Visualizzazione post con etichetta Martinitt. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Martinitt. Mostra tutti i post

giovedì 19 febbraio 2026

Laciaditt di Carnevale di Roberto Bagnera

 

Un invitante piatto di portata con caldi e profumati Laciaditt. Foto di Massimiliano Magni

Milano International, futuro, progresso, multiculturalismo, a Milano ogni cosa puoi, anche in campo gastronomico, regioni e nazioni hanno la loro rappresentanza nel fantasmagorico tavolo da pranzo virtuale meneghino, troppo spesso dimenticandosi che questa città ha una lunga e storica tradizione in cucina che non si limita alla triade risotto-cotoletta-ossobuco ma nasconde una miniera di preziose, gustose e meravigliose chicche.

Una cucina nata povera nei secoli in cui il Milanon di oggi era Milanin e dipendeva dai frutti della terra e dalla laboriosità contadina delle proprie terre, ancora oggi di quel mondo v'è traccia nelle "resistenti" cascine e nelle residue loro architetture che è ancor possibile trovare nei quartieri cittadini. Tradizioni contadine espresse in cibi e ricette che dovevano fare i conti con una diffusa povertà e con i pochi ingredienti a disposizione che questa situazione comportava: ecco che col poco si crea il sontuoso, latte, farina e uova ed il capolavoro è servito.

Anche nel campo dei dolci con poco si crea golosità e quei 3 succitati ingredienti si mescolano in un capolavoro inimitabile di gusto: i Laciaditt di Carnevale.

Il loro nome deriva da "lacc" cioè latte, l'ingrediente principale di una preparazione tradizionale che da esso derivava il nome: la Lacciada.

Mescolando gli ingredienti con generosa lena di cucchiaio si creava una pastella che veniva versata nello strutto bollente ottenendo una sorta di frittata che con l'aggiunta di zucchero si sublimava in una dolce tentazione.


L'antica e tradizionale Lacciada. Foto dal sito Pianuradascoprire

Una considerazione, sicuramente tutta mia, sorge dal notare che gli ingredienti di questa storica ricetta milanese sono gli stessi dei pancake americani che oggi tanto piacciono in città, a parte l'aggiunta di lievito per questi ultimi, perchè dunque le nostre pasticcerie storiche non si esibiscono nel rilancio di questa preparazione identitaria?, un auspicio ed un suggerimento che, lo so, rimarranno inascoltata voce nel deserto, ma tant'è...

A Carnevale poi, si sa, almeno una volta bisogna insanire ed allora ecco comparire la genial trovata di aggiungere un altro ingrediente dalla povera dispensa: la mela.

Così strappando piccoli pezzi dall'impasto della lacciada si creano dei "laciadin" si farciscono con un pezzetto di mela e si gettano uno ad uno nello strutto bollente ... un laciadin, poi un altro, un altro ancora, 4, 5, 6 laciaditt (che è il plurale di laciadin in lingua milanese), ogni tanto qualcuno anzichè nel piatto salta in bocca, una volta finito di friggere si cospargono di zucchero i laciaditt in bella mostra sul piatto pronti per esser gustati, una golosità da...

Foto dal blog Tuorlo Rosso


... Leccarsi i baffi, ebbene sì anche da leccarsi le dita ma guai a chiamarli leccadita non è il loro nome è un'invenzione di alcune testate internet mainstream che nella loro ignoranza manifesta non hanno esitato ad inventarsi un...

Milanese bis grossus qui fecit tremare pilastros

e quel che è peggio è che tale errata traduzione viene raccolta e tramandata pure dall'Imbecillità Artificiale che si dimostra per l'ennesima volta fallace e perniciosa.

Dunque ecco un esempio : il nome ha a che fare con la sua caratteristica di attaccarsi alle dita quindi dal verbo milanese Lacia', attaccare, e ditt, cioè dita, sicchè "leccadita".

Il mio retroterra culturale è di impronta linguistica ma non amo salire in cattedra senza motivo e così presi alla mano i vari storici vocabolari, non senza essermi prima confrontato con il sempre disponibile ed autorevole amico, Gianfranco Gandini, Presidente dell'Accademia del Dialetto Milanese, ecco il risultato dell'indagine: il verbo Lacià non appare, mentre il dito si dice "did" al plurale "did" e non ditt il finale in "itt" si usa per quei termini di ordine diminutivo che finiscono in "in" come:

Scigollin, scigollitt

Pessin, pessitt

Porscellin, porscellitt

Martinin, Martinitt

e ovviamente Laciadin, Laciaditt

Una divagazione di carattere linguistico che ritengo necessaria, perchè oggi su internet si incappa in una quantità abnorme di scritti e notizie campate in aria, inventate e/o addomesticate e poi riprese senza ratio alcuna da un'altrettanta miriade di scriventi copiatori che senza ritegno finiscono per divulgare falsità, non si rendono conto che c'è una responsabilità deontologica nell'atto del comunicare.


I Laciaditt con la mela a rondelle anzichè a cubetti. Foto dal sito Sfizioso.it

Specificando che la mela può anche essere tagliata a rondelle oltre che a cubetti ecco una ricetta indicativa:

Ingredienti per 4/6 persone

250 g di farina bianca, 3 mele renette, 1 uovo, 300 ml di latte, 300 ml di acqua, un pizzico di sale.
Olio di semi per friggere.
Zucchero al velo per spolverizzare

Preparazione

1. Sbucciate le mele privandole del torsolo e affettatele sottilissime o tagliatele a cubetti.
2. Setacciate la farina e riponete in una terrina, aggiungete un pizzico di sale e l’uovo intero. Versate e aggiungete il latte e l’acqua.
3. Mescolate tutti gli ingredienti per ottenere una pastella piuttosto liquida.
Lavorate con un cucchiaio così da far sciogliere gli eventuali grumi di farina.
4. Aggiungete le mele alla pastella e lasciate riposare per circa 1 ora in un luogo tiepido (non mettete in frigorifero).
5. Scaldate in pentola l’olio di semi per friggere (io utilizzo olio di semi di arachidi).
Quando l’olio è bollente, friggete le frittelle versando le cucchiaiate e lasciandole dorare da un lato e dall’altro.
6. Scolate le frittelle e adagiatele su carta assorbente.

Lacciada e Laciaditt, una sorta di frittata ed una versione milanese degli altrettanto classici tortelli, mi sovviene qual finale di questo elzeviro un ardito accostamento Frittada e Tortei, protagonisti in una canzone scritta nel 1936 da un certo Tata Giacobetti (del Quartetto Cetra) e da un certo Gorni Kramer:

Crapa Pelada l'ha fà i turtei, ghe ne dà minga ai sò fradei.
Oh! Oh! Oh! Oh!
I sò fradei fann la fritada, ghe ne dann minga a Crapa Pelada.
Oh! Oh! Oh! Oh! Oh!

Crapa Pelada l'ha fà i turtei, ghe ne dà minga ai sò fradei.
I sò fradei fann la fritada, ghe ne dann minga a Crapa Pelada.

Crapa Pelada l'ha fà i turtei, ghe ne dà minga ai sò fradei.
Oh! Oh! Oh! Oh! Oh!



mercoledì 19 marzo 2025

I Martinitt celebrano le Cinque Giornate di Renato Marelli





Una cerimonia che con orgoglio i Martinitt rinnovano ogni anno, in questo 2025 poichè il monumento delle 5 giornate di Milano è inagibile la cerimonia si tiene presso la "Loggia dei Mercanti" dove il suono a martello di una campana diede inizio alla rivolta contro gli austriaci.


Le rievocazioni delle 5 Giornate di Milano negli anni 60
Ricordi di Renato Marelli

Tutti gli anni in occasione della ricorrenza delle 5 giornate di Milano (18-22 marzo 1848 dove i Martinitt ebbero un ruolo di rilievo come portaordini tra i capi della rivolta e i combattenti sulle barricate). Ci portavano in piazza 5 giornate davanti al monumento omonimo, per poi sfilare in corteo fino alla vicina chiesa di S. Pietro in Gessate per partecipare alla santa messa.
Ricordo i lunghi preparativi nelle giornate che precedevano l’evento. Almeno 8 giorni prima, tutti i pomeriggi c’era l’addestramento alla marcia a volte partecipava anche la banda musicale. Tutte le compagnie con il proprio Istitutore nel grande cortile a marciare avanti e indietro per cercare di coordinarci in un unico movimento bello anche da vedersi. Io in questa occasione mi esaltavo e partecipavo con entusiasmo. Uno o due giorni prima, si andava tutti in guardaroba a provare e ritirare i guanti bianchi, che creavano un bell’effetto in contrasto con il nero della divisa. Si vedevano queste mani bianche che oscillavano al tempo tutte assieme durante la marcia. Alla manifestazione partecipava tutto il collegio, circa 400 ragazzi, erano esenti solo i più grandi che andavano a lavorare. Subito dopo pranzo c’era una breve ricreazione e poi tutti nelle camerate a cambiarsi per indossare la divisa classica nera con banda rossa e berretto con visiera. Una bella spazzolata con lucido agli scarponcini e poi rivista dell’Istitutore per vedere se eravamo in ordine. A volte l’Istitutore si trasformava in sarto ricucendo il bottone argentato che si staccava o il distintivo sul berretto. Poi giù tutti in cortile compagnia per compagnia davanti al piazzale dell’alza bandiera. Fuori, davanti al collegio ci aspettavano ben 8 pullman per portaci alla manifestazione, l’eccitazione nostra saliva in contemporanea al nervosismo degli Istitutori. I pullman si mettevano in marcia tra la curiosità dei passanti, forse eravamo anche scortati dai vigili urbani. Giunti sul posto scendevamo dai pullman e Il Direttore dava disposizione su come inquadrarci nella piazza. Da un lato la banda, con l’alfiere in testa che portava il tricolore storico e dietro due portatori della corona di alloro.

Deposizione della corona sul monumento delle 5 giornate di Milano.

Deposizione della corona sul monumento delle 5 giornate di Milano.


Solitamente alla manifestazione c’era anche qualche scolaresca esterna per vedere la sfilata. A noi questo faceva piacere e ci inorgogliva perché sembrava che i nostri coetanei esterni ci guardassero con invidia. Una massa omogenea di 400 ragazzi in divisa che per un giorno erano i protagonisti della città. Era un effetto grandioso. Dopo l’inno della banda, la deposizione di una corona di alloro portata dai più grandi e i discorsi ufficiali delle autorità Meneghine con il sindaco Pietro Bucalossi in fascia tricolore. Poi ci disponevamo in ordine di Parata in fila per due iniziando dai più piccoli. Al suono della nostra banda iniziavamo a marciare verso la chiesa, una lunga fila interminabile con il traffico bloccato per l’occasione e la moltitudine di persone ai lati del corso. Io sbirciavo i miei coetanei esterni e tra me dicevo “Io sono un Martinin, Noi abbiamo fatto le cinque giornate” mi raddrizzavo e orgoglioso di far parte di questa famiglia marciavo impettito facendo oscillare bene le mani guantate. Nella mia fantasia mi immaginavo di vedere facce invidiose per il privilegio e la fortuna che avevo di essere Martinitt e indossare la divisa con berretto. Finita la funzione religiosa, fuori ci aspettavano i pullman per il ritorno in collegio, gli Istitutori erano più rilassati, tutto era filato liscio e noi a chiacchierare allegri. Hai visto come ci guardavano? dovevi vedere morivano di invidia, quanta gente che c’era, e la polizia che fermava le macchine, e hai visto il tram erano tutti affacciati ai finestrini per guardare noi.

La Banda dei Martinitt in sfilata lungo il corso di Porta Vittoria negli anni '70









Qualcuno nel leggere questo si metterà a ridere, ma per noi era importantissimo sapere o credere che per un giorno eravamo al centro dell’attenzione, non come orfanelli ma come partecipi alla liberazione di Milano nel Marzo del 1848.
Potevi capire il significato vero della parola dialettale sentita spesso “I Martinitt in il coeur de Milan”.

Chiesa Di San Pietro in Gessate. Al suo fianco c'era l'orfanotrofio dei Martinitt fino al 1932

Nel 1970 Leandro Castellani realizza uno sceneggiato televisivo sulle gloriose 5 Giornate con un cast di tutto rispetto: Arnoldo Foà; Fosco Giachetti; Raoul Grassilli; Ugo Pagliai; Franca Nuti, Carlo Mazzarella, Nanni Svampa, Lino Patruno, fra gli altri, con la partecipazione di alcuni Martinitt.



Aggiungiamo di seguito i collegamenti allo sceneggiato sul canale YouTube

Parte Prima: https://www.youtube.com/watch?v=3FHiX5R8ZAc
Parte Seconda: https://www.youtube.com/watch?v=R7LnmW7JUVk


domenica 15 dicembre 2024

Il giorno dell' Immacolata del 1942 di Sergio Gobbi e Renato Marelli

 

Il padiglione Trento ricostruito nel 1946, Venne intitolato ad Angelo Rizzoli grazie al contributo offerto


Storia di un bombardamento su Milano vissuto e raccontato da Sergio Gobbi un Martinin classe 1931.

Sergio Gobbi ha scritto una sua memoria intitolata "8 anni da Martinin 1940-1948". Avrebbe voluto pubblicarla, ma non aveva i mezzi per farlo. Qualche anno fa Sergio ci ha lasciati. Rimangono comunque di lui queste testimonianze preziose non solo per noi, ma anche per la storia di quel periodo.

Le foto che corredano questo scritto sono riferite però all'anno 1943 e ci vengono concesse dall'Archivio del Museo Martinitt e Stelline nella persona di Renato Marelli

-----------------------------

08 DICEMBRE. L’IMMACOLATA DEL 42’

Con l’autunno qua a Milano è arrivato in Istituto, reduce da Barlassina, anche mio fratello Carluccio, è il più piccolo del collegio e perciò lo chiamano Zemirio. Lui fa la prima elementare e io la prima media, Scuola del libro in Umanitaria.

Una scuola che a noi Martinitt piace molto, si studia più o meno come nelle altre scuole, però ogni settimana si cambia mestiere: composizione, impressione piana, litografia e legatoria.

Non salto un’ora di laboratorio, in compenso ne perdo qualcuna in altre materie, appena ho l’occasione di bigiare la lezione, scappo a casa dalla mamma, oppure nella fabbrica dove lei lavora. Infatti morto il papà si è vista costretta a mettere i quattro figli in collegio (oltre a noi due nei Martinitt, Guido è a Pietra Ligure e Pippo a Barlassina) e impiegarsi alla Lesa, fabbrica di materiale bellico. Dirimpetto ai laboratori è allestita una scuola di aviazione, nella quale volonterosi giovanotti imparano in tempo accelerato quel che è un aeroplano, poi partono immediatamente per il fronte. Sul loro campo di esercitazione qualcuno ha trovato la strada per evadere dall’Umanitaria e la voce si sparge subito. Segui il percorso di guerra, sbuchi in via Pace. e sei libero!”

Questa scoperta è una pacchia, coniugando pace e guerra abbiamo trovato la libertà. Però ne approfittiamo a turno, non possiamo certo essere ammalati tutti lo stesso giorno.

E’ un fatto che la guerra, con i suoi continui contrattempi e gli allarmi aerei, ci dà una bella mano a sfuggire alla sorveglianza dei nostri sorveglianti. A volte però gli aerei nemici esagerano.

Il mese scorso a Bergamo, è morta la mia nonna paterna Elvira e la mamma ha ottenuto il permesso di portarmi con sé al funerale. Partiamo alle venti dalla stazione Centrale su un treno che va, dice lui, a Bergamo. In realtà verso la mezzanotte arriva a Lecco, dopo oltre un’ora di attesa torna indietro e, non so per quale strada giunge a Bergamo a notte inoltrata. C’è il coprifuoco, ma per fortuna un ufficiale delle Milizia Ferroviaria, impietositosi e pratico della città, ci accompagna lui stesso all’indirizzo di mia zia. Il funerale si era già celebrato, il giorno prima, perciò dopo qualche ora di riposo, al mattino ci rechiamo svelti al cimitero, in modo di poter ripartire subito per Milano. Questa volta servendoci della tramvia Bergamo-Monza, in partenza a mezzogiorno.

Dopo un’ora di corsa (si fa per dire) il tram si arresta in aperta campagna e i viaggiatori sono invitati a scendere per disperdersi nei campi.

Panoramica dall'alto dell'Istituto di via Pitteri con evidenziato il Padiglione Trento

Saggio suggerimento, poiché all’improvviso sbucano dalle nuvole due aerei nemici, che si gettano in picchiata sulle vetture, fortunatamente vuote, mitragliandole, ripetutamente. Dieci minuti di panico, quindi gli assalitori esaurite le munizioni, si allontanano e, scampato il pericolo, i passeggeri, ancora spaventatissimi, risalgono in carrozza.

Altra fermata fuori programma al ponte di Trezzo d’Adda, tutti di nuovo giù a piedi per scavalcare il viadotto, il tram completamente vuoto, lo transita per ultimo. Nel tardo pomeriggio, dopo un altro allarme, siamo a Monza. Ancora una buona ora di attesa davanti alla stazione a aspettare una scalcinata corriera e, finalmente col buio della notte, rientro a Milano.

Così, allarme dopo allarme, l’autunno se ne va! Il freddo dell’inverno quest’anno sembra arrivare in anticipo e ci fa parecchio soffrire. Ma oggi, malgrado il lunedì è festa, è il giorno dell’Immacolata e si va in libera uscita, poi in un attimo è sera e bisogna ritornare in collegio!

Con la mamma e il Carluccio prendiamo il 23 in via Lamarmora, saranno appena le sette, ma i tram sono scarsi e bisogna affrettarsi a scanso di contrattempi sempre in agguato. Sul tram vi è già un Martinitt con la madre e altri due vi salgono lungo il percorso, si spera non vi siano allarmi. Invece l’allarme suona allorquando il 23 sta girando intorno alle aiuole di piazzale Susa. Come da ordini prestabiliti la tranviera arresta la vettura, poi a richiesta dei pochi passeggeri, sempre come da ordini prestabiliti, acconsente a raggiungere il vicino capolinea all’Ortica. Il cielo è sereno senza nebbia e la temperatura è rigida, il buio avvolge la zona, malgrado le lunghe file di lampioni allineati su viale Argonne, ritti come lugubri fantasmi e per via dell’oscuramento, rigorosamente spenti.



Quattro fermate al capolinea, inizia il fuoco della contraerea e il deserto si illumina, dietro la Chiesa Rossa e sopra i tetti di via Illirico, grandi fasci di luce si incrociano nelle tenebre come lame splendenti, talora inquadrando, simili a corvacci neri, le sagome dei Bristol Blenheimen, i bombardieri inglesi. Bianche nuvolette indicano gli scoppi dei proiettili antiaerei, a tentoni in cerca di bersaglio.

Ed ecco il rondò, un prato addossato alla ferrovia, attorno a cui il tram gira verso la città. Tutti scendono infreddoliti, occhi al cielo, indecisi sul da farsi, madri in preghiera, bambini in gioiosa contemplazione dello spettacolo pirotecnico. Sferragliando, da Giambellino arriva un 28, sul prato adesso ci stanno, assordati dagli spari, una ventina fra grandi e piccini.

Per l’Istituto, via Pitteri, c’era una volta l’autobus M, ora non c’è più, soppresso per penuria di carburante. Dunque mezz’ora a piedi! Per intanto su consiglio delle due manovratrici e delle due bigliettaie, rimaniamo al riparo sul tram, luoghi abbastanza sicuri salvo la malaugurata ipotesi di una bomba sganciata proprio su di essi. In una pausa, tra gli scoppi, una presente propone: “Io sono la più giovane di voi tutte, quindi mi offro di accompagnare io da sola i ragazzi in Istituto. E’ perfettamente inutile che ognuna si sobbarchi due volte mezz’ora di strada, a quel che pare gli apparecchi inglesi non riescono a superare lo sbarramento antiaereo, dunque pericoli immediati non ce ne sono. Salutate qui i vostri figlioli e affidateli a me, sarò per loro una buona guida”. Nel tragico frangente sembra la soluzione migliore e tra abbracci, raccomandazioni e lacrime il capannello di madri e figli si scioglie. All’avviarsi della minuscola comitiva, la nuova mammina in mezzo, una decina di Martinitt ai lati, la tregua di relativa calma finisce. Le batterie contraeree riprendono a sparare con furia ancora maggiore, certo è in arrivo una seconda ondata di incursori.

Appena al di là del ponte di via Amadeo la strada a mò di scorciatoia, prima di inoltrarsi nei campi sottopassa un fascio di binari sui quali il treno armato spara all’impazzata, il cielo è solcato dai razzi illuminanti e dalle traccianti delle mitragliere, in più è rischiarato dai bengala sganciati dagli aerei. E in quella fantasmagoria di colori si vedono sfrecciare gli apparecchi nemici. A questo punto l’ordine nel drappello in marcia va a farsi benedire, per noi bambini la baraonda di spari e di luci è eccitante, chi corre avanti, chi resta indietro e sparisce nel buio. La fila si spezza e nel caos totale la frastornata guida non riesce più a ricostruirla. Nessuno ha paura e ognuno si diverte senza badare ai disperati richiami della povera accompagnatrice poi, come Dio vuole, la pirotecnica traversata si conclude nella portineria dell’Istituto, dove la sbandata compagnia giunge, in ritardo ma giustificata, dopo le otto e mezza, termine improrogabile della libera uscita. Per i dieci piccoli Martinitt è la fine di una festa e per l’improvvisata mammina la fine di un incubo. Ma non di un Calvario!

Le tragiche conseguenze del bombardamento

Non potevo certo allora conoscere il dramma della nostra temporanea mammina.

Sposa da pochi anni, senza notizie del marito soldato in Grecia e purtroppo ferito a una gamba, la figlioletta di un anno affidata alla nonna, il bagliore degli incendi laggiù dalle parti della Bovisa, di Campo dei Fiori e Quarto Oggiaro, ossia verso casa sua, il fratellino da ricondurre in collegio. In più una decina di scalmanati che le sfuggivano di mano, di tutto divertiti e del tutto ignari di cosa fosse la paura. E infine la prospettiva del ritorno senza tram con l’incubo di spiacevoli incontri, giovane e piacente ragazza, sola di notte alla mercé di qualsiasi malintenzionato in divisa o meno.

Comunque tornando alla sera dell’Immacolata, appena giunti in Istituto, noi ragazzi veniamo spediti immediatamente in rifugio, la cantina sotto il padiglione centrale. Lì sotto regna la massima confusione, tutti urlano, ma non per paura, semplicemente solo per raccontarsi le vicende della giornata passata a casa. Difatti il baccano della contraerea è infernale, raffiche ininterrotte di colpi spararti a strappi confinale lacerante ta-tam su due toni ravvicinati di insopportabile acutezza. Gli scoppi delle bombe e gli spezzoni incendiari che cadono a migliaia neppure si odono, si sente solo il fracassa della contraerea!

La sarabanda infernale dura poco più di un’ora, quando finalmente tacciono gli spari e suona il cessato allarme viene dato l’ordine di risalire a rivedere le stelle. Però le stelle non si vedono più, sono sparite dietro un nuvolone di fumo nero, mentre il cielo si è tinto di rosso. Il fuoco divampa sulla legna accatastata per l’inverno nel campo confinante cogli stabilimenti della Innocenti, inoltre stanno bruciando il teatro e il magazzino degli strumenti musicali.

Addio sogni di gloria, quale primo trombettiere nella banda dei Martinitt! Che gli anglosassoni abbiano avuto notizia di tanti giovani promettenti suonatori e per metterli definitivamente a tacere abbiano organizzato questo bombardamento? Comunque non c’è tempo da perdere né da pensarci, occorre rimboccarci le maniche per rimediare al guaio. Sotto la guida degli istitutori si corre ai ripari, i pompieri hanno altro a cui pensare, mezza Milano è in fiamme e a limitare i danni ci si deve arrangiare da soli. Perciò il resto della notte è impegnato nell’impresa di spegnere il rogo, i piccoli a riempire d’acqua i più inverosimili contenitori, i grandi a versarli sul gigantesco falò. Dopo quella notte di fuoco il Consiglio di Amministrazione del Pio Albergo Trivulzio i tre Istituti, Martinitt, Stelline e Vegiòni, è costretto a prendere drastiche decisioni onde salvaguardare i suoi ospiti. Le Stelline vengono sfollate a Meda, il loro posto in corso Magenta 59 è preso dai Martinitt più grandi, circa duecento, di seconda e terza sezione, ossia medie e lavoratori. I Martinitt delle elementari vengono invece trasferiti a Fano, sull’Adriatico, nella a me già nota colonia Tonini.


Le devastazioni della guerra

Quanto ai Vegiòni delle Baggina ci si accontenta di difenderli con il segnale di Ospedale, una grande Croce Rossa (che in verità è un grosso quadrato di colore rosso) pitturata sul tetto di ogni padiglione, con la speranza e fiducia che gli aerei incursori nemici rispettino questo contrassegno di protezione, a suo tempo concordato fra tutte le Nazioni belligeranti.

Quindi a Natale, con uno sfollamento fatto al contrario, sono già traslocato nell’ex Istituto delle Stelline, mentre Carluccio è al mare. Penso a mia mamma, due figli, da appena due mesi ricoverati insieme nello stesso collegio, e adesso uno va lontano e l’altro resta qui.

Ad ogni modo in corso Magenta, se non fosse per la fame, si sta pur anche bene! Al mattino pulizie in dormitorio completate da un ulteriore incarico di ramazza al P2 (portico secondo) con il diritto a un supplemento di viveri di dieci castagne, quindi ripasso scolastico aggregati al corso interno di avviamento in aule sottozero. Nel pomeriggio ancora studio e ricreazione fino all’ora del sostituto di una cena. A scuola in Umanitaria non ci andiamo perché le vacanze natalizie, una volta trascorse le festività di Capodanno e dell’Epifania, per problemi di riscaldamento, vengono continuamente prolungate, dapprima a fine gennaio e poi in seguito alla metà di febbraio. Cioè dopodomani! ... ... 


I Documenti seguenti testimoniano la situazione dei Martinitt e dell'Istituto di via Pitteri in quei tristi anni durante i quali la follia umana raggiunse livelli inimmaginabili.







lunedì 8 luglio 2024

Quel Perduto Amor....di Museo Martinitt e Stelline

Foto di gruppo per una classe di Martinitt, scattata nel 1932 quando ancora la sede era in San Pietro In Gessate, Foto Archivio Museo Martinitt e Stelline per gentile concessione di Renato Marelli

lunedì 3 giugno 2024

I Martinitt e il Mandarinetto di Renato Marelli


La sede della Isolabella in via Villoresi, archivio Pictures Archives

Fine anni 50 inizio anni 60. Era ancora il periodo dei tavoli lunghi. Prima di sederci a mangiare dovevamo ascoltare l'ordine del giorno, solo dopo la sua lettura ci davano l'ordine di sederci.

La foto è riferita ad un Natale ma serve per dare l'idea di noi allineati davanti ai tavoli in attesa dell'ordine di poterci sedere per mangiare, Archivio Museo Martinitt e Stelline, per gentile concessione di Renato Marelli.

In quegli anni, nel periodo invernale avveniva un fatto curioso. In refettorio sui tavoli trovavamo 4 o 5 mandarini ciascuno. Prima di sederci ci ordinavano di sbucciare i mandarini e tenere le bucce in mano, poi alcuni incaricati passavano con dei sacchi dove noi dovevamo buttare le bucce. Dopo questa operazione ci si poteva sedere a mangiare quei mandarini come frutta.

La storica bottiglia del Mandarinetto Isolabella, liquore creato da Egidio Isolabella nel 1870


Perché tutto questo?
Una nota fabbrica di Milano produceva il liquore Mandarinetto. A lei servivano solo le bucce per estrarre le essenze che avrebbero aromatizzato il liquore.

Una storica pubblicità opera di Marcello Dudovich



Del frutto sbucciato non se ne facevano nulla e lo avrebbero buttato al macero. Da qui l'idea di una collaborazione con i Martinitt. Loro ci donavano i mandarini in cambio dovevamo sbucciarli e rendere a loro le bucce.

lunedì 20 novembre 2023

I Martinitt e il Mandarinetto di Renato Marelli e Roberto Bagnera Foto di Arianna Pogliani

La foto allegata è riferita ad un Natale (si vedono le fette di panettone) ma serve per dare l'idea dei piccoli Martinitt allineati davanti ai tavoli in attesa dell'ordine di potersi sedere per mangiare. Era ancora il periodo dei tavoli lunghi. Prima di sederci a mangiare dovevamo ascoltare l'ordine del giorno, solo dopo la sua lettura ci davano l'ordine di sederci. Archivio Museo Martinitt e Stelline, per gentile concessione di Renato Marelli.

Dalla metà degli anni 50 fino alla metà degli anni 60, una nota industria milanese utilizzava le bucce dei mandarini per ricavarne essenze. Acquistava quindi tonnellate di mandarini dei quali utilizzava solo la buccia.
Ecco quindi la strana collaborazione che avvenne in quegli anni tra il collegio dei Martinitt e l'industria Milanese. Questa ditta propose la fornitura di mandarini a noi collegiali in cambio della sbucciatura degli stessi. Un connubio che andava bene ad entrambi. Da una parte c'era la frutta gratis e dall'altra la "manodopera" gratis.
Quindi a rotazione, le compagnie dei ragazzi delle medie (allora ancora avviamento) venivano mandate in cucina con l'incarico di sbucciare i mandarini che sarebbero serviti per il pranzo o per la cena. Il guaio era che ogni tot mandarini sbucciati uno finiva in pancia dello sbucciatore di turno. Andò a finire che qualcuno esagerando (forse erano più i mandarini mangiati che quelli consegnati sbucciati) si senti male. La direzione decise allora che la sbucciatura dei mandarini sarebbe avvenuta in refettorio prima di pranzo coinvolgendo l'intera comunità.

La sede della Isolabella in via Villoresi, archivio Pictures Archives


 In quegli anni, nel periodo invernale avveniva un fatto curioso. In refettorio sui tavoli trovavamo 5 o 6 mandarini ciascuno. Prima di sederci ci ordinavano di sbucciare i mandarini e tenere le bucce in mano, poi alcuni incaricati passavano con dei sacchi di tela dove noi dovevamo buttare le bucce. Dopo questa operazione ci si poteva sedere e mangiare quei mandarini come frutta.
Perché tutto questo?
Una nota fabbrica di Milano produceva il liquore Mandarinetto. A lei servivano solo le bucce per estrarre le essenze che avrebbero aromatizzato il liquore.

La storica bottiglia del Mandarinetto Isolabella, lquore creato da Egidio Isolabella nel 1870



Del frutto sbucciato non se ne facevano nulla e lo avrebbero mandato al macero. Da qui l'idea di una collaborazione con i Martinitt. Loro ci donavano i mandarini in cambio dovevamo sbucciarli e rendere a loro le bucce.
A noi questa procedura non dava fastidio, anzi era l'occasione per farci una scorpacciata di mandarini.
Non vi dico le battaglie che facevamo con i semi dei mandarini da una tavolata all'altra, tra le nostre risate e l'incazzatura di qualche istitutore colpito involontariamente (non sempre involontariamente) da qualche seme.

Una storica pubblicità di Marcello Dudovich


Pubblicità anni 30 del Vermouth Bianco Coda di Gallo


In corso Cristoforo Colombo 11, sussiste un edificio che fu una delle sedi della ditta Isolabella & C., fondata da Egidio Isolabella. La facciata presenta una curiosa decorazione, si tratta di tondi che incorniciano 3 sculture di volti femminili con tanto di denominazione: Lina, Tilde, Nina, forse raffigurano le figlie del proprietario, ad ogni buon conto tali decorazioni si ripresentano anche nel lato che dà sulla via Alessandria anche se in questo caso non ci sono nomi incisi. Gradevoli anche le decorazioni dell'androne che rimandano a reminiscenze Liberty.
Qui di seguito alcune immagini scattate da Arianna Pogliani












domenica 22 giugno 2014

I Figli Di Milano, Martinitt e Stellinn di Nino Romano

Un articolo che ripercorre brevemente la storia di quei piccoli "grandi" milanesi, originariamente pubblicato nel 1989 sul mensile Gran Milan.

(Cliccando ulle immagini con il tasto destro del mouse e selezionando l'opzione "apri in una nuova scheda" si avrà una visualizzazione ottimale)