editoriale ha tenuto a battesimo l'esordio giornalistico della Fondazione milano Policroma, di Roberto Bagnera, Carlo Arrigo Pedretti e Susanna Federici che lo hanno aiutato a gestire una visione moderna della produzione editoriale dedicata a Milano.
L'ultima sua fatica editoriale è stato il libro Milano Magica e Fantastica, per la Meravigli Editrice, con una prefazione scritta da Roberto Bagnera che sembra voler fermare sulle righe del libro, in uno scatto fotografico senza tempo, tutta la verve, la seria e profonda umanità e il geniale eclettismo di un protagonista della cultura ambrosiana.


Nato nel 1946 a Vigevano, vi è morto l’11 maggio 2009.


sabato 15 dicembre 2012

Il Museo della vita quotidiana e della Grande Guerra “Franco Fava” a Vigevano di Bernardino de Vincenzi


Il Museo è il risultato dell’evoluzione del Progetto “Archivio della Memoria – Le Tracce di Ieri”, che nacque  nel 2004, allorché il Comune di Vigevano aveva scelto di attivare un progetto di valorizzazione della memoria storica della città e della sua vita sociale ed economica, favorendo un processo di riscoperta e rivalutazione delle antiche tradizioni dell’artigianato, dei vecchi mestieri, delle professioni, collegando però il tutto alla vita quotidiana, assunta in tutti i suoi aspetti e manifestazioni di rilievo nell’arco di un periodo tra la fine dell’Ottocento e gli ultimi decenni del Novecento. 
 Nella foto di Diana e Mario Grisoni l'ingresso di Palazzo Roncalli, sede del Museo Franco Fava.

 Furono scelte diverse iniziative incentrate sull’utilizzo prioritario delle immagini, coinvolgendo enti, associazioni e privati legati al territorio. Si previde una evoluzione del progetto nell’arco di cinque anni, partendo da una fase di pubblicazioni per poi arrivare a creare strutture espositive o museali stabili, da collegarsi a manifestazioni di alto livello culturale da istituire in cicli ordinati e periodici.
            Il percorso iniziò con diverse manifestazioni parziali e si concretizzò ulteriormente con la realizzazione del volume “Vigevano al lavoro – inventario della memoria”. Si volle produrre una testimonianza concreta e duratura del valore delle immagini nella coscienza e nella conoscenza dei vigevanesi, e nulla meglio di un libro avrebbe potito servire a tale scopo.

            La scelta del tema  “lavoro” fu dettata da una duplice considerazione: il lavoro come attività fondamentale del progresso umano e della crescita civile ed economica della società, e il rapporto che inevitabilmente finisce per connettere il lavoro a tutte le altre attività umane.
            Il libro prendeva spunto dalla plurisecolare laboriosità dei vigevanesi e cercava di raccontarne la storia in modo agile e godibile, privilegiando l’immagine rispetto al testo. Ovvio che “raccontare” per immagini non può prescindere dalla fotografia, che si colloca in modo utilizzabile principalmente a partire dalla fine del secolo XIX. Il libro quindi iniziava con una breve premessa storica generale sul lavoro e il suo ruolo nella cultura e nella società umana dai suoi albori sino ai nostri giorni, con un accenno a parte anche al lavoro e alle peculiari attività di Vigevano nella sua plurisecolare storia, per poi proporre un vasto archivio di fotografie, raccolte in mesi di ricerca in archivi pubblici e privati. La sezione fotografica fu articolata per categorie e sottocategorie, con brevissime introduzioni per ognuna. Si andava dalle casalinghe agli operai, dai contadini agli ambulanti, dai “colletti bianchi” agli insegnanti. Le immagini avevano datazione varia, principalmente si collocavano tra la fine del 1800 e il primo dopoguerra, ma non mancavano fotografie più recenti.
            L’Amministrazione Comunale delegò l’assessorato alle Attività produttive alla gestione dell’iniziativa, e  in questa fase si rese più ancora incisiva la partecipazione di Franco Fava, che era stato uno dei maggiori ideatori dell’intero progetto e il suo maggior fautore.
            Franvo Fava produsse e realizzò, per conto dell’Amministrazione, grazie a uno staff di esperti collaboratori,  il pregevole volume “Vigevano al Lavoro”, posto in vendita a un prezzo notevolmente inferiore al valore di mercato, al fine di favorirne nel modo più ampio possibile la diffusione: il successo fu clamoroso e il libro divenne il volume più acquistato in Vigevano per molti mesi, raggiungendo il record di vendite di 1.550 copie in pochi mesi.
            Tuttavia  la sua realizzazione non era stata concepita come una operazione commerciale, ma come un primo passo editoriale per la diffusione e la valorizzazione della memoria storica della città.
            Il passo successivo fu la pubblicazione di un secondo volume, di pari pregio e formato, questa volta dedicato alle memorie private dei vigevanesi, che infatti fu intitolato “Vigevano in Famiglia”, pubblicato a dicembre del 2005. 



Con esso si volle affiancare alla riscoperta del lavoro nelle sue più antiche accezioni e consuetudini cittadine, la rivalutazione e la conoscenza della vita quotidiana della città e del suo territorio, intesa come valore fondante dell’evoluzione sociale e civile della collettività. Parallelamente alla pubblicazione del libro si allestì una mostra temporanea nelle scuderie del Castello Sforzesco, dedicata alla vita quotidiana, agli oggetti d’uso e di lavoro, agli strumenti, ai giocattoli, ai libri ed alle riviste e giornali, agli oggetti curiosi, agli oggetti decorativi e a tutto quanto insomma circondava la giornata tipica, ma anche a quella diversa, di un vigevanese e di ogni altro italiano tra il 1880 e il 1975. La mostra fu organizzata e realizzata grazie all’attiva partecipazione di Rolando Di Bari, da molti anni stretto collaboratore di Franco Fava, già principale autore dei due libri citati, nonché proprietario di gran parte del materiale esposto.
            Anche il secondo libro ebbe un notevole successo di vendite e di critica e, parimenti, la mostra temporanea ebbe un successo ben al di là delle più rosee previsioni, venendo visitata da oltre diciottomila persone nell’arco di soli quarantacinque giorni. Anche la RAI effettuò un ampio servizio sulla mostra, diffuso sul TG regionale e sulla rubrica culturale settimanale di RAI2.


            Il grande successo della mostra incoraggiò la volontà di renderla permanente e, dietro le pressanti insistenze e incoraggiamenti di Franco Fava e dello stesso Rolando Di Bari, grazie ad un notevole sforzo economico, si previde una nuova, più completa e ampia sua collocazione nei prestigiosi spazi reperibili presso il Palazzo Roncalli, sede dell’omonima fondazione.
            Nella seconda metà del 2006 la mostra permanente fu aperta e fu denominata “Museo della Vita Quotidiana”. Riscosse  immediatamente un enorme successo di pubblico tanto che, nonostante la struttura fosse aperta solo al venerdì pomeriggio e nelle intere giornate del sabato e della domenica, il numero di visitatori salì a oltre mille unità di media a settimana, con punte sino a mille e ottocento in particolari occasioni.
            Fu naturale e consequenziale affidare a Franco Fava l’incarico di curatore della mostra, sia per la sua grande competenza, sia per l’amore e la passione che aveva profuso nella creazione di questo originalissimo “archivio della memoria”.
            Il passo successivo fu l’apertura di una speciale sezione del Museo dedicata alla Grande Guerra, considerando la tragedia bellica come un doloroso evento della vita quotidiana di milioni di italiani nel periodo 1915-1918, proprio in considerazione della peculiarità della Prima guerra mondiale che aveva visto la guerra di trincea divenire diffusa e comune a tutte le nazioni belligeranti.
            La nuova sezione fu allestita con l’acquisizione in prestito permanente dell’intera collezione di un cittadino vigevanese, Daniele Porta Fusero, grande esperto e ricercatore diretto di reperti sui campi che furono teatro del primo conflitto mondiale. La collezione privata fu concessa in prestito permanente gratuito dal Porta Fusero al Comune di Vigevano, in memoria del proprio genitore, Cipriano Porta Fusero, deceduto nel 2005. Naturalmente l’incarico di curatore della sezione fu affidato allo stesso Daniele Porta Fusero, proprietario e creatore della collezione. 

            Va sottolineato che il materiale esposto non ha nulla da temere al confronto, sia per qualità che quantità, con numerosi musei specialistici sulla Grande Guerra nazionali: si tratta di oltre quaranta manichini con divise complete di quasi tutte le nazioni belligeranti (alcune molto rare), più una collezione di ben oltre cinquemila oggetti comprendenti armi, proiettili, bombe a mano, mazze ferrate, baionette, caricatori, buffetterie, pacchetti di medicazione, manuali, bottiglie, scatolette di alimenti, berretti, attrezzi, filo spinato, manuali, schegge di granate e granate intere, documenti, fotografie, giornali e pubblicazioni, lettere, medaglie, zaini, borracce, gavette e ogni altro oggetto del periodo . La sezione, aperta nel dicembre del 2007, ha prodotto un incremento dei visitatori di oltre il 35%, con punte di visitatori che si aggirano sui 2.400 al giorno e, fatto non secondario, a poche settimane dalla sua apertura ha portato il Museo della Vita Quotidiana e della Grande Guerra (come è stato successivamente ribattezzato) in primo piano nel panorama turistico e culturale vigevanese, lomellino e lombardo: non a caso la struttura museale nel suo complesso risulta essere unica per tipologia a livello europeo. I più qualificati siti internet e numerose riviste specialistiche nazionali hanno dedicato link e articoli alla struttura vigevanese. 

            L'autorevolissima rivista "Uniformi & Armi", una delle più prestigiose a livello europeo in materia, nel suo numero di settembre 2008 nell'editoriale del direttore, riporta questa frase:
"....a Vigevano veniva inaugurato un bellissimo museo dedicato alla Grande Guerra ...(omissis)... che ha messo assieme negli anni una raccolta senza eguali in Italia - riteniamo noi - per completezza uniformologica, ampiezza di documentazione e oggettistica, serietà nella catalogazione".
            Un link completo del museo è anche presente sul prestigioso e conosciutissimo sito specializzato Cimeetrincee.
            Nel 2009 la struttura è stata ulteriormente ampliata con ulteriori spazi dedicati al territorio lomellino e all’agricoltura. Tale nuova sezione, intitolata “Il canto della Terra”, è dedicata soprattutto alle scuole, di ogni ordine e grado,allo scopo di far conoscere ai giovani la vita rurale, nell’ottica di una riscoperta del mondo rurale anche come opportunità di lavoro.
            Nel gennaio 2010 il Museo, e in particolare la sezione “Il canto della Terra”, è stato oggetto di un efficace servizio della RAI, mandato in onda sia all’interno della rubrica del TG2 “Sì Viaggiare” sia in altri contesti.
            Un ampio videoservizio sul Museo, qui illustrato in ogni sua parte, è stato realizzato dalla neonata TelePavia, che lo ha mandato in onda più volte sul suo canale digitale.
            Il Museo della vita quotidiana e della Grande Guerra “Franco Fava”, noto anche con il precedente titolo di “Le tracce di ieri”, fornito di un’ampia biblioteca tematica, di sala video e di book shop, è accessibile in ogni sua parte anche ai diversamente abili.

            La storia di questo fiore all’occhiello della cultura vigevanese (e non solo) si è tristemente conclusa nel 2010, allorché la nuova giunta leghista, eletta a marzo, ne ha decretato, per una bassa ragione di vendette personali e politiche, la chiusura e lo smantellamento.
            Il Museo è stato dunque obbligatoriamente distrutto. Le sue porte si sono chiuse definitivamente l’8 dicembre 2010.
            Encomiabilmente, però, i curatori e i collaboratori hanno provveduto a riunire e conservare in luoghi sicuri tutto il patrimonio materiale del Museo, in attesa che qualche fatto nuovo possa condurre a una sua ricostruzione. Come loro stessi amano affermare, “il Museo non è affatto morto e sopravvive a dispetto di coloro che ne hanno voluto la chiusura; manca soltanto di una sede consona”.
            Chiunque fosse interessato ad approfondire la storia e la situazione attuale, e ad avere notizie e aggiornamenti, può consultare il sito www.museofrancofava.it e contattare il profilo Facebook Le Tracce di ieri.

venerdì 11 maggio 2012

Ciao Amico Amatissimo, ricordando Franco Fava di Roberto Bagnera




Una scrivania decisamente ingombra di ogni forma di letterature e scritto, fogli volanti e postit, erano i primi mesi del 1988. Da tutte quelle carte un signore imponente, dall'occhialino professorale appoggiato sulla punta del naso, svettava e giganteggiava sull'ambiente circostante in quell'open sapce caotico che era il suo ufficio a Milano, in via Plezzo, allora sede della redazione della storica Rivista "la Martinella di Milano".

E' la prima immagine che ho di Franco e, paradossalmente coincide con l'ultima, nell'ufficio di Punto e Virgola a Vigevano in viale dei Mille.

Per me Franco Fava era già un mito: avevo costruito la mia fame di Milano divorando i suoi libri e su questa spinta ideai la Fondazione Milano Policroma, che gioia quando nel 2010 ricevemmo l' Ambrogino d'oro che io personalmente dedico a lui, in quel lontano 1988 mi recai a conoscre quel gigante di Milanesità per proporre una collaborazione alla rivista ed essa ebbe inizio con il numero di Maggio di quello stasso anno.



Quella prima collaborazione sarebbe poi proseguita nel tempo ed ho avuto modo di partecipare ad altre iniziative di Franco fra le quali TuttoVigevano fino ad arrivare a quello che era un po' un sogno segreto: scrivere la presentazione di un suo libro, Milano Magica e Fantastica di Meravigli Editore.



Era, Franco, un uomo ingenuamente colto, innamorato del sapere ma mai cattedratico, avido di conoscenza ma mai presuntuoso, sapeva fare del vivere quotidiano esperienza letteraria e viva, giungendo sul finire del suo tempo terreno a concretizzare l'avventura del Museo della vita quotidiana a Vigevano, che gli fu poi intitolato per quel breve lasso di tempo prima di esser chiuso a causa della solita miopia politica.  


Qui sotto due immagini del fu Museo di via Roncalli: la seconda è espressamente dedicata a "Coloro i Quali" ne vollero la chiusura.

 
Oggi ricorre il terzo anniversario della scomparsa di Franco, autore, regista, impresario, imprenditore, editore, giornalista ma soprattutto uomo indimenticabile e impagabile e non potevo che interrompere il silenzio preparatorio di questo Blog dedicato a Milano, e per questo anche a lui, che è ancora in fase sperimentale, per dedicare una sentita rievocazione all'amico andato ma non perduto. Lascio l'ultima immagine ad un ritratto che mi piace molto realizzato dalla signora Cristina Bocca Corsico Piccolini: c'è tutto il Fava che abbiamo amato.
Ciao Amico Amatissimo

lunedì 7 novembre 2011

“Dove si trova la gran città di Milano?” “Sulla strada di Madrid Senor! Franco Fava

Milano, decaduta nel corso del XVI secolo al rango di semplice capoluogo di una delle tante province spagnole, lasciata in balia di governatori autoritari e dispotici. autentici tiranni incuranti delle "Nuove costituzioni" e degli "Ordini di Worms" che fissavano i limiti entro i quali avrebbero dovuto agire, i quali non lasciarono nello stato e nella città alcuna ricordanza dí sé, se non per le ridondanti “kride" emanate a getto continuo su tutte le attività di pubblico interesse, e pergli assillanti aumenti di imposte, che colpivano in modo particolare il popolo minuto e la borghesia, le uniche classi produttive della società, conobbe uno dei periodi più tristi della sua storia.

L'industria della lana, uno dei fulcri dell'economia ambrosiana, venne quasi completamente distrutta, grazie alle tasse esorbitanti di cui venne gravata: i 70 lanifici che ancora sopravvivevano alla fine del XVI secolo si ridussero a 15 nel 1640, a 5 nel 1682. Identica contrazione subirono altre industrie, fiorenti nel periodo sforzesco, quali quella della seta, delle maioliche, della tintoria, ecc.

I dazi andavano di pari passo con le tasse: la regola generale era un protezionismo esasperato che, in teoria, avrebbe dovuto valorizzare l'industria e l'artigianato locali, ma in effetti risultò la causa prima, o almeno tra le prime, del dissesto economico e del quasi totale allontanamento dal Milanese di ogni commercio di transito.

La proprietà terriera era quasi totalmente nelle mani del clero e della nobiltà, in minima parte della borghesia. L'aggravio fiscale per le proprietà non privilegiate (cioè non in mano a enti, nobili e clero) era talmente pesante che quasi tutto il reddito finiva con l'essere assorbito dalle imposte. Perciò il piccolo proprietario era costretto a vendere, contribuendo in tal modo a gonfiare incredibilmente i possessi fondiari delle famiglie nobili, degli ecclesiastici e dei luoghi pii.
Dal canto loro, i produttori di merci lussuose, orefici, ricamatori, profumieri, musicisti, architetti e pittori si costruirono enormi fortune facendo leva su quelli che erano gli ideali della classe dirigente: condurre una vita sfarzosa, investendo enormi capitali nel perfezionamento della propria immagine pubblica. Accanto a costoro si impose un nuovo ceto di avventurieri senza scrupoli, che arrivarono ad accumulare favolose ricchezze: splendenti ed effimere meteore che il più delle volte venivano travolte dalla bancarotta e lasciavano dietro di sé i segni di un'ambizione smodata (volendo in ciò gareggiare con i nobili), colossali opere edilizie, spesso non finite, o finite da altri dopo la loro oscura scomparsa. Valga per tutti l'esempio di quel Tommaso Marino genovese che, trasferitosi a Milano nel 1532, si arricchì come appaltatore di dazi e gabelle e prestando al governo spagnolo enormi somme per il finanziamento degli eserciti, sulle quali esigeva interessi ad usura.
A lui si deve la costruzione di quello che ancor oggi viene chiamato “Palazzo Marino”, attuale sede del municipio di Milano. Tommaso Marino morì, quasi centenario, dopo essere miseramente fallito, e il grandioso palazzo non fu ultimato: la fronte verso piazza della Scala (che originariamente doveva essere la parte sinistra del palazzo, mentre la fronte principale dava sull'attuale via Marino) fu completata solo nel 1890, ad opera dell'architetto Luca Beltrami. Il palazzo crebbe, si narra, sotto il peso di una maledizione, lanciatagli da un misterioso profeta, mentre fervevano i lavori di costruzione: «Congeries lapidum, multis constructa rapinis, aut uret, aut ruet, aut alter raptor rapiet» (questa congerie di pietre, innalzata con il frutto di tante rapine, o brucerà, o andrà in rovina, o sarà rubata da un altro ladrone).

La società era  così  dominata dal ceto egemone dei nobili, comprendente sia i nobili di origine feudale, sia la nobiltà di  origine  cittadina, la  quale   poteva vantare la residenza in città fin da epoche remote, e una nobiltà più recente, creata dai Visconti e dagli Sforza con la concessione di feudi a sudditi di provata fedeltà.
All'interno della classe dei nobili andò vieppiù distinguendosi una sorta di "nobiltà maggiore", o “patriziato”, che aveva diritto a ricoprire importanti cariche pubbliche, e a cui tutti naturalmente tendevano, tentando di dimostrare la superiorità della propria origine. In proposito un responso del collegio dei Giureconsulti precisava: «Quelli soltanto si debbono ritenere patrizii, i quali traggono origine da una famiglia antica o di antica nobiltà... e inoltre se i suoi membri si sono astenutì dalla mercatura, dagli affari e da lucri sordidi di qualsiasi genere sia procurati direttamente sia per il tramite di gestori, quei lucri soltanto sono ammessi per cui si costituisce il patrimonio famigliare con atti e cose dalle quali esula ogni immoralità».

Insieme con la smodata ambizione per i titoli nobiliari, si sviluppò la morbosa passione per le genealogie: ogni grande famiglia ambiva fregiarsi di un passato illustre e di antenati famosi e, se questi non c'erano, poco male, c'era sempre la possibilità di costruirseli su misura.Si sviluppo così tutta un'industria sotterranea di falsificazioni genealogiche, che faceva affari d'oro. Si giunse così a dimostrare la discendenza dei Visconti da Desiderio, re dei longobardi (ma esiste anche una pergamena che fa risalire la genealogia di tale famiglia fino ad Adamo, dato che oltre non era concesso andare).

La boria spagnolesca, entrata in Milano quasi di soppiatto, dapprima derisa, in seguito sopportata con sufficienza, finì col contagiare irrimediabilmente le famiglie nobili ambrosiane, le quali facevano a gara nell'ostentare il fasto e il lusso più pacchiani. Le feste erano le occasioni più propizie per ostentare tutto il bagaglio dipessimo gusto e vanagloria: si allestivano cortei interminabili, ci si addobbava con monumentali assurdi costumi e si improvvisavano ridicole carnevalate condite da tornei di scherma, lotta e ballo. La carrozza era uno degli "status symbol" del successo nei giorni di festa il popolo, ghiotto di forti emozioni si assiepava lungo il corso che dal Castello portava in Duomo ad ammirare la sfilata di carrozze delle nobili famiglie che si recavano in pompa magna alla messa. In breve tempo Milano arrivò a detenere il record mondiale delle carrozze (coupé, spider, berline) in circolazione. Nel 1666 vi circolavano 115 carrozze a sei cavalli (le Rolls Royce dell'epoca), 437 a quattro cavalli, 1634 a due cavalli.

Ma il pezzo forte della vita di società era costituito dal litigio: ogni occasione era buona per comporre una bella controversia da affidare nelle mani dell'azzeccagarbugli di fiducia. La causa principale dei litigi era la “Precedenza", tipico prodotto di importazione spagnolesca: chi era meno importante, o meno nobile, doveva cedere umilmente il passo a chi era più importante, o più nobile, nelle cerimonie pubbliche, nelle funzioni religiose, doveva sedersi o camminare in posizione arretrata, e via di questo passo; questioni fanciullesche, spesso di difficile, se non impossibile soluzione, che si trascinavano per anni, se non per generazioni.

La violenza finì col sostituire sempre più frequentemente il diritto, chi sapeva e poteva farne uso otteneva deferenza e rispetto. Ogni offesa, anche la più banale, doveva essere vendicata a fil di spada. Naturalmente i best seller librari dell'epoca erano ponderosi e grotteschi manuali di cavalleria, che enumeravano tutti i casi in cui era d'uopo incrociare le spade e le modalità di svolgimento dei duelli.

Con l'andar del tempo il culto della violenza che aveva contagiato i giovani rampolli dell'aristocrazia finì col trovare il suo naturale sfogo nell'ambito di un'istituzione che proprio della violenza aveva fatto il suo credo: l'esercito. I cadetti si arruolavano, assetati di sangue e di gloria e, se molto ricchi, arrivavano ad armare essi stessi piccoli agguerriti eserciti. Le femmine nobili erano invece spesso rinchiuse a fare le monache in conventi (di cui Milano possedeva un invidiabile campionario) che frequentemente erano scuola di superficialità e di immoralità. Come non ricordare la tristemente famosa "monaca di Monza“, Marianna de Leyva, che, nata nel 1575 a palazzo Marino, fu a soli 11 anni rinchiusa nel convento delle Benedettine di S. Margherita?
In convento suor Virginia ebbe due figli, uno dei quali nacque morto, dall'amante Giampaolo Osio, il quale uccise anche una conversa che aveva scoperto la tresca.
I nobili si circondavano di servitori armati, "bravi" (da "bravos", coraggiosi), il cui compito era di esercitare la violenza per conto terzi. Il popolo, in balia delle loro angherie, si lamentava presso le autorità, i governatoti rispondevano con inascoltate gride, che finivano con l'ammuffire negli archivi degli avvocati. D'altra parte spesso erano gli stessi governatori a dare il "buon esempio".avendo un malaugurato giorno una carrozza della marchesa Novati urtato una carrozza di corte, il governatore, il terribile duca d'Ossuna d'infausta memoria, furente di sdegno, fece devastare per un mese di fila dai suoi bravi le terre della marchesa, fino a che questa non si decise a placare l'ira funesta dell'offeso con un'adeguata "offerta" in monete d'oro.

La polizia, mal organizzata e spesso corrotta, generalmente faceva molto fumo ma combinava ben poco per mantenere l'ordine pubblico. Imperversavano in campagna e in città numerose bande organizzate di briganti, che terrorizzavano contadini e viandanti. Essendo dunque le strade quasi totalmente abbandonate nelle mani dei briganti, e latitando la polizia, si autorizzavano interi villaggi ad armarsi e tener sentinelle sui campanili delle chiese. Si arrivò a concedere a tutti gli abitanti di un'intera provincia di armarsi con spingarde e tromboniper respingere gli assalti dei banditi, autentici assedi.
Le pene previste per i criminali erano severissime e venivano eseguite pubblicamente, in piazza della Vetra: arrotamento, squartamento, roghi, impiccagioni erano ghiotti spettacoli per un popolo abituato a convivere con la violenza, corazzato contro la sofferenza ed educato al gusto del macabro e della morte.

Di pari passo con la delinquenza dilagava il “pauperismo", causato dalla endemica mancanza di posti di lavoro: fini col formarsi in tutta la Lombardia una vera e propria classe di disoccupati vagabondi i più intraprendenti dei quali si davano al piccolo brigantaggio e allo “sfroso" ("sfrosatore" era chi commerciava senza autorizzazione in merci vincolate da monopolio, come sale, farina, pane e formaggio, e chi introduceva merci in città eludendo il dazio, chi esportava o importava generi proibiti e introduceva nello stato monete false); gli altri la maggioranza, si dedicavano alla mendicità.

Di tanto in tanto i vagabondi venivano radunati dalle autorità comunali in grandi locali ("recontrados”) e le congregazioni religiose di carità si davano un gran daffare con elemosine e beneficenza per acquistare meriti e riuscendo in pratica ad accontentare solo una parte minima di bisognosi, ma incoraggiando pericolosamente il fatalismo e la rassegnazione.
Di partecipazione politica, ad ogni livello, non è neppure il caso di parlare; ilpopolo si disinteressava di avvenimenti dai quali non era personalmente toccato, e dal momento che Milano viveva solo di riflesso le vicende militari e politiche della Spagna, l'indifferenza, il qualunquismo, il disimpegno erano gli atteggiamenti mentali più diffusi. Tutta la politica cittadina si riduceva a plateali, ridicole ma sanguinose, scaramucce tra fautori della Spagna e fautori della Francia (i cosiddetti "navarrini”).
La Spagna aveva conquistato uno stato ancor florido economicamente per le sue attività industriali e mercantili e per l'agricoltura all'avanguardia grazie aipreziosi lavori di canalizzazione compiuti dall'età comunale a quella sforzesca; in meno di duecento anni lo trasformò in una larva pietosa, retta da una classe egemone di redditieri privilegiati che gravava sulla popolazione delle campagne con impossibili pesi fiscali. Al termine della dominazione spagnola Milano rimaneva una città discretamente popolata (130.000 abitanti, nonostante fosse stata due volte decimata dalla pestilenza), la cui popolazione non aveva però più alcun senso dell'indipendenza; si concedeva l'unico lusso del disprezzo nei confronti dei soldati stranieri e della diffidenza nei confronti della polizia e degli esattori delle tasse, gli unici reali nemici contro i quali ingaggiare la quotidiana lotta per salvare il salvabile.
(2001 Annuario della Fondazione Milano Policroma)