lunedì 20 novembre 2023

I Martinitt e il Mandarinetto di Renato Marelli e Roberto Bagnera Foto di Arianna Pogliani

La foto allegata è riferita ad un Natale (si vedono le fette di panettone) ma serve per dare l'idea dei piccoli Martinitt allineati davanti ai tavoli in attesa dell'ordine di potersi sedere per mangiare. Era ancora il periodo dei tavoli lunghi. Prima di sederci a mangiare dovevamo ascoltare l'ordine del giorno, solo dopo la sua lettura ci davano l'ordine di sederci. Archivio Museo Martinitt e Stelline, per gentile concessione di Renato Marelli.

Dalla metà degli anni 50 fino alla metà degli anni 60, una nota industria milanese utilizzava le bucce dei mandarini per ricavarne essenze. Acquistava quindi tonnellate di mandarini dei quali utilizzava solo la buccia.
Ecco quindi la strana collaborazione che avvenne in quegli anni tra il collegio dei Martinitt e l'industria Milanese. Questa ditta propose la fornitura di mandarini a noi collegiali in cambio della sbucciatura degli stessi. Un connubio che andava bene ad entrambi. Da una parte c'era la frutta gratis e dall'altra la "manodopera" gratis.
Quindi a rotazione, le compagnie dei ragazzi delle medie (allora ancora avviamento) venivano mandate in cucina con l'incarico di sbucciare i mandarini che sarebbero serviti per il pranzo o per la cena. Il guaio era che ogni tot mandarini sbucciati uno finiva in pancia dello sbucciatore di turno. Andò a finire che qualcuno esagerando (forse erano più i mandarini mangiati che quelli consegnati sbucciati) si senti male. La direzione decise allora che la sbucciatura dei mandarini sarebbe avvenuta in refettorio prima di pranzo coinvolgendo l'intera comunità.

La sede della Isolabella in via Villoresi, archivio Pictures Archives


 In quegli anni, nel periodo invernale avveniva un fatto curioso. In refettorio sui tavoli trovavamo 5 o 6 mandarini ciascuno. Prima di sederci ci ordinavano di sbucciare i mandarini e tenere le bucce in mano, poi alcuni incaricati passavano con dei sacchi di tela dove noi dovevamo buttare le bucce. Dopo questa operazione ci si poteva sedere e mangiare quei mandarini come frutta.
Perché tutto questo?
Una nota fabbrica di Milano produceva il liquore Mandarinetto. A lei servivano solo le bucce per estrarre le essenze che avrebbero aromatizzato il liquore.

La storica bottiglia del Mandarinetto Isolabella, lquore creato da Egidio Isolabella nel 1870



Del frutto sbucciato non se ne facevano nulla e lo avrebbero mandato al macero. Da qui l'idea di una collaborazione con i Martinitt. Loro ci donavano i mandarini in cambio dovevamo sbucciarli e rendere a loro le bucce.
A noi questa procedura non dava fastidio, anzi era l'occasione per farci una scorpacciata di mandarini.
Non vi dico le battaglie che facevamo con i semi dei mandarini da una tavolata all'altra, tra le nostre risate e l'incazzatura di qualche istitutore colpito involontariamente (non sempre involontariamente) da qualche seme.

Una storica pubblicità di Marcello Dudovich


Pubblicità anni 30 del Vermouth Bianco Coda di Gallo


In corso Cristoforo Colombo 11, sussiste un edificio che fu una delle sedi della ditta Isolabella & C., fondata da Egidio Isolabella. La facciata presenta una curiosa decorazione, si tratta di tondi che incorniciano 3 sculture di volti femminili con tanto di denominazione: Lina, Tilde, Nina, forse raffigurano le figlie del proprietario, ad ogni buon conto tali decorazioni si ripresentano anche nel lato che dà sulla via Alessandria anche se in questo caso non ci sono nomi incisi. Gradevoli anche le decorazioni dell'androne che rimandano a reminiscenze Liberty.
Qui di seguito alcune immagini scattate da Arianna Pogliani












lunedì 6 novembre 2023

Il Volto del Demonio di Roberto Bagnera


Foto dal sito pilloledarte wordpress com

Visitando le civiche raccolte del Castello Sforzesco può capitare di imbattersi nella terrificante impersonificazione di Messer Satanasso in persona che, colmo dell’orrore sghignazza.
Guardando con tutta l’attenzione che la paura ci consente possiamo accorgerci che si tratta di un busto, probabilmente proveniente da una statua lignea cinquecentesca,
su cui è innestata una testa di diavolo, più probabilmente la raffigurazione di un fauno che, grazie ad un meccanismo contenuto nella scatola su cui poggia la scultura «si mette a sghignazzare, a cacciare la lingua e a sputare in faccia ai presenti, il tutto in mezzo ad un enorme fragore di catene di ferro e di ruote adattissimo per produrre un vero terrore», come riferiva nel 1739 lo scrittore francese Charles De Brosses che ebbe modo di ammirarlo nella sua collocazione originale.

Foto dal sito ilgiornaledellarte com

Il nostro "povero” diavolo infatti altro non è che un ingegnoso automa, appartenuto alla collezione del canonico Manfredo Settala, curiosa figura di ecclesiastico scienziato e premuroso collezionista di oggetti scientifici, particolari, bizzarri e curiosi, tanto da creare nel proprio palazzo di via Pantano 26 un wunderkammer, nome tedesco che si può tradurre con “Camera delle Meraviglie”.

La celebre incisione del 1666 a firma di Cesare Fiori, riproducente la sistemazione della galleria delle curiosità nel palazzo Settala di via Pantano 26.

Alla morte del Settala il curioso museo passò per volontà di testamento Biblioteca Ambrosiana, che nel corso degli anni smembrò l’originale collezione cedendo alcuni pezzi ad altre istituzioni o vendendone alcuni finchè nel 1982, senza chiedere il parere vincolante della Soprintendenza, l' Ambrosiana mise in vendita anche l' automa.

Foto dal sito pilloledarte wordpress com

Fu l’allora direttrice delle raccolte di Arti Applicate del Castello Sforzesco a riconoscere l’automa del Settala nella vetrina di un antiquario milanese e ad acquistarlo, ponendolo poi a guardia di una delle sale dell’istituzione museale.

giovedì 2 novembre 2023

Ceci e tempie di maiale, Scisger e Tempia, ricetta per el dì di mort di Roberto Bagnera

 2 Novembre

Commemorazione dei Defunti




Ricetta per el dì di mort: Scisger e Tempia

Ceci e tempie di maiale
Ingredienti
200 g di ceci
300 g di tempia di maiale
200 g di lombo di maiale
2 costole di sedano verde
una cipolla di media grandezza
una piccola carota
un rametto di rosmarino
6 foglie di salvia
pepe nero macinato
sale
Ponete i ceci a bagno in abbondante acqua fredda. Se i legumi saranno dell’ultimo raccolto basteranno 24 ore, altrimenti l’ammollo dovrà essere prolungato di alcune ore. Scolateli e metteteli in un tegame con almeno 2 l di acqua a temperatura ambiente e senza sale. Incoperchiate, il più ermeticamente possibile, e fate cuocere a fiamma bassissima, per circa 3 ore, senza rigirare e senza abbassare o alzare il fuoco. Intanto in un tegame a parte ponete la tempia di maiale ben fiammeggiata e lavata, e lasciatela bollire per circa 1/2 ora in acqua senza sale.
Scolatela e rimettetela di nuovo sul fuoco in un tegame con 2 l d’acqua, il sedano, la carota e la cipolla affettati, la salvia e il rosmarino, poco sale e pepe. Dopo un’ora di cottura, unite alla tempia il lombo in un solo pezzo e lasciate cuocere anche questo per circa un’ora. Mettete insieme a questo punto la carne e i ceci, ormai cotti, e proseguite la cottura per non più di 1/2 ora.
Tanto per chiarire: Il calendario delle tradizioni culinarie milanesi aveva una precisa sequenza ed un’altrettanto precisa ritualità.

Giovanni Rajberti, medico e poeta milanese (1805-1861) autore de “L’arte di convitare spiegata al popolo”, lo sintetizzava in questi versi:
El primm de l’ann se comenza
a mangià la carsenza;
se fa onor a Sant Bias col panatton;
San Giusepp l’è vin dolz cont i tortej;
San Giorg, pannera e lacc col mascarpon;
Pasqua la g’ha el cavrett a l’uso ebrej,
e per differenzialla no se scappa
de fa l’insalattinna e i oeuv in ciappa;
gh’è finna el dì di mort
che porta tempia e scisger per confort,
e la sira, per compì l’indigestion,
gh’è el rosari e i marron.
Figurev poeu a Natal
che tra i fest l’è la festa principal;
se sent fina a tri Mess e capirìi
che gh’è anca l’obligh de mangià per tri.




Questa ricetta è un'eccezione vera e propria negli usi alimentari di Milano, ma è storica e radicata nella tradizione.
I ceci con le tempie costituiscono il tipico pranzo del giorno dei Morti a Milano insieme al Pan di mort e agli Oss de mord. In questo periodo dell’anno una volta faceva veramente freddo, a volte si era già vista la neve, e allora si ammazzava il maiale. Le sue carni venivano sia messe via per l’inverno (lardo, pancetta, salami, salamini, cotechini, zamponi, carne sotto sale) sia consumate fresche (costine arrosto o in umido, arrosto di maiale, casseula, umidi vari). Le parti meno nobili, come la testa del maiale, erano usate per insaporire legumi e zuppe. I legumi secchi erano molto usati: ceci, fagioli, lenticchie, piselli, fave costituivano un gradito contorno quando d’inverno non c’erano verdure fresche o erano l’ingrediente principale di zuppe e minestre. Ed ecco allora che il musetto di maiale trova la “morte sua” in questa zuppa che appariva il 2 novembre sulle tavole di tutti i milanesi, a qualsiasi ceto sociale appartenessero.
E’ uno dei rarissimi piatti milanesi che utilizza i ceci. Era il piatto rituale del giorno dei morti, la cui ascendenza latina è evidente. Le celebrazioni dei morti erano, nel mondo romano, accompagnate da offerte votive sulle tombe di coppe di vino e piatti di ceci.




" (...) san Carlo Borromeo, nato il 1538 ad Arona, sulla sponda lombarda del Lago Maggiore: era alto più di un metro e ottanta e di corporatura robusta e perciò amava mangiare anche quando i precetti ecclesiastici lo costringevano all’astinenza; i suoi digiuni infatti non consistevano nella privazione assoluta dal cibo, ma secondo l’uso ecclesiastico antico, nel consumare un solo pasto al giorno.
E in quelle occasioni il grande arcivescovo di Milano mangiava abbondanti minestre e zuppe accompagnate da pane di segale. Fra le sue preferite c’era la “zuppa di ceci” che durante la Quaresima si faceva preparare senza il maiale, sebbene prediligeva la ricetta tradizionale a base di verza e le parti meno nobili del porco: forse per questo motivi san Carlo Borromeo è diventato il protettore contro le ulcere, i disordini intestinali, e le malattie dello stomaco!
Ebbene, dalle cronache dell’epoca e dai diari di Stendhal si deduce che quasi certamente fu la signora Teresa Casati Confalonieri ad invitarlo nel suo salotto, quella sera del 4 novembre 1816, per la tradizionale degustazione della squisita, quanto sostanziosa, “zuppa di ceci” che tanto piaceva a san Carlone e che forse perciò è diventata simbolo meneghino di amicizia.

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martedì 31 ottobre 2023

La Cattedrale del Demonio di Roberto Bagnera

Bella e maestosa la cattedrale dedicata a Santa Maria Nascente in uno scatto di Maura Bussi

 Il Duomo di Milano bello e bianco come un pizzo prezioso, scrigno di storie, sogni e simboli che intessono i suoi 600 anni di storia è custode geloso di segreti, leggende e misteri che inevitabilmente lo vedono protagonista.

La lapide che commemora la nascita del Duomo, foto ACAdeMI Abramson

Una leggenda è legata proprio alla sua nascita, anno del Signore 1386, e narra che in una notte fredda e tempestosa il Demonio in persona fa la sua apparizione nella stanza del Signore di Milano: GianGaleazzo Visconti.
All’impaurito nobile, ma pur sempre mortale, Satana ordina: “Costruirai una chiesa a mio nome e che sia ricca di immagini sataniche e di figure di demoni. Se rifiuti, prenderò la tua anima e la porterò con me all’inferno”.
Gian Galeazzo impaurito e preoccupato del destino della sua anima, che già di peccati non era scevra, non pose tempo in mezzo e già pochi giorni dopo, presi accordi con l’allora Arcivescovo Antonio da Saluzzo, diede il via ai lavori per la costruzione del Duomo.
Statue piuttosto curiose e doccioni a fattezza demoniaca, rivestono le pareti della Cattedrale alternate a santi e simboli della Cristianità e fra di esse si tramanda che sia immortalato anche il volto scolpito dello stesso Gian Galeazzo Visconti, sulla guglia più antica della cattedrale, detta del Carelli.

Ecco la guglia detta del Carelli in una foto dal sito della Cattedrale

Marco Carelli.era un ricco mercante attivo tra Milano e Venezia, che nel lontano 1394 decide di devolvere il suo patrimonio alla Fabbrica del Duomo, fondamentale per l’avanzamento dei lavori del Duomo e per la costruzione di quel Camposanto che con gli anni sarebbe diventato il cuore pulsante del cantiere del Duomo: botteghe, laboratori e abitazioni di coloro che prestavano lavoro per l’erigenda chiesa.
In memoria di quel gesto tanto generoso la Veranda Fabbrica dedicò al Carelli la prima delle sue 135 guglie che raffigura uno ieratico san Giorgio con bandiera in in una mano, una spada al fianco e il volto Inconfondibile di Gian Galeazzo Visconti
Gian Galeazzo,figlio di Galeazzo II e Bianca di Savoia, spodestò nel 1387 lo zio Bernabò Visconti diventando Signore di Milano, nel 1395, dietro pagamento di una cospicua somma all'Imperatore Venceslao di Boemia, venne dichiarato Duca di Milano e spese la sua vita ad ingrandire i confini delle terre assoggettate a Milano fino al 1402, quando morì di peste nel castello di Melegnano.

Ecco il ritratto scultoreo di Gian Galeazzo Visconti sulla facciata dell’Hotel dei Cavalieri in piazza Missori a fianco dello zio Bernabò, con la testa coperta da un cappuccio. Foto Archivio ACAdeMI - Roberto Bagnera

Nella terza campata della navata sinistra è posta una vetrata che ritrae la Battaglia tra san Michele Arcangelo e il diavolo, opera del 1939 di Giovanni Domenico Buffa, particolare curioso è che è l’unica fra le grandi vetrate del Duomo a raffigurare un solo episodio.

05 Vetrata che ritrae la Battaglia tra san Michele Arcangelo e il diavolo, opera del 1939 di Giovanni Domenico Buffa, foto di Giovanni dall'Orto

Fra le tante curiosità del Duomo è giusto ricordarne la meridiana zodiacale: ogni giorno, a mezzogiorno, un raggio di luce penetra dal soffitto e va a colpire la linea meridiana, indicando il periodo dell’anno in cui ci si trova. Il maggior risalto dato al segno zodiacale sulla parete a Nord è attribuibile alla sua sovrapposizione con il Natale Cristiano. Ma non possiamo dimenticare che il Capricorno è anche l’animale col quale viene raffigurato il Diavolo… i costruttori del Duomo volevano comunicarci qualcosa, ma cosa? Quali segreti nasconde questa simbologia?

Il Capricorno raffigurato nella meridiana del Duomo, Foto ACAdeMI - Franco Mauri


In ogni cattedrale gotica sono presenti elementi architettonici e simboli d’origine templare ed orientale, ed è risaputo che l’idolo adorato dai templari era il Bafometto, una sorta di Demone cornuto, pertanto è facile supporre una similitudine tra il Bafometto ed il Capricorno del Duomo.
I Cavalieri Templari costituiscono un altro mistero della nostra cattedrale perché, benché non ci siano tracce precise di un loro coinvolgimento, tutti gli studiosi si domandano da dove provenissero i soldi per la costruzione del Duomo, per il quale non si stima che bastassero le donazioni certificate, quindi ecco che il mitico tesoro dei templari viene tirato in ballo come fonte ultima di sovvenzione delle spese.

Alcuni doccioni/gargoyles Foto dal blog RiBazz Art

Fra le sculture più curiose ed intriganti del Duomo figurano sicuramente i Gargoyle, termine che al di là delle ricostruzioni etimologiche rimanda al verbo onomatopeico “gorgogliare” e quindi alla loro funzione
Di convogliare a terra le acque piovane.
I Gargoyles sono raffigurazioni mostruose comuni alle grandi cattedrali gotiche ma non sono solo raffigurazioni grottesche atte a stimolare l’immaginazione:sono simboli creati per esorcizzare il male e quindi proteggere le cattedrali stesse.

Un gargoyle in versione "ghiacciata" Foto di Romano Liverani


Una particolare interpretazione della loro funzione simbolica è che i Gargoyle servano a comunicare un’avvertimento: la cattedrale infatti può essere assediata e minacciata da quelle stesse persone che dovrebbero proteggerla e custodirla, gli spiriti maligni dunque si impadroniscono simbolicamente dell’esterno della cattedrale, poiché al suo interno non possono entrare e risiedono là come in attesa.
Questa interpretazione che nacque in seguito alla persecuzione e distruzione in Francia dell’ordine dei Templari, eccoli di nuovo, riferisce di alcune confraternite come i Compagni del Dovere di Libertà o i Figli di Salomone, i cui membri conoscevano la struttura delle cattedrali “caricarono” in senso magico i Gargoyles, aggiungendone di nuovi e collegando i potenti di allora (l’alto Clero e la Corona) a queste raffigurazioni mostruose.

Primo piano per un gargoyle, Foto di bramfab


Secondo questa tradizione quindi l’originale funzione ammonitivi e protettiva dei Gargoyle si ribalta: invece di allontanare il maligno essi avvisano che il male è già operante all’interno della cattedrale
Rimandando una più seria disquisizione sulle simbologie medievali
ad altra sede ed altra occasione sta di fatto che un’attrazione diabolica porta ad ammirare comunque questi
capolavori di scultura del “Noster Domm” che “infettano” e aggiungono un fascino inconsueto alle pareti della Cattedrale.

Candido ma feroce questo gargoyle scruta la piazza sottostante Foto di Alessandro Scotti

Oggi la cattedrale gotica milanese è vanto e cuore della città e veramente pochi milanesi conoscono
la leggenda demoniaca della sua nascita e quei pochi sono certamente scettici in proposito ma…
guardando il centro della prima foto, magari sfocando un poco la vista…non pare anche a voi di scorgere un ghigno satanico?
Duomo di Milano, notturno, foto dal sito impressivemagazine, al centro dell'inquadratura, con un po' di immaginazione è possibile scorgere il ghigno malefico di un teschio



domenica 8 ottobre 2023

Lussuria e tradimenti, la Messalina di Milano di Roberto Bagnera

All'interno della chiesa di San Maurizio in Corso Magenta ci sono numerosi bellissimi affreschi, fra i quali primeggiano quelli eseguiti da Bernardino Luini.

L'interno affrescato di San Maurizio, foto dal sito ilgiornaledellarte 

Uno di questi affreschi è dedicato alla decapitazione di Santa Caterina.
La decapitazione di Santa Caterina

Secondo un'antica leggenda pare che il pittore avesse dato alla santa le sembianze fisiche di Bianca Maria contessa di Challant, che nella vita reale venne pure decapitata con l'accusa di aver commissionato l'omicidio del marito. Per la sua fama di "donna fatale" era stata ribattezzata la "Messalina di Milano" In tutta la città erano infatti note le sue audaci imprese amorose.

Ritratto di Bianca Maria disegnato da Ambrogio Noceto nell’Album della Trivulziana

La sua storia viene narrata da padre Matteo Bandello che la descrive come una donna bellissima ma dai perfidi istinti: "Nel 1525 veniva pure accusata d'aver spinto un suo amante, certo Pietro da Cardona, a sopprimergli il marito per poter poi darsi liberamente ai facili amori".
La contessa venne infatti incolpata durante l'intransigente dominazione spagnola, di aver istigato l'innamorato del momento a uccidere il vecchio marito, il conte Masino, che costituiva il principale intralcio alle sue numerose avventure erotiche.
Secondo la ricostruzione dei fatti, il complice don Pietro tese con i suoi uomini un'imboscata al conte e l'uccise proprio mentre stava tornando verso casa.
Quando venne arrestato e torturato confessò di aver commesso il reato per compiacere alla contessa.
Questa venne imprigionata e a nulla valsero le sue conoscenze e le sue ricchezze: fu condannata a morte, mentre il suo amante-sicario riuscì a scappare e a farla franca.
La nobildonna fu decapitata proprio davanti al Castello Sforzesco e la sua testa rimase esposta per parecchi giorni al pubblico.
Si dice che continuasse a sembrare viva.

Quadro dipinto nel 1865 da Federico Pastoris, "I signori di Challant nel castello di Issogne"

La contessa di Challant, al secolo Bianca Maria Scapardone, (... – Milano, 20 ottobre 1526), è stata una ricca ereditiera casalese, andata in sposa ancora adolescente nel 1514 a Ermes Visconti di Somma, figlio secondogenito dell'aristocratico Battista Visconti.
Morto Ermes nel 1521, si risposò con il conte Renato di Challant; il secondo matrimonio della Scapardone si rivelò fallimentare, la giovane lasciò lo sposo facendo ritorno prima a Casale Monferrato e poi a Milano. Nel 1526 venne accusata di essere mandante dell'omicidio di uno dei suoi amanti e decapitata sul rivellino del castello sforzesco.

Chiesa di San Maurizio, il tramezzo con l'affresco che raffigura la "Messalina di Milano" dal sito arte it

La sua vita scandalosa e la sua tragica fine vennero narrate, come già accennato da Matteo Bandello in una delle sue più celebri novelle che, tra realtà e finzione, crearono questo personaggio. Il suo ritratto, come attestato dallo stesso Bandello ("E chi bramasse di veder il volto suo ritratto dal vivo, vada ne la chiesa del Monistero Maggiore, e là dentro la vedrà dipinta", Novella IV, Parte I), fu dipinto da Bernardino Luini nella chiesa di S. Maurizio a Milano; il ritratto "dal vivo" va identificato con quello della committente nella lunetta di destra del tramezzo.

Particolare del volto, dall'affresco di Bernardino Luini





lunedì 23 maggio 2022

1913: Una Ferrovia sotterranea a Milano di Gabriele dell'Oglio

Fermata Duomo

 

La progettata ferrovia sotterranea

Progetto anonimo del 1913


Mentre a Londra veniva aperta la prima metropolitana al mondo (Metropolitan Railway, 10 gennaio 1863), a Milano il colonnello E. Gandini proponeva di realizzare una ippovia, sfruttando i canali prosciugati dei Navigli, idea ripresa nel 1873 dall’architetto G. Brocca.

Con il passare degli anni, il numero di città dotate di linee metropolitane andava aumentando, per cui anche a Milano il dibattito ed i progetti si susseguivano, tanto che nel 1910, il Comune mise a disposizione i primi fondi per lo studio di una rete metropolitana.

Con l’espansione cittadina, il traffico in centro sarebbe cresciuto esponenzialmente e non potendo allargare le strade sul modello di quanto fatto a Parigi da Haussman, l’ingegner C. Broggi propose la realizzazione di sei linee, per complessivi 356 km, con i seguenti percorsi:

A Loreto – Duomo - San Cristoforo;

B Cagnola - Duomo – Porto di Mare

C Via Farini – Duomo – Loreto

D Linea circolare lungo le mura spagnole

E Duomo - C.so XXII marzo

F Zara – Piazza Duomo

La Giunta Comunale, con deliberazioni del 26.9.1912 e 1.7.1913 ufficializzò l’interesse per una rete sotterrane, istituendo una commissione d’esame dei progetti.

Furono presentati sei progetti, da parte di altrettanti gruppi di lavoro, mentre altri progetti vennero scartati; tra questi c’è un interessante progetto, purtroppo anonimo, per la realizzazione di una sola linea denominata “Ferrovia sotterranea di Milano” che avrebbe collegato la Stazione di Milano Porta Ticinese (attuale stazione di Milano Porta Genova) con piazzale Loreto, lungo il seguente percorso:

Ripa di Porta Ticinese – via Valenza – Piazzale Stazione Genova – Corso C. Colombo – Piazza Cantore – Corso Genova – via C. Correnti – Via Torino – Piazza Duomo – Via Mengoni – Via S. Margherita – piazza della Scala – Via Manzoni – piazza Cavour – via Manin – p.za della Repubblica - via V. Pisani – P.za Duca d’Aosta – Viale Andrea Doria – Piazzale Loreto – viale Monza


Foto 1 - Profilo della linea su mappa IGM del 1914

La linea, lunga 6,2 km, avrebbe avuto 8 stazioni: Porta Genova FS – p.za Cantore – Carrobbio – p.za Duomo – p.za della Scala – p.za Cavour – p.za della Repubblica – p.za Duca d’Aosta.

All’estremo Sud, si sarebbe raccordata a livello strada con la tranvia per Corsico, e dopo aver scavalcato il Naviglio Grande con un ponte in ferro avente una luce di 27 metri, attraverso una rampa in via Valenza, sarebbe scesa nel sottosuolo, tramite una galleria avente luce netta sul piano del ferro di 3,8 metri, ad una profondità di poco superiore ai 5 metri sotto il piano stradale.


Foto 2 - Dettaglio della tratta iniziale in Ripa di Porta Ticinese

In Piazza Fiume (attuale piazza della Repubblica), era inoltre previsto un collegamento con la progettata linea tranviaria verso Milanino.


Foto 3 - Dettaglio della tratta in piazza della Repubblica

All’estremo Nord, la linea sarebbe tornata in superficie lungo via Caiazzo (attuale viale A. Doria), per poi confluire, all’inizio di viale Monza, nella linea tranviaria per Monza


Foto 4 - Dettaglio della tratta in piazzale Loreto


Le stazioni, lunghe circa 70 metri, erano di due tipi: a banchine laterali o a banchina centrale, con larghezza di 4+4 metri, collegate alla superficie per mezzo di apposite scale.

La distanza tra asse dei binari e banchine era di 1,30 metri, mentre il dislivello tra piano del ferro e banchine era di 0,80 metri, misure più contenute rispetto a quelle delle metropolitane che sarebbero state realizzate 50 anni dopo.


Foto 5 - Sezione della Stazione Ticinese - banchina a isola


Foto 6 - Sezione della Stazione Cavour - banchine laterali

In alcuni punti della linea erano inoltre presenti binari supplementari, tronchini e comunicazioni tra i binari e la circolazione (come in superficie, almeno all’epoca) era a sinistra.


Foto 7 - Dettaglio della tratta in corrispondenza della costruenda nuova Stazione Centrale

Tale progetto, che pure presentava spunti interessanti, non ebbe seguito, come pure quelli che si susseguirono nei decenni successivi; come noto infatti, si dovette attendere gli anni ’50 perché Milano predisponesse un progetto organico di rete metropolitana, formato da quattro linee da sottoporre alle Autorità Ministeriali nel 1953 ed approvato con decreto del Ministero dei trasporti con Decreto del 14 gennaio 1955, dando il via alla costruzione della Metropolitana di Milano, come la conosciamo oggi.


Foto 8 - Progetto Belloni, 1953

Bibliografia:

La rete delle linee – linea 1

Metropolitana Milanese Spa – 15 aprile 1959

TRASforma Urbis – Metropolitane storiche a Milano 1909-2009 

G. Matteo Mai – Maggioli Editore - 2009

La metropolitana Milanese – Evoluzione urbanistica ed architettonica

Giovanni Luca Minici – Silvana Editoriale – 2018

Credits:

copertina: da “La metropolitana Milanese” op. cit.

Immagini da 1 a 7: da “TRASforma Urbis” op. cit.

Immagine 8: da “La rete delle linee” op. cit.






sabato 21 maggio 2022

Itinerari del sentire e visioni nella Personale di Silvana Giannelli, maggio 2022, di Roberto Bagnera

 

Panoramica dell'Esposizione nella Strada Sotterranea, foto di Antonio Giarrusso

Complice la suggestiva ambientazione rappresentata dalla Strada Sotterranea del Castello di Vigevano, l'artista Silvana Giannelli ci gratifica con una personale composta da più di 50 vibranti opere della sua maestria pittorica, intitolata "visioni/Itinerari del Sentire, che sarà esposta dal 14 al 29 Maggio 2022.

Un intensa espressione per Silvana Giannelli ritratta da Daniela Tabarin

Due sono i termini che immediatamente si presentano ai miei sentimenti di visitatore: squarcio e vibrazione.

Squarcio perchè vi è un'urgenza di rivelare le dinamiche di un racconto pensato e progettato perchè vada oltre la superficiale percezione che ricorre in tutte le opere esposte, la necessità di un'Epifanica verità che dia ragione dell'essere e del divenire, perchè nessuna tela è banale espressione del titolo per lei scelto, anzi, fra titolo e rappresentazione cromatica c'è una eccezionale simbiosi narrativa che trasmette una serie di emozioni, anche contrastanti, che una volta raggruppate in un nuovo ricombinarsi di vocali e consonanti dà origine al significato più pieno della rappresentazione artistica imprigionata nei tratti sicuri e decisi di ogni singolo quadro. 

Le Ore di Margherita e del Nostro Scontento - Tecnica mista con rame su tela , 2022

Vibrazione perchè si coglie, nel complesso pittorico inteso come "uno" di Silvana Giannelli,  una sviluppata e complice empatia con il fruitore del quadro, non puoi fare a meno di cogliere un suono, melodico, armonico, anche dissonante e rapsodico che ti spinge ad entrare nel vortice di linee e colori con un approccio più consapevole di quanto viene narrato, quasi espressamente per te, attraverso l'unicità dell'esperienza di traduzione di segni gesti e superfici, trattate con inarrivabile valentìa e con elegante leggerezza dell'esprimersi.

Islanda - Tecnica mista su tela, 2017

L'uso sapiente di materiali diversi e superfici con differenti spessori e rilievi, se da una parte ci rammenta le radici del Tattilismo, onirica e preveggente invenzione dell'arte futurista, dall'altra ci rimanda alla necessità di considerare diversi piani semantici per completare la genesi ultima del racconto immaginato dalle visioni dell'artista.

Mood n° 7 - Tecnica mista su tela, 2022

Le opere si pongono ai nostri occhi indagatori con una potenza evocativa  ed una presenza tangibile che non possono lasciare indifferenti, c'è una capacità tecnico/espressiva che utilizza segni forti e decisi accostati a generare sfumature attraverso i soli colori primari, c'è una forza ed un'energia costante nelle pennellate e nell'intersecarsi degli inserti polimaterici che rimane a lungo depositata negli occhi. 

Love is Like Metal - Tecnica mista con rame su tela, 2022

Opere come "Love is like Metal" che si presenta in un'apparente semplicità di campiture cromatiche irrompono nel processo di riconoscimento creativo con l'astante e con l'inserzione del frammento di metallo, rame, inserto consistene e risuonante, sembrano invitare a vibrare, dando tutte le definizioni dell'amore: incantatore, avvincente, inossidabile, vigliacco, mortale, inesorabile, eterno, inarrivabile, infrangibile, motore dei sentimenti che a volte ti accende e a volte ti riduce a polvere di te stesso, ma che sempre sa ravvivare e riscaldare con la fiamma del rosso che ti sottrae la nero della disperazione e dalla sabbia infida riscaldandoti e rivivicandoti con quel sole risplendente e sonoro che tutto prevale su ogni negatività.

Inizio/Nascita - Tecnica mista su tela, 2017

Opere come Inizio/Nascita prendono il sopravvento sulle nostre emozioni portandoci sulle ali della pura emozione a ripercorrere tutte le ancestrali narrazioni attraverso il tempo ed il mito dell'Uroboro Universale che disvela la vita e la storia in un dipanarsi di eventi concatenati e destinati sempre a rinnovarsi coercitivi e coerenti brandelli di una rivelazione cosmica destinata a succedersi all'infinito, c'è una esplosione di riconoscimento della verità ultima e della primitiva bellezza di uno dei più teneri e suggestivi attimi comuni a tutti noi.

Periferia Milanese - Tecnica mista su tela 2017

Opere come "Periferia Milanese" travalicano il senso di squallore e disordine che normalmente vengono attribuiti a quei contenitori umani che sorgono al margine della proteiforme, e spersonalizzante, metropoli milanese, quelle linee e quelle partiture cromatiche posate dall'artista sulla tela mentre al primo approccio sembrano sottolineare, piano piano si aprono in un microcosmo di odori, suoni, colori, direzioni, sfumature  e incisioni, quel lato sinistro della tela, giocato con colori primari diventa esplosione di vite, di racconti, diventa quella luce unica e personale di chi in quegli ambienti vive, agisce e realizza i propri sogni, incurante dell'ondivaga mania centrica di ogni metropoli, rivendicando la propria autonomia e la propria storia, in un crescendo di sensazioni ed emozioni che riproducono il vero senso della vivace e creativa fetta di città

Metamorfosi - Tecnica mista su tela, 2015

Ancora converrà porre l'attenzione sulla scelta cromatica che accompagna la narrazione artistica di Silvana Giannelli, il contrapporsi di tinte forti e primarie che non sfumano ma si compenetrano, intese a dare forza alle idee espresse e consistenza alla tram del racconto progettato e rappresentato sulla suoperficie pittorica, c'è un uso ricorrente e predominante del Rosso coniugato in tutte le sue sfumature, Rosso Cremisi, Rosso Cardinale, Rosso Pompeiano, Veneziano, Amaranto, Scarlatto, densa cromia che attrae cattura e avvince, che lega le opere in un unico corpus espressivo, proprio come il sangue che vivifica il nostro essere umani.

Una personale avvincente ed intrigante che ci accompagna nell'universo narrativo di un'artista elegante e potente, ricca di emozioni da comunicare e condividere.